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mercoledì 17 giugno 2015

Lo Sapevate Che: L'uomo che esplora il mondo sommerso senza respirare...



Nel 2011 James Nestor, giornalista freelance di San Francisco, venne inviato in Grecia a seguire una gara di apnea. Colpito dalle prodezze “sovrumane” di persone in grado di trattenere il respiro per dodici minuti e scendere oltre i 200 metri, dove i polmoni si riducono al volume di un’arancia, decise di entrare in quel mondo in bilico fra sport e incoscienza, scienza e misticismo, diventando lui stesso apneista. Il risultato della sua full immersion è descritto in Il respiro degli abissi (Edt), dove Nestor narra anche di viaggi a mille metri di profondità dentro un sommergibile artigianale e dello studio della vita negli abissi oceanici. “In realtà la prima impressione che ebbi delle gare di apnea fu negativa” ci spiega Nestor, “gli atleti rischiavano spesso la vita, salvati solo dai sub. Il tasso di incidenti e morti in questa disciplina sarebbe inaccettabile in qualsiasi altro sport. Al tempo stesso, però, restai affascinato da come il nostro corpo sia predisposto a resistere a condizioni tanto estreme, quasi tornasse nel suo elemento primordiale. Per questo ho deciso di indagare  provando in prima persona”. “In effetti si tratta di meccanismi risalenti al nostro lontano passato anfibio, sfruttati da millenni dai pescatori di perle, corallo o spugne” spiega il cardiologo componente lo staff medico Fipsas (Federazione italiana pesca sportiva attività subacquee e nuoto pinnato) Ferruccio Chiesa, che sull’apnea ha scritto di recente il saggio Fisiopatologia dell’apnea (Mare di Carta(..)). “appena immergiamo la testa in acqua, la gola si serra per isolare i polmoni, e il battito cardiaco, per ridurre il consumo di ossigeno, Scendendo in profondità, il sangue si sposta dalla periferia a cuore e cervello, ma riempie anche i polmoni, impedendone lo schiacciamento totale. Infine la milza si contrae, per mettere in circolo più sangue. Per questo in acqua si può resistere 3-4 minuti in apnea più facilmente che fuori. Ma la disciplina dell’apnea, oggi in pieno boom, richiede molta prudenza, perché la scarsità di ossigeno nel cervello può provocare improvvisi svenimenti. Occorre quindi rispettare i propri limiti e mai praticarla da soli”.(..) Come il biotecnologo francese Fabrice Schnoller, che nuota con delfini e capodogli, registrandone la vita sociale. “Schnoller è l’unico in grado di associare i suoni emessi dai singoli animali alle loro interazioni sociali e tentare così di capire cosa i cetacei si “dicano”. Con lui ho nuotato in apnea in un branco di capodogli, provando sia l’emozione di essere avvicinato da femmine e cuccioli, che si sono “presentati” con la loro combinazione di suoni personale, sia quella di essere “radiografato” dal potente sonar di un grosso maschio, che ha valutato così se fossi buono da mangiare: per fortuna non ero nel suo menù”.
Alex Saragosa – Scienze – Il Venerdì di Repubblica - 5 giugno 2015 -

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