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martedì 23 aprile 2024

Lo Sapevate Che: Giornata mondiale del libro: Oggi è la Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore, evento patrocinato dall'UNESCO al fine di promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione del copyright (il cosiddetto diritto d'autore). Il 23 aprile di ogni anno si festeggia, con numerose manifestazioni in tutto il mondo, il piacere della lettura e si valorizza il contributo che gli scrittori danno allo sviluppo della cultura e del progresso nel mondo.


La festa nacque in Catalogna ed inizialmente veniva celebrata il 7 ottobre. Successivamente fu spostata al 23 aprile facendola coincidere con il giorno dedicato a San Giorgio (patrono della Catalogna). In onore del santo, in Catalogna, è usanza che le donne ricevano in regalo dagli uomini una rosa, così divenne consuetudine che i librai omaggiassero con una rosa i clienti per ogni libro acquistato in questa data.

Perché proprio il 23 aprile? La scelta della data avvenne nel 1996 in commemorazione del giorno in cui, nel 1616, morirono tre importanti scrittori: lo spagnolo Miguel de Cervantes, l'inglese William Shakespeare e il peruviano Inca Garcilaso de la Vega (la data di morte di Cervantes e Garcilaso de la Vega è considerata secondo il calendario gregoriano mentre quella di Shakespeare secondo il calendario giuliano, all'epoca in uso nel Regno Unito).

Lo scopo della giornata è quello di diffondere l'amore per la lettura e di accendere i riflettori sugli scrittori, sul loro valore e sulle difficoltà della loro professione
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https://www.mondi.it/almanacco/voce/771001

mercoledì 27 gennaio 2021

Lo Sapevate Che: La storia della liberazione di Auschwitz, 75 anni fa nel 1945

Il 27 gennaio di 75 anni fa i soldati dell'Armata Rossa misero fine al più grande omicidio di massa della storia avvenuto in un unico luogo

 

Il 27 gennaio del 1945 i soldati sovietici dell’Armata Rossa superarono il cancello del campo di sterminio nazista di Auschwitz – quello con la scritta “Arbeit macht frei” – che era già stato evacuato. Quel giorno finì ufficialmente il più grande omicidio di massa della storia avvenuto in un unico luogo: è stato calcolato che ad Auschwitz sono morte più persone che in qualsiasi altro campo di concentramento nazista. Sui numeri non ci sono certezze, ma secondo i dati dell’US Holocaust Memorial Museum, le SS tedesche uccisero almeno 960 mila ebrei, 74 mila polacchi, 21 mila rom, 15 mila prigionieri di guerra sovietici e 10 mila persone di altre nazionalità. Oggi, 38 delegazioni provenienti da paesi di tutto il mondo partecipano alle commemorazioni del cosiddetto “Giorno della memoria”.

Dopo l’invasione della Polonia da parte della Germania nel settembre del 1939 – che segnò l’inizio della Seconda Guerra Mondiale – e dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte dei tedeschi (giugno 1941), le SS iniziarono a mettere in pratica operazioni di eliminazione di massa di intere comunità di ebrei. Nel 1941 fu introdotto l’uso di camere a gas mobili montate su autocarri e i nazisti aprirono diversi campi di sterminio. Un ruolo fondamentale nella cosiddetta “soluzione finale” lo svolse il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Faceva parte di un complesso più grande che comprendeva anche il campo di sterminio di Birkenau e il campo di lavoro di Monowitz. Ad Auschwitz-Birkenau alla fine della primavera del 1943, funzionavano quattro camere a gas che utilizzavano la sostanza tossica nota come Zyklon B.

Nell’estate del 1944, l’offensiva sovietica portò l’esercito fino alla Vistola, a circa 200 chilometri dal campo di concentramento di Auschwitz e all’inizio del 1945 ebbe inizio l’Operazione Vistola-Oder, l’offensiva dell’Armata Rossa per muovere verso il cuore della Germania. A quel punto, i vertici nazisti si resero conto della necessità di procedere con lo smantellamento del lager. Le forze sovietiche entrarono nel campo di Majdanek, vicino a Lublino, Polonia, nel luglio del 1944. Nell’estate del 1944, l’Armata Rossa conquistò anche le zone in cui si trovavano i campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka. Nel novembre del 1944, due mesi prima della liberazione, il ministro dell’interno nazista Heinrich Himmler ordinò di distruggere le camere a gas di Birkenau rimaste ancora in funzione (ma non quelle di Auschwitz) e il 17 gennaio del 1945 ad Auschwitz venne fatto l’ultimo appello generale dei prigionieri.

La SS cominciarono a evacuare il campo a metà gennaio 1945. Migliaia di prigionieri furono uccisi mentre altri, circa 60 mila, furono costretti a un’evacuazione forzata e a prendere parte a quelle che sarebbero poi divenute famose come “marce della morte”. Le marce procedevano in due diverse direzioni: verso nord-ovest, fino a Gliwice, per 55 chilometri lungo i quali venivano raccolti anche i prigionieri dei sottocampi dell’Alta Slesia Orientale (Bismarckhuette, Althammer e Hindenburg); e verso ovest, per circa 60 chilometri, in direzione di Wodzislaw. Durante il cammino, le SS spararono a chiunque cedesse e non fosse più in grado di proseguire: è stato calcolato che circa 15 mila prigionieri siano morti durante queste marce. Chi sopravviveva veniva invece caricato su treni merci e portato nei campi di concentramento in Germania.

