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lunedì 9 ottobre 2017

Lo Sapevate che: Un piccolo neo e il senso della vita...



Per Una Bizzarra e nevrotica forma di ordine mentale, la mia vita è suddivisa per incombenze: aprile è il mese dedicato ai compleanni; maggio al tagliando dell’automobile dal meccanico e dei figli dalla pediatria; gennaio ai buoni propositi; settembre e ottobre alla prevenzione. In questi due mesi concentro ogni ansia legata al mio presunto buon funzionamento e diligentemente mi sottopongo a esami del sangue, pap-test, mammografia, ecografia e tutto ciò che il mio medico e la mia strisciante ipocondria suggeriscono. In famiglia, poi, ho una storia triste legata ai nei, che i medici chiamano nevi: per questo, con maniacalità implacabile, voglio che si controlli ogni centimetro di me, alla ricerca della mia macchiolina sbagliata. Il mio dottore dei nevi è una creatura rigorosa e amabile al quale ogni vola, mi affido con sottile trepidazione e devastante angoscia, che dissimulo con ipocrita e goffa disinvoltura. Qualche anno fa, decisi unilateralmente che il nostro rapporto, come un videogioco, era salito di livello e meritava una promozione. “Credo sia arrivato il momento di darci del tu”, annunciai a sproposito, al termine di una dotta spiegazione sui nevi di Sutton. Interpretai il suo silenzio rassegnato come un entusiastico assenso e accolsi il suo: “Ci rivediamo tra un anno” come suggello della nostra imperitura amicizia. “Questo nevo non era così l’ultima volta…Hai per caso notato da quanto tempo ha cambiato colore?”, ha detto durante l’ultima, recentissima visita. “No”, ho balbettato. “Io lo toglierei…”. “Certo! Se tu dici che è da togliere, togliamo!”, ho risposto, annichilita dall’ansia ma con l’ardore esaltato normalmente riservato alle attività ludico-ricreative preferite. Abbiamo fissato l’intervento una settimana dopo e io sono entrata in un tunnel apocalittico, popolato da mostri, tappezzato da ricordi tristi e da storie dal finale disgraziato. “Secondo te perché sono così preoccupata? Non mi è mai successo prima”, domandavo a mio marito, con cui condividevo, con la perfida e impudica generosità coniugale, i terrificanti presagi sul mio futuro breve e tragico. “Perché invecchi”, rispondeva lui con altrettanta squisita sincerità. Improvvisamente il mio mondo ha assunto contorni più preziosi e fulgidi, ogni dettaglio si è riempito di significati, ogni gesto di urgenza, ogni pensiero di sostanza. La paura acuisce i sensi e illumina di luce nitida tutt’intorno. La miseria della quotidianità si è fatta meraviglia; la noia della ripetitività, ipnotica. Sono stati giorni lunghi, di riflessioni metafisiche e di richiami bruschi alla razionalità. Nel pozzo nero del pessimismo, mi sono ritrovata a domandarmi se era proprio qui che volevo arrivare, se questo bagaglio può essere sufficiente, se posso dirmi felice di dove sono se cambierei qualcosa, se ho rimpianti o rimorsi. Ero impermeabile alle quisquilie, alle paturnie, ai capricci, alla sterilità oziosa, alle minuzie irritanti e risibili. Dopo l’intervento, rapido e indolore, in un raptus di incontenibile affettività ho baciato con trasporto l’amabile medico, che si è tuttavia limitato a u distaccato e professionale: “Bisogna aspettare una settimana per il risultato della biopsia”. Quando finalmente il verdetto è arrivato (“Tutto tranquillo”, diceva il messaggio del dottore), i nodi si sono sciolti, gli interrogativi si sono placati e la quotidianità è tornata prepotente a riempire i miei pensieri e i miei affanni Eppure la paura mi ha dato consapevolezza e, paradossalmente, coraggio. E ho capito che guardarsi da fuori, con lo sguardo alto di chi si sente sospeso, è una pratica terrificante e virtuosa, da esercitare periodicamente. Anche fuori dal tempo della prevenzione.
Claudia de Lillo – Opinioni – Donna di La Repubblica – 7 ottobre 2017 -

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