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domenica 9 aprile 2017

Lo Sapevate Che: Cosa ha capito Salvini in cinque ore a Lampedusa...



“Qua devo tornarci a pescare”, dice Matteo Salvini fotografando barche ormeggiate. Da quando ha messo piede sull’isola di Lampedusa, ha già ripetuto questa frase cinque o sei volte. Ne ha già ripetute altre, a beneficio di brevi lanci di telegiornale utili a varcare la soglia di attenzione tra i due principali eventi di giornata. Roma è blindata per l’anniversario dei Trattati, Milano sta ricevendo il Papa e di Salvini a Lampedusa oggi non si saprà granché. “Qua devo tornarci a pescare”, ripete Salvini gestendo con goffaggine l’imbarazzo della sua prima volta quaggiù. Oggi è venuto per cinque ore “per lavoro e per capire” ma poi tornerà, promette, magari quest’estate, in vacanza. Cinque ore a Lampedusa sono niente, soprattutto se, tra una tappa e l’altra del tour, ne passi buona parte a guardare le telecamere o il telefonino come avresti potuto fare a Pontida o Varese. I luoghi scelti per far capire Lampedusa a Salvini hanno l’autorevolezza del momento simbolo e il pregio di preservare Salvini da ogni possibilità di contatto, anche visivo, tanto con i circa i 600 ospiti del centro d’accoglienza quanto con il resto della popolazione non motivata a vederlo. Il tour, tragicomico per modi e contenuti, approda al molo Favarolo, teatro di sbarchi, sogni e drammi che prendono forma da anni ogni volta che approdando qui, toccano terra. “Qua devo tornarci a pescare” ripete Salvini guardando l’acqua meno balneabile di tutto il mare di Lampedusa, ma siccome anche non comprendere ami il contesto e la sacralità dei luoghi ha un limite, un uomo della sicurezza sussurra a mezza bocca; “Sì i cadaveri ci viene a pescare…”. Salvini ride ignaro qualche metro più in là, tra un tg che riverisce e selfie che abbondano sulla bocca di chi, pochi minuti dopo, incontrando una sparuta rappresentanza di lampedusani, verrà a scoprire che Lampedusa ha un sacco di problemi e che l’immigrazione dall’Africa forse non è il primo. Anzi, la legge del contrappasso porta Salvini a scoprire e comprendere che da qui i governi (inclusi quelli con ministri leghisti), si è troppo spesso costretti a migrare, addirittura senza che in Italia ci sia una guerra in corso, e che migrare non è divertimento ma necessità, voglia di vivere e lottare. Ma di questi tempi, il politico di razza, quando vede la razza meno amata, se lontano da testimoni e telecamere torna vigliaccamente se stesso. “Pomeriggio impegnativo per i “richiedenti asilo” ospiti a Lampedusa”, scriverà sotto la foto fatta ai primi immigrati intercettati con la vista, rei di giocare a pallone in attesa di conoscere il proprio destino. Alcuni di loro, arrivati affamati e feriti, dopo una settimana nel centro, non ce la fanno nemmeno a correre ancora. Ma questo Salvini non lo saprà mai. E nemmeno i suoi follower.
Diego Bianchi – Il Sogno di Zoro – Il Venerdì di La Repubblica – 7 aprile 2017 -

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