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domenica 24 settembre 2017

Lo Sapevate Che: Le mille (e non comunicanti) Americhe di New York...



L’Incontro Con Il Rabbino Joseph e la moglie. Deborah avviene all’uscita del cinema. Sono loro ad avvicinarsi. Li ha colpiti il fatto che siamo andati a vedere un film su di loro. Impossibile non notarci: quella sera al Lincoln Plaza Cinema siamo solo in sei. Mia moglie e io con i nostri amici Marini. Qualche fila dietro, Joseph, e Deborah osservavano le nostre reazioni. Il film è un gioiello, la sala è vuota solo perché lo danno da mesi. Menashe è stato girato nella comunità, recitano se stessi di ebrei ortodossi hassidici di Borough Park, Brooklyn. Tutti gli attori sono non professionisti, recitano se stessi. Menasche, il protagonista, è rimasto vedovo da giovane. Le regole della Tonah, p la loro interpretazione da parte del rabbino, vietano che sia lui ad allevare il figlio: ci vuole una famiglia “vera”, con una madre. Quindi il bambino, che il padre adora, viene affidato al cognato (fratello della defunta moglie) con cui Menasche ha un pessimo rapporto. Per recuperare il figlio dovrebbe sposarsi. Ma i matrimoni vengono combinati. E le donne che il rabbino gli propone non gli piacciono. La storia viene raccontata in tono leggero, talvolta comico. Quello che colpisce noi quattro è il contesto. Stefania per molto tempo crede che il film sia girato in Israele. In effetti non si vede mai un non ebreo, e l’unica lingua parlata è lo yiddish, con sottotitoli in inglese. Solo verso la fine, nel negozio alimentare kosher dove Menasche lavora come commesso, c’è un breve incontro con due fattorini messicani: unico contatto con il mondo esterno, popolato da altri gruppi etnici. La comunità hasidica è del tutto autosufficiente: hanno le loro scuole e perfino la loro polizia (un’organizzazione di volontari in accordo con il New York Police Department). Lavoro, matrimonio, educazione dei figli, tutto è regolato dalla Tprah e dal rabbino. In fondo non è molto diverso dal concetto della shariah islamica, una legge religiosa che presiede a ogni aspetto della vita sociale: Salvo che tra questi hassidici non c’è traccia di ostilità né di risentimento verso il resto dell’America. Perché il resto dell’America non esiste, se non incidentalmente quando uno di loro osserva che “i Gentili (non ebrei) sfasciano le loro famiglie”. I matrimoni combinati, la forte pressione della comunità per tenere insieme l’istituto familiare: tutto questo mi fa venire in mente l’India, dove persone colte e cosmopolite difendono la tradizione che vuole che siano i genitori ad accoppiare moglie e marito, anziché affidarsi all’innamoramento tra giovani inesperti. All’uscita Joseph si presenta come “rabbino ortodosso”, evidentemente di un’altra ortodossia: non veste gli abiti tradizionali hassidici né porta i riccioli. Deborah fa la traduttrice dallo Yiddish all’inglese e ha lavorato con il premio Nobel Isaac Bashevis Singer. Ci spiegano i dettagli rituali di quel mondo hasidico che conoscono bene, pur non facendone parte. Affettuosi, calorosi, vogliono invitarci a casa loro. Spero che li rivedremo. È una delle meraviglie di New York, questa concentrazione di etnie e culture diverse. Vivere qui a volte è come esplorare il mondo intero. A 40 minuti di metropolitana da casa mia c’è un universo a parte, dove lingua, abiti e usanze non hanno niente a che vedere con “l’America”. Eppure contribuiscono alla complicata identità di questa nazione. Joseph e Deborah, che durante la conversazione appaiono di idee avanzate, aperte e progressiste, sono felici perché il film accenna alla possibilità di un lieto fine. Al termine, Menasche si veste di tutto punto come un hassidico perfetto, col cappotto lungo e il cappello alto, segno che forse si è deciso a trovare moglie. “Ci vuole una donna nella vita, per dare stabilità”, osservano i nostri improvvisati amici di quella sera.
Federico Rampini – Opinioni – Donna di La Repubblica – 16 settembre 2017

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