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martedì 5 settembre 2017

Lo Sapevate Che: La salvezza si chiama Mirza...



Tutto Comincia Con un elicottero che si schiuma sulle rocce. Siamo in Iraq, nell’agosto del 2014. Non precipita per caso, ma perché in ragazzo di nemmeno vent’anni, quando lo vede decollare, si mette a correre come un matto per raggiungerlo e aggrapparvisi, con forza illogica e cieca; una manovra che sbilancia l’elicottero fino a farlo schiantare. In quell’incidente muoiono tre persone: il ragazzo che voleva scappare e due passeggeri. Solo uno, Mirza Dinnayi, si salva, uscendone con una gamba rotta. Lui è in Iraq come medico volontario: un modo per aiutare il suo Paese, dopo che negli anni ’90 lo aveva lasciato per andare a lavorare in Germania. Dopo la guerra, la fine di Saddam e l’escalation di Al Qaeda, Mirza aveva preso a fare avanti e indietro tra la Germania e l’raq per dare una mano ai vecchi compatrioti: un volontariato comprensibile, il suo, quasi scontato, che però, da un certo punto in poi, non è bastato più, né alle persone che voleva aiutare, né a lui. È successo quando in Iraq, dissolta (o quasi) Al Qaeda, è arrivato l’Isis: gruppi diversi, modi di agire diversi ma stessi orrori, anzi peggio. A quel punto, la sola assistenza sanitaria non bastava più: si trattava di prendere la gente e di portarla via, altrove, lontano da lì e dalle torture delle Bandiere Nere. All’Iraq (e soprattutto agli Yazidi, un ceppo curdo di fede zoroastriana, preso di mira più di altri dallo Stato Islamico) serviva una specie di Schindler: che vedesse che contro di loro era in atto un genocidio e che provasse a salvare più persone possibile. “Ho fondato associazione che si chiama Ponte aereo con l’Iraq”, racconta Dinnayi quando lo incontriamo alla Euic, l’Università dei diritti umani di Venezia. “All’inizio, diciamo dal 2007 al 2014, prendevamo i bambini feriti a causa della guerra e li portavamo in Germania; li curavamo, li rimettevamo in sesto e dopo qualche settimana li riportavamo indietro. È stato un bellissimo progetto. Ma poi non è stato più sufficiente”. Nel 2014 nei villaggi Yazidi è arrivato lo Stato Islamico e tutto è cambiato: sono cominciate uccisioni di massa, torture, rapimenti stupri di gruppo, sevizie di ogni tipo sui giovanissimi. I maschi venivano trasformati in soldati, le femmine in schiave sessuali: “Anche se allora non lo sapevo, era da quell’orrore che il ragazzo dell’elicottero stava disperatamente provando a fuggire. Era da quella furia omicida e cieca che bisognava salvare le persone”. Dopo l’incidente, con la gamba ingessata, Dinnayi ha passato la convalescenza viaggiando ovunque potesse, chiedendo a chiunque volesse ascoltare aiuto per portare in salvo quelle persone disperate. “Ho bussato, a decine di porte, fino a quando il land tedesco di Baden-Wurttemberg non mi ha ascoltato e aiutato a creare un programma di espatrio e accoglienza per tutti gli Yazidi che si potevano ancora mettere in salvo. Abbiamo cercato i pochi che erano scappati all’Isis e li abbiamo inseriti nel nostro programma. Ora vivono in Germania, sono residenti, hanno una casa, un lavoro, vanno a scuola e conducono una vita il più normale possibile. Non è stato facile, anche perché per la legge irachena una donna o un minore non possono espatriare senza l’autorizzazione di un parente maschio adulto. Ma quasi tutti i maschi adulti Yazidi sono morti, così abbiamo dovuto ottenere un permesso speciale”. Dal 2014, Dinnayi ha fatto arrivare in Germania 1.1oo Yazidi, quasi tutti bambini: “Le cure di cui hanno bisogno sono principalmente di tipo psicologico, che soprattutto con i bambini funzionano. È come se qualcosa in loro si fosse rotto per sempre. Forse, un giorno, dimenticheranno e avranno un futuro normale”.
Luciana Grosso – Rifugiati – Donna di La Repubblica – 2 settembre 2017 -

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