Rosero E Attorcigliato,
con una faccetta
simpatica da Kermit, la ranocchia del Mupper Show, l’intestino salta e rimbalza
sullo schermo. Gut Guy, l’Uomo Budella come è conosciuto da tutti, è l’ultimo e
più famoso protagonista animato di uno show che scorre ininterrottamente, 24/7
tra i programmi di ogni canale, e costa cinque miliardi di euro all’anno: è
quanto, L’ spendono le case farmaceutiche per convincere milioni di spettatori
che soffrono di malattie che forse non hanno, ma per le quali Xifaxan,
destinato a combattere una varietà di disturbi intestinali che si possono
riassumere nella Vendetta di Montezuma o, per chi non sia mai andato in Messico,
la diarrea. Si è unito ad altri personaggi della implacabile pubblicità di
medicinali: una vescica parlante, un fegato brontolone, uno stomaco di pessimo
umore, varie giunture e articolazioni cigolanti e altre parti mal funzionanti
dell’anatomia sulle quali sorvoliamo. Da qualche anno Big Pharma, l’insieme dei
colossi multinazionali della farmaceutica, ha scoperto che
l’antropomorfizzazione delle parti del corpo, la trasformazione di budella e
organi in caratteri animati e parlanti alla maniera Disney, funziona meglio del
solito attore in camice bianco e stetoscopio nel raccomandare una pillola. Gli
Stati Uniti sono l’unica nazione sviluppata, con la Nuova Zelanda, a permettere
la pubblicità televisiva di farmaci da ricetta, e Nig Pharma si è rovesciata in
tv con la furia di una colonia di formiche attratte dallo zucchero.
Inspiegabilmente, ma inevitabilmente, il Parlamento ha consentito alle aziende
farmaceutiche di detrarre dalle tasse le spese per la pubblicità. E i medici,
che invano tentano di opporsi, devono affrontare orde di pazienti che domandano
ricette per quel nuovo, miracoloso prodotto visto in tv. Ogni rete e ogni show
ha la propria batteria di budella parlanti mirata al proprio tipo di pubblico.
Basta seguire per un’ora qualsiasi programma per capire quali ascoltatori
abbia. Se si è bombardati di medicinali per la prima infanzia, significa che
giovani mamme lo guardano. Se trionfano prodotti per artrosi e reumatismi, il
pubblico non sarà il teen ager. E se guardiamo programmi a tarda sera, voleranno
i rimedi per l’insonnia. Il genere del pubblico, maschile o femminile in
prevalenza, si intuisce facilmente dai farmaci che pubblicizza. I risultati
sono disastrosi per la gente e succulenti per le aziende, che infatti investono
cinque miliardi all’anno per far parlare budella e cantare le vesciche. Ai
pazienti veri, e agli ipocondriaci che immediatamente avvertono i sintomi che
quel prodotto dovrebbe combattere, la pubblicità non serve, perché se quella
pillola è davvero efficace il medico ne sarà stato informato e la prescriverà
senza essere sollecitato. Ma ci sono anche specialisti che si arrendono
all’assalto, rischiando di finire come una dottoressa della Florida: per avere
pace, ha prescritto a una donna che la tormentava troppi medicinali, uccidendola
senza volerlo per intossicazione acuta. Oggi è in carcere, in attesa del
processo per omicidio colposo. Permettere la pubblicità di farmaci da ricetta
(quindi di molecole potenzialmente ben più tossiche dei soliti prodotti da
banco) cautelandosi con l’elenco di possibili effetti indesiderati letti a
velocità fulminea negli spot, è criminale e fortunatamente in Europa non è
permesso. Inoltre aumenta inutilmente il prezzo del medicinale, perché sarà il
paziente a pagare il costo di quegli spot. Lasciamo si telespettatori americani
le avventure delle budella parlanti, sperando che nessun disegnatore si ricordi
del Viagra.
Vittorio Zucconi – Opinioni – Donna di La Repubblica – 8
luglio 2017 -
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