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giovedì 22 gennaio 2015

Lo Sapevate Che: Il teatro dietro le sbarre...



Da due anni porto avanti un progetto nel carcere femminile di Monza: un atelier di teatro classico, con Eschilo, Sofocle, Euripide. L’anno scorso Le Troiane, quest’anno L’Orestea. E’ impressionante l’impatto che questi testi, ostici per gli studentelli del liceo, hanno avuto su queste donne, perlopiù straniere, e poco scolarizzate. Hanno amato, discusso, partecipato. Nei mesi scorsi si sono confrontate con Oreste: la vendetta, il delitto, la colpa, il rimorso, la giustizia. Non è stato un percorso facile, perché questi temi vanno a toccare nervi scoperti che loro e le loro amiche (..) hanno vissuto e stanno pagando. C’è un’immensa sete di bellezza e di sapere, in contesti che diamo per scontato siano “inferiori”, e la hatharsis che vivevano i popolani greci assiepati nei teatri, lì funziona ancora. Non so cosa sarà della mia bellissima Vanessa, della dolce Helena, della leonessa Tatiana, della timida Georgeta, della brillante Yolanta, della fragile e geniale Stefania, una volta uscite dal carcere, ma da quello che è emerso dal saggio finale, dalle loro parole, dai dibattiti che si accendevano dopo le prove, credo che un piccolo seme sia stato gettato. Ricorda il motto della casa editrice Larousse? “Je sème à tout vent”.
Luisa Gay luisagay@alice.it
La tragedia, diceva Nietzsche, non è un genere letterario, ma la condizione stessa dell’esistenza, sempre alla ricerca di un senso, in vista della morte che è l’implosione di ogni senso. Un’esistenza che gioca nell’illusione della libertà, quando il destino o gli dèi ne hanno già determinato il percorso, per cui diventa difficile decide etto re quanto è colpevole l’uomo e quanto invece è destinato a quella colpa. Il carcere mi pare il luogo perfetto per illustrare questo intreccio di contraddizioni, che viene subito compreso e interiorizzato a prescindere dal grado di alfabetizzazione, dai diversi mondi da cui si proviene e dal livello culturale raggiunto, perché la verità dell’esistenza nel suo ineliminabile profilo tragico non accetta mascheramenti, ingannevoli consolazioni, o come dice Eschilo, “cieche speranze”. I Greci, scrive Nietzsche, “sono la specie dip uomini finora meglio riuscita, più invidiata, più seduttrice verso la vita…Proprio essi ebbero bisogno della tragedia? Sì perché il pessimismo non è necessariamente un segno di declino, di decadenza, di fallimento, di istinti stanchi e indeboliti come lo è per noi uomini “moderni” ed europei. C’è anche un pessimismo della forza, un’inclinazione intellettuale per ciò che nell’esistenza è duro, raccapricciante, malvagio e problematico”(…).I nomi delle donne in carcere che hanno recitato la tragedia lasciano intendere un’altra provenienza rispetto alla nostra che, intrisa di cristianesimo, ha estinto il dolore della tragedia nella consolazione della fede e della speranza. Karl Jaspers scrive che in un contesto cristiano non c’è più posto per una dimensione tragica. (..). Per questo nel carcere, dove la speranza si attenua, se non ci si concede cristianamente alla rassegnazione, si è nelle migliori condizioni per immedesimarsi con quelle figure tragiche che non sono messe in scena per commuovere o impressionare il pubblico, ma per metterlo in contatto col lato tragico della nostra esistenza, da cui fuggiamo a gambe levate con quegli espedienti che Pascal chiamava divertissement.
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di Repubblica – 17 gennaio 2015

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