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sabato 21 ottobre 2017

Lo Sapevate Che: La supremazia del secondo inconscio tecnologico...



Lei Afferma: “Persino la nostra psiche ospita un inconscio tecnologico che sfugge all’interpretazione psicoanalitica, promossa da quella lettura a sfondo umanistico che aveva i suoi referenti nello scenario familiare dove decisivi erano mamma e papà”. Se non ho inteso male, fra le nuove frontiere di studio c’è l’interazione uomo-tecnologia che dimostra, ancora una volta, come tutto ciò con cui entriamo in relazione modifica la nostra natura. Ma quanta consapevolezza c’è da parte di chi “muove” tale inconscio attraverso la tecnologia? Mi pare che, spesso, il mercato comprenda prima e meglio di molte altre “istituzioni” certi tipi di funzionamento.         KatiaBernuzzi  kappaelle11@gmail.com

Freud Ci Ha Spiegato che “l’Io non è padrone in casa propria” perché, accanto alla soggettività che gli riconosciamo, siamo abitati da un’altra soggettività, quella della specie che, per un certo periodo della nostra esistenza, ci fornisce sessualità per la procreazione e aggressività per la difesa della prole. Questa soggettività è inconscia: non le prestiamo la minima attenzione, probabilmente per non essere mortificati dall’idea di essere semplici funzionari della specie. Da cui dipende la nostra nascita casuale e la nostra mrte cui la crudeltà innocente, necessita di nuovi individui in grado di procreare. Del resto, ce lo ricorda Arthur Schopenhauer: “Il soggetto del gran sogno della vita è in un certo senso uno solo: la volontà di vivere”. Oggi però il nostro Io è assediato da un altro inconscio: a quello pulsionale, governato dalle esigenze della specie, se n’è aggiunto uno che potremmo chiamare tecnologico, con riferimento alla razionalità della tecnica che prevede il conseguimento del massimo degli scopi con il minimo impiego di mezzi. Tutto ciò che esce da questo schema, per la tecnica è irrazionale. Scopriamo così che, oltre a essere funzionari della specie, lo diventiamo anche di apparati regolati dalla razionalità tecnica e dai suoi valori: efficienza, funzionalità e produttività. La tecnica non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica “funziona”. E siccome il suo funzionamento sta diventando planetario, non è possibile sottrarvisi, se non pagando il prezzo dell’esclusione sociale. Passando dalla società della disciplina alla società dell’efficienza, il conflitto non è più tra “permesso e proibito”, con potenziale senso di colpa connesso a ogni trasgressione, ma tra “possibile e impossibile”. In questo caso, subentra il senso di inadeguatezza o di insufficienza tra ciò che si è in grado di fare e non, secondo le attese dell’apparato di appartenenza, da cui dipende il riconoscimento della nostra identità e del nostro valore. Da sempre l’identità dipende dal riconoscimento, ma quando il riconoscimento lo attendiamo unicamente dal nostro apparato di appartenenza (che ci valuta solo a partire dalla nostra efficienza e funzionalità), quando la nostra libertà dipende dal ruolo che in quell’apparato rivestiamo, a guisa di attori che recitano la propria parte (“rotulum”, da cui “ruolo”) già scritta e descritta dalle esigenze dell’apparato quando la nostra responsabilità è solo nei confronti del mansionario che ci è stato assegnato e quindi nei confronti dei nostri superiori, senza alcuna attenzione alle conseguenze delle nostre azioni, quando il nostro vicino non è più un compagno di lavoro ma diventa senza volerlo un nostro competitore se è più efficiente e produttivo di noi, allora per evitare il senso di inadeguatezza che ci rende ansiosi, insonni e insicuri, non ci resta che rinunciare ad essere noi stessi. A favore di un’omologazione alle esigenze dell’apparato che, a questo punto, ci riconosce unicamente come sua componente, qualunque sia la macchina: amministrativa, burocratica, industriale o commerciale. Quel tanto di autonomia che il nostro Io, nel corso della storia, ha guadagnato nei confronti dell’inconscio pulsionale governato dalle esigenze della specie, oggi lo consegna all’inconscio tecnologico, a partire dal quale ci giudichiamo più o meno validi, a misura dalla più o meno riuscita integrazione con l’apparato di appartenenza. Ne consegue che l’invito dell’oracolo di Delfi, “Conosci te stesso” in vista della sua autorealizzazione, o quello di Nietzsche, “Diventa ciò che sei”, nella società regolata dalla razionalità tecnica sono praticamente impossibili. E una volta che abbiamo interiorizzato questa impossibilità, l’inconscio tecnologico ci induce a riconoscerci non più nel nostro mondo. Ma unicamente nel mondo predisposto dall’apparato.
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di La Repubblica – 14 ottobre 2017 -

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