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giovedì 21 settembre 2017

Lo Sapevate Che: Non si ride mai da soli. Perchè il riso ha senso solo nello scambio...



Aristotele Affermava Che l’uomo è l’unico animale che ride. È una definizione che mi piace molto e che contrasta con quella comune, che vuole l’uomo un animale razionale. Perché dopotutto la storia e tanto più la situazione attuale, ci mostrano che di razionale c’è ben poco in quello che l’uomo fa. È altrettanto vero che c’è ben poco da ridere, ma ritengo che l’umorismo possa essere un’ottima terapia rispetto alla pesantezza della totale adesione alle cose. Forse ridere è una strategia più adeguata nei confronti dell’insensatezza e distacco. In ogni caso, come Freud ci insegna, il motto di spirito implica doti simboliche, emotive, capacità di pensiero astratto e trasversale che mancano a quelli umani incapaci di distinguere tra realtà e finzione. Silvia Camerini  silcvam@alice.it

Senza Dubbio Ridere è una cosa seria (Mondadori), come si intitola un libro della psicologa Donata Francescato, se è vero che anche il più serio degli antichi saperi, la filosofia, venne accolta con Talete (suo primo rappresentante), dal riso di una servetta trace, la quale riferisce Platone nel Teeteto: “Scoppiò in una risata nel vedere il filosofo cadere in un pozzo, affaccendato com’era a conoscere le cose del cielo, senza accorgersi delle cose che aveva davanti e tra i piedi”. L’uomo, questo animale che, come dicevano gli antichi Greci, ha il linguaggio già intorno al secondo-terzo mese di vita, prima ancora di parlare, sorride nel percepire qualcosa del mondo esterno. Di solito è un volto umano, quello della madre, con cui il bambino istituisce una prima relazione preferenziale. Questo sorriso non può essere ancora letto come espressione di un fatto emotivo, ma a poco a poco, grazie al rinforzo positivo che riceve prima della madre e poi, crescendo, dal mondo, acquista un significato sociale, traducendosi da automatismo a espressione intenzionale di uno stato affettivo. Fino a giungere, dopo una lunga elaborazione, alle modulazioni di risposte affettive di vario grado, secondo quella gamma sconfinata di significati che vanno dal compiacimento alla soddisfazione, dal sarcasmo all’ironia e al disprezzo. Freud scrive: “I miei pazienti ridono quando sono sul punto di scoprire qualcosa d’inconscio”. Qui il riso svolge una funzione difensiva dal timore di scoprire chissà quale verità sconvolgente o vergognosa. Ma se l’Io ride dell’inconscio per difendersi dal timore che da quell’abisso scaturisca una verità che non vuole riconoscere, quando è l’Io a essere eccessivamente spaventato da qualcosa di reale che gli appare come una sciagura irreparabile, a consolarlo interviene il suo Super-io che, dice Freud, proprio come rappresentante dell’istanza genitoriale, tratta l’Io come un bambino, a cui mostra l’irrilevanza dei suoi tormenti, sorridendone e offrendogli una consolazione e una difesa dal dolore, come se gli dicesse: “Guarda, così è il mondo che sembra tanto pericoloso. Un gioco infantile, buono appunto per scherzarci su!”. Mi pare, cara Lettrice, che lei condivida, questa tesi di Freud, ma io gliene propongo una ancora più radicale, che prende le mosse da Aristotele: il riso scaturisce dall’aspetto comico che deriva dall’irragionevolezza o dall’inconseguenza logica di chi sta parlando con noi con una serie di argomentazioni che non approdano a nulla, Su questo tema del nulla ritorna Kant, che coglie nel riso “il piacere per un pensiero che in fondo non rappresenta nulla”. (..). Il godimento e il riso che lo esprime attestano l’emorragia del valore, dell’imperativo morale, dei codici istituzionali (situazioni, ruoli, persone d’identità delle parole, e del soggetto, si annulla nel riso. Per niente. Non per esprimere un inconscio, come riteneva Freud”. Il piacere della battuta, del motto di spirito è, per Baudrillard, il piacere dell’ambivalenza dei significati che entrano in cortocircuito tra loro, annullandosi. Qui il “senso” non ha presa, scambiandosi col “doppio senso”, dove nulla si risparmia, ma tutto si disperde nel riso come in un attimo di liberazione. Non si ride mai da soli, perché il riso non ha senso se non nello scambio, che ha tutto il carattere dello scambio simbolico, non ultimo l’obbligatorietà. Serbare per sé una barzelletta è assurdo, così come non ridere è offensivo, infrange le leggi sottili dello scambio, dove è ribadito il tratto tipico dell’uomo che anche nel riso ribadisce la sua natura di animale sociale.
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di La Repubblica – 9 settembre 2017 -

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