Etichette

mercoledì 28 giugno 2017

Lo Sapevate Che: Ascoltatemi tutti: giù le mani dal divano...



A casa mia da qualche tempo c’è un ospite. Lo abbiamo trovato circa un anno fa sdraiato sul divano, una domenica. Guardava fisso nel vuoto e muoveva a ritmo la testa, su cui portava un paio di enormi cuffie nere che si toglieva di rado e malvolentieri. Era molto silenzioso e in apparenza innocuo. Forse per questo, e per una certa attitudine familiare all’accoglienza di creature bizzarre, ma non lo abbiamo ancora mandato via. Abbiamo aspettato fiduciosi che lui fosse pronto a congedarsi. Abbiamo cercato di non mettergli fretta perché in lui coglievamo un sotterraneo seppur impenetrabile disagio. “Abbiate pazienza, su! Ha bisogno di aiuto, chiaramente. Ma vi assicuro che a breve andrà via”, spiegavamo ai nostri figli, sempre più irrequieti e disorientati al cospetto di questo individuo apatico, asociale, quasi ostile che si esprimeva a monosillabi e lanciava a tutti noi occhiate insofferenti. Una sera, con mio marito e i piccoli, avevamo deciso di vedere un film in dvd dopo cena. Per una volta avevamo trovato un titolo che ci metteva d’accordo tutti e pregustavamo la visione armati di gelato, ciliegie e altri generi di conforto. Eravamo già posizionati nel consueto assetto cinematografico quando è arrivato lui, l’ospite, con le immancabili cuffie sulla testa e il suo incedere lento e svogliato. “Questo film mi fa schifo, non so chi sia il balordo che lo ha scelto e comunque qui non vi potete sedere perché questo è il mio divano. Conoscete il concetto di proprietà privata? Benissimo, questo è mio”. Ha dichiarato perentorio. Poi, rivolgendosi al piccolo di casa: “Quindi tu, piccolo sgorbio, sparisci da qui”. Quella sera è stato chiaro che dell’ospite non ci saremmo liberati più ma che, se volevamo sopravvivere come individui e come famiglia, occorreva reagire, oltre che resistere. Non ricordo come fossi quando, a 14 anni, ero io l’ospite indesiderato e molesto nella mia stessa casa. Di certo non circolavo con quelle mostruose cuffie sulle orecchie, visto che non le avevano ancora inventate, e, da figlia unica, non avevo bisogno di occupare militarmente il divano. Oggi che sono dall’altra parte della barricata osservo mio figlio, tramutarsi da bambino in ospite alieno nello spazio di una notte, con fascinazione, curiosità, inquietudine, a volte terrore. Un tempo eravamo noi a dovergli dire no per aiutarlo a crescere. Adesso i no per diventare grande deve pronunciarli lui, con convinzione e tenacia che spesso virano in irritazione e livore. Devi dirci che è diverso da noi per scoprire e far brillare la sua forma e la sua sostanza, deve guardarci in cagnesco per convincersi che è altro, deve contestare, ribadire e affrontare la mirabile e ardua impresa di trovare la sua identità. E noi dobbiamo accoglierlo, capirlo, contenerlo, consentirgli di essere libero entro i confini del rispetto altrui. Dobbiamo nutrirlo, farlo accomodare sul nostro divano ma reprimere i suoi eccessi di intolleranza e villania. Dobbiamo essere locandieri, educatori e gendarmi. E a me, il ruolo del gendarme, viene malissimo. L’altro giorno ho scoperto che l’ospite mi mentiva. L’ho colto in flagranza. Lì per mi sono infuriato perché il h della fiducia è un reato gravissimo, anche per un ospite. Dopo però ero solo a disagio. Perché lui nell’adolescenza ci sta comodissimo, proprio come sul divano di cui si è impossessato. Io invece arranco, impreparata e immatura.
Claudia de Lillo – Opinioni – Donna di La Repubblica – 24 giugno 2017 -

Nessun commento:

Posta un commento