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venerdì 3 novembre 2017

Lo Sapevate Che: Perchè alla fine siamo tutti Don Giovanni...



Ha Superato I Duecento, ma non li dimostra. E continua a essere il più grande seduttore di sempre. Quello di Don Giovanni è un mito che ha affascinato e ossessionato l’immaginario maschile. E anche quello femminile. Al punto che il grande scrittore spagnolo José Ortega y Gasset, con tagliente disincanto, diceva che gli uomini si dividono in tre tipi. Quelli che si credono dei Don Giovanni. Quelli che pensano di essere stati dei Don Giovanni. E infine, i più velleitari di tutti, quelli che dicono che avrebbero potuto ma non hanno voluto. Come dire che in ogni maschio il desiderio, palese o inconfessato, di vedere le donne cadere ai propri piedi come birilli, oscilla sempre tra il vorrei ma non posso e il potrei ma non voglio. Tra fantasia e frustrazione. Ma soprattutto collezione. Perché Don Giovanni è il primo consumatore compulsivo di avventure, di cui tiene addirittura il catalogo. Più sterminato di quello Ikea. “In Italia seicentoquaranta, in Germania duecentotrentuno, cento in Francia e in Turchia novantuno, ma in Spagna son già mille e tre”. È la trovata geniale di Mozart. Tradurre in quantità numerabili il mistero inafferrabile dell’amore. L’oscuro oggetto del desiderio che viene ridotto in cifre nel tentativo impossibile di calcolare l’incalcolabile. Di trasformare il fantasma affascinante e perturbante del femminile in un rassicurante score di conquiste. Da esibire come un trofeo. O un ‘auto. O una moto. Domani ricorre il duecentotrentesimo anniversario della nascita del Don Giovanni di Mozart, andato per la prima volta in scena al Teatro Statale di Praga il 29 ottobre 1787. Da quel giorno lo sciupafemmine per antonomasia ha per noi il volto e la voce che gli diede il divino Wolfgang. Facendolo diventare uno dei più grandi miti della modernità. Per lui non importa “se sia ricca, se sia brutta, se sia bella. Purché porti la gonnella”. È la versione alta del dozzinale “purché respiri”. E proprio questo aspetto predatorio e performativo, che riduce la donna a oggetto da possedere e l’amore a forma di consumo, ha trasformato il dissoluto mozartiano in un bersaglio della critica femminista, Che ha visto nel dongiovannismo e nella sua idea di seduzione seriale la riduzione della donna a preda per maschi alfa. O, ancor peggio, a oggetto da collezione. Insomma, l’uomo che fiuta “l’odor di femmina” a mille miglia, proprio come il businessman quello dei soldi, è di fatto un capitalista dell’amore che accumula profitti senza scrupoli. E al tempo stesso è un potenziale stupratore, che usa il suo ruolo dominante per costringere le vittime ad assecondare i suoi capricci. Un Harvey Weinstein in versione ansien régime. Ma, come tutti i personaggi mitici, Don Giovanni non ha una sola dimensione. E ciascuno ci vede il riflesso dei suoi valori, delle sue passioni e delle sue ossessioni. Il grande Molière lo veste dei panni del libero pensatore e ne fa un campione del pensiero laico. E perfino un liberatore delle donne che esonera dall’obbligo di essere esclusivamente mogli e madri. In fondo la legge del desiderio libera tutti, perché rimette in discussione la fissità dei ruoli sociali, compresi quelli di genere. Non a caso oggi per essere dei dongiovanni non occorre essere un macho latino. E non è nemmeno necessario essere uomo. Perché, per fortuna, la possibilità di sedurre e abbandonare sta diventando trasversale. Più equa e solidale. Senza pudore e senza rancore. In fondo la flessibilità del personaggio è tale da sfiorare l’interinalità. Perché il grande libertino vive una sorta di eterno presente, fatto di attimi fuggenti da cogliere al volo. Insomma ogni lasciata è perduta. Non ha tempo per pensare al passato, né per immaginare il futuro. Ma è immerso in una rete di relazioni simultanee. È l’opposto del monogamo. Perché un vero dongiovanni è fedele solo a sé e a nessun altro. Ma non è nemmeno poligamo. È semplicemente multitasking. Proprio come noi.
Marino Niola – Opinioni – Donna di La Repubblica – 28 ottobre 2017

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