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martedì 21 novembre 2017

Lo Sapevate Che: Dal Brasile all'Italia i frutti più aspri sono sempre i migliori...



Araçà piranga, cereja do Rio Grande, grumixama, ubajai: ma di che stiamo parlando? Sono frutti del genere Eugenia, 400 specie solo in Brasile, che potrebbero diventare le nuove bacche di goji, superfrutti consumati per le grandi virtù salutari. Finora, fra le Eugenia, erano note solo le qualità del baguaçu ( Eugenia umbelliflora). Che contiene sette volte più antiossidanti delle fragole e ha proprietà antibatteriche. Ma ora Pedro Rosalen, biochimico della Università di Campinas in Brasile, ha scoperto che, appunto, anche la cereja do Rio Grande (Eugenia involucrata), la gramixama (Eugenia brasiliensis) e la ubajai (Eugenia myrcianthes), contengono vitamine, polifenoli e antocianine, in quantità anche superiori ai mirtilli. Per non dire dei poteri della star del gruppo. La araçà piranga (Eugenia leitonii), in grado di bloccare le infiammazioni. Ma, colpo di scena, proprio questa pianta è in pericolo: vive nelle foreste atlantiche brasiliane, ormai ridotte a pochi scampoli. Rosalen vuole quindi raccoglierne i semi e coltivarla su larga scala, prima che si estingua. “Questo passaggio è però sempre incerto” avverte Edgardo Giordani, docente di frutticultura all’Università di Firenze. “Alcune specie selvatiche non si prestano alla coltivazione intensiva, altre hanno alberi troppo grandi o frutti troppo piccoli, che rendono la raccolta molto costosa. E se poi la loro frutta non matura quando viene raccolta acerba, o se marcisce troppo in fretta quando matura, non si riesce a commercializzarla”. Anche le promesse nutraceutiche non è detto che siano sempre mantenute quando le piante vengono coltivate. “Queste usano gli antiossidanti, che spesso hanno un sapore aspro, per proteggere i frutti da stress come siccità o insetti, ma proprio per questa ragione i frutti selvatici non di rado sono immangiabili. Perciò, nel tempo, li abbiamo selezionati per renderli più grandi e dolci, anche se meno “curativi”. E poi la stessa coltivazione, riducendo gli stress della pianta, può far calare gli antiossidanti”. Eugenia a parte, viene da chiedersi quanti superfrutti ci siano ancora da scoprire. “Ai Tropici ci sono migliaia di frutti, in gran parte non testati per le qualità nutraceutiche, perché è solo da poco che le si apprezza. Noi all’Università di Firenze stiamo studiando specie, come la guava cilena (Ugni molinae), che ha proprietà vasodilatatorie, o l’argentino calafate (Berberis microphylla), ricco di antiossidanti e antibatterici. Ma in realtà non serve andare lontano: il mirtillo dell’Appennino, per esempio, ha un contenuto di vitamine e polifenoli maggiore di quello del mirtillo americano gigante, il più coltivato. Per non parlare delle tante specie dimenticate: chi mangia più l’azzeruolo (Crataegusazarolus)? È una gustosa piccola mela che straccia le Golden per antiossidanti, ed è anche diuretica e ipotensiva”. E non cresce nelle foreste del Brasile, ma sulle nostre colline.
Alessandro Codegoni – Scienze – Il Venerdì di La Repubblica – 17 novembre 2017 -

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