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lunedì 20 novembre 2017

Lo Sapevate Che: Lei, che mi insegnò il pensiero libero...



Qualche Mese Fa ricevetti un messaggio inaspettato. Il nome del mittente toccò corde familiari e riaccese memorie ancora vivide, seppure remote. In un attimo riaffiorarono l’odore di gesso, la trepidazione per la gita alla Cascina Rosina con i panini alla cotoletta nel cesto da pic nic, un ragazzino dai ricci neri, educato e inarrivabile. Era lui a scrivermi, a distanza di quasi quarant’anni da quell’escursione in pullman di cui ricordo solo le cotolette. Mi comunicava in poche righe dolenti e affettuose che la sua mamma non c’era più. Lei si chiamava Irene, aveva molti anni ed era stata la mia maestra delle elementari. L’orfano era lui, suo figlio, che ogni tanto a quei tempi compariva al suo fianco e che, per tutte noi bambine facili al languore, univa al volto pulito e amabile del principe azzurro lo stesso sorriso della signora maestra. Fu a lui e a sua sorella che scrissi una risposta di cordoglio e partecipazione, aggiungendo qualche ricordo di quella donna minuta e appassionata, capace di lasciare tracce indelebili, come solo i grandi sanno fare. Eppure orfana mi sentii anche io, improvvisamente sola, persa, privata di un faro che, me ne resi conto dolo allora, aveva continuato a brillare e a guidarmi nei decenni. Mi insegnò la calligrafia la bellezza dei numeri, l’amore per le parole, la loro importanza. Le baso di tutto ciò che ho imparato dopo. In terza elementare, un pomeriggio, per completare un lavoro di classe fui convocata a casa sua, assieme ad altro compagno. Probabilmente era un appartamento come tanti, ma a noi sembrò la migliore approssimazione del paradiso. Il funerale fu celebrato un sabato tiepido e luminoso nella parrocchia accanto a casa sua, la stessa dove ci eravamo avventurati allora. Ci andai in bicicletta, in tasca un bigliettino con qualche parola per ricordarla. Pedalando verso la chiesa ero smarrita, disorientata, annichilita. Benché cercassi di razionalizzare e contenere il mio dolore (“Aveva 90 anni, è stata molto amata, aveva un marito, figli, nipoti, ex alunni affezionati. Ha fatto il lavoro che le piaceva. La vita funziona così: dopo un po' finisce”) ero sopraffatta da un senso di perdita definitiva e irreparabile. Da non credente, le cerimonie religiose difficilmente mi coinvolgono o mi emozionano. Eppure quel giorno, mimetizzata tra sconosciuti, aliena in un luogo estraneo, percepii la solennità del rito, la sconfitta drammaticità di un addio. Piansi tutte le mie lacrime, mi rimpicciolii fino a scomparire, pronunciai al microfono il mio saluto tra i singhiozzi. Mentre annegavo nel mio pantano di irragionevole dolore, pensavo a mia madre e a mia nonna  e a quello che avrebbero detto di me in quel frangente: “Che volgarità”. “Che mancanza di contegno”. Che spettacolo poco dignitoso. “Piantala di tirare su col naso!”. Non vedevo né sentivo la maestra Irene da 36 anni, fatta eccezione per un breve incontro nel mezzo. Prima di quella, ho subito altre perdite di persone care o significative ma difficilmente mi sono ridotta in quel miserevole stato. Cosa rendeva quella perdita tanto lacerante allora? Lo capii lì, sulle panche di quella chiesa di quartiere. La maestra Irene ha rappresentato la scoperta del mondo attraverso i libri, la memorabile partenza di un percorso che non dovrebbe mai finire, il primo, fondamentale punto di riferimento intellettuale fuori dalla famiglia, un seme capace di germogliare rigoglioso. È stata l’inizio della mia vita discente. La sua scomparsa è stata un colpo basso, un tradimento, la fine di un’epoca. La triste e inevitabile consapevolezza che, purtroppo, si diventa grandi anche per sottrazione.
Claudia de Lillo – Opinioni – Donna di La Repubblica – 18 novembre 2017 -

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