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domenica 2 aprile 2017

Lo Sapevate Che: Vietare il velo si può e il crocefisso?...



Sarei tentato dal fare un esperimento: iniziare a comunicare aderendo, su ogni argomento, alla teoria maggioritaria, quella che guadagna consenso unanime. Sulla sicurezza? Serve pugno di ferro. Sull’immigrazione? Non possiamo accogliere tutti. Sulla legalizzazione delle droghe? Che ne sarà dei nostri ragazzi! Sui cervelli in fuga potrei fare ironia augurandomi che emigrino i cervelli dei politici più inadeguati.  Su eutanasia, coppie gay e maternità surrogata direi che sono cose private da risolvere in famiglia. Sui processi in corso direi la mia a ogni udienza, mostrando di avere in spregio il lavoro dei magistrati perché non farei cronaca (sacrosanta e preziosa), ma tifo. Parlerei alla pancia, all’emotività e le risposte sarebbero di approvazione per me e di odio verso l’oggetto dei miei strali. Ma capiamoci, non intendo usare i social come esche. Non credo che i frequentatori di luoghi dove, in senso lato, si reperiscono opinioni siano pesci da prendere all’amo. Non ho mai seguito manuali di scrittura per social (capisci chi ti segue e rispondi ai bisogni; blandisci i tuoi follower), tutt’altro: uno i social per ragionare, per studiare ciò che accade e nel momento stesso in cui metto nero su bianco i miei pensieri, mi accorgo che sto già proponendo un’interpretazione. E la mia idea non resta lì, ma si scontra, si incontra con migliaia di occhi, di teste, di pensieri. C’è chi condivide, chi mette un like, chi commenta per esprimere accordo, chi per esprimere disaccordo. Questa dinamica mi appassiona perché diventa un esercizio quotidiano, quello di individuare un tema su cui riflettere, da approfondire e su cui stimolare un dibattito. Raccontare cosa significhi convivenza e integrazione, a esempio, mi interessa moltissimo perché è un tema delicato che genera divisioni e disagio. Emma Bonino ha fatto una esplicita esortazione ad abbandonare ogni ipocrisia e capire che gli immigrati (calcoli alla mano) ci servono, e che guarda caso non si tratta di buonismo, ma eventualmente di un sentimento umanitario che viene appagato a vantaggio dell’interesse economico del Paese. Ho condiviso questo mio pensiero sui social e un utente ha risposto: “che bello sarà quando il partito islamico chiederà limitazioni ai nostri usi e costumi”. Che c’entra? Ho pensato, poi mi è venuta in mente la recentissima decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea secondo cui le aziende private possono vietare alle loro dipendenti di indossare il Hijab e mi sono sorpreso a pensare che riflettere le nostre paure sono protezioni degli atti che siamo soliti compiere ai danni di altri. Per ora nessuno ha mai vietato che il crocefisso campeggiasse nelle aule delle scuole pubbliche: ci sono state cause e sentenze ma alla fine non si è riuscito in alcun modo a scalfire la consuetudine di una circolazione del 1926 che parla di crocefisso e ritratto del re nelle aule dei tribunali. Invece mi risulta che partendo da due casi, uno belga e uno francese, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea abbia stabilito che il divieto a indossare il Hijab “in un particolare contesto aziendale non costituisce una discriminazione”. Non entro nel merito di cosa sia giusto o meno, mi limito a constatare che il doppiopesismo in queste materie è affare assai pericoloso perché non ci tutela ma ci riempie di paura: ci fa capire che, se esiste ingiustizia, può non andarci sempre bene, che possiamo diventare noi le vittime. Chaimaa Fatihi, ventiquattrenne italiana, musulmana di origine marocchina e studentessa di Giurisprudenza, ha scritto un commento interrante alla sentenza, un commento di cui riporto le prime righe. “La sentenza della Cgue definisce il velo islamico, ossia il Hijab, come simbolo religioso alla pari del crocefisso, della mezza luna, della stella di Davide”. Lei non è d’accordo con questa interpretazione, ma se è così che il velo viene considerato, perché il crocefisso è simbolo di pace e il velo invece può essere vietato? Il rispetto delle identità religiose non può conoscere discriminazioni né nel pubblico, né nel privato perché se accettiamo che questo avvenga, vivremo sempre con il timore che possa capitare a noi ciò che ora infliggiamo agli altri.
Roberto Saviano- L’Antitaliano – L’Espresso -  26 marzo 2017

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