Il 27 gennaio quando verso mezzogiorno le prime truppe sovietiche del generale Kurockin entrarono ad Auschwitz trovarono circa 7 mila prigionieri che erano stati lasciati nel campo. Molti erano bambini e una cinquantina di loro aveva meno di otto anni (erano sopravvissuti perché erano stati usati come cavie per la ricerca medica). I sovietici trovarono anche cumuli di vestiti e tonnellate di capelli pronti per essere venduti. E poi occhiali, valigie, utensili da cucina e scarpe: il museo di Auschwitz, tra le altre cose, possiede più di 100 mila paia di scarpe.

L’arrivo dei soldati russi è stato descritto da Primo Levi nel primo capitolo de “La tregua”, intitolato “Il disgelo”. Levi si trovava nel lager di Monowitz:

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.

Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo.

(…) Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai compagni. Per tutto il resto della giornata non avvenne nulla, cosa che non ci sorprese, ed a cui eravamo da molto tempo avvezzi.

(…) Il mattino ci portò i primi segni di libertà. Giunsero (evidentemente precettati dai russi) una ventina di civili polacchi, uomini e donne, che non pochissimo entusiasmo si diedero ad armeggiare per mettere ordine e pulizia fra le baracche e sgomberare i cadaveri. Verso mezzogiorno arrivò un bambino spaurito, che trascinava una mucca per la cavezza; ci fece capire che era per noi, e che la mandavano i russi, indi abbandonò la bestia e fuggì come un baleno. Non saprei dire come, il povero animale venne macellato in pochi minuti, sventrato, squartato, e le sue spoglie si dispersero per tutti i recessi del campo dove si annidavano i superstiti.

A partire dal giorno successivo, vedemmo aggirarsi per il campo altre ragazze polacche, pallide di pietà e di ribrezzo: ripulivano i malati e ne curavano alla meglio le piaghe. Accesero anche in mezzo al campo un enorme fuoco, che alimentavano con i rottami delle baracche sfondate, e sul quale cucinavano la zuppa in recipienti di fortuna. Finalmente, al terzo giorno, si vide entrare in campo un carretto a quattro ruote, guidato festosamente da Yankel, uno Häftling: era un giovane ebreo russo, forse l’unico russo fra i superstiti, ed in quanto tale si era trovato naturalmente a rivestire la funzione di interprete e di ufficiale di collegamento coi comandi sovietici. Tra sonori schiocchi di frusta, annunziò che aveva incarico di portare al Lager centrale di Auschwitz, ormai trasformato in un gigantesco lazzaretto, tutti i vivi fra noi, a piccoli gruppi di trenta o quaranta al giorno, e a cominciare dai malati più gravi.

https://www.ilpost.it/2015/01/27/liberazione-auschwitz/auschwitz-9/

 

lunedì 17 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Francesco Cossiga, ottavo Presidente della Repubblica Italiana, politico, giurista e docente


Alla mia veneranda età accade di dover essere alle prese con i medici. Ma la malattia finisce per essere una cosa bellissima, quando aiuta ad allontanare la tentazione della politica.”  Francesco Cossiga
Segreti e picconi
Francesco Cossiga nasce il 26 luglio 1928 a Sassari. E' senza dubbio uno dei politici italiani più longevi e più prestigiosi. La sua è una carriera che sembra non chiudersi mai. Enfant prodige della Democrazia Cristiana del dopoguerra, ha ricoperto tutti gli incarichi di governo possibili, dal ministero dell'Interno, alla presidenza del Consiglio, fino alla presidenza della Repubblica.
Il giovane Francesco non perde tempo: consegue la maturità a sedici anni, e quattro anni dopo la laurea in Giurisprudenza. A diciassette anni è già iscritto alla Dc. A 28 è segretario provinciale. Due anni dopo, nel 1958, entra a Montecitorio. E' il più giovane sottosegretario alla Difesa nel terzo governo guidato da Aldo Moro; è il più giovane ministro dell'Interno (fino ad allora) nel 1976 a 48 anni; è il più giovane presidente del Consiglio (fino ad allora) nel 1979 a 51; il più giovane presidente del Senato nel 1983 a 51 anni e il più giovane presidente della Repubblica nel 1985 a 57 anni.
Francesco Cossiga è passato indenne attraverso il fuoco di feroci polemiche dei cosiddetti "anni di piombo". Negli anni '70 è identificato dall'estrema sinistra come il nemico numero uno: il nome "Kossiga", viene scritto sui muri con la "K" e le due esse runiche delle Ss naziste. Il sequestro di Aldo Moro (16 marzo-9 maggio 1978) è il momento più difficile della sua carriera. Il fallimento delle indagini e l'uccisione di Moro lo costringono alle dimissioni.
Sui 55 giorni del sequestro, le polemiche e le accuse a Cossiga sembrano non finire mai.
C'è chi accusa Cossiga di inefficienza; altri sospettano addirittura che il "Piano di emergenza" predisposto da Cossiga non mirasse affatto alla liberazione dell'ostaggio. La accuse sono pesantissime e per anni Cossiga si difenderà in modo sempre fermo e tenace, come il suo carattere.
In gran parte dell'opinione pubblica è radicata la convinzione che sia tra i depositari di molti misteri italiani degli anni del terrorismo. In un'intervista Cossiga ha dichiarato: "Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto".
Presidente del Consiglio nel 1979, è accusato di favoreggiamento nei confronti del terrorista di "Prima Linea" Marco Donat Cattin, figlio del politico Dc Carlo. Le accuse saranno dichiarate infondate dalla commissione inquirente. Il suo governo cade nel 1980, impallinato dai "franchi tiratori" Dc che bocciano il suo "Decretone economico" che avrebbe dovuto benedire l'accordo Nissan e Alfa Romeo. Per un voto Cossiga cade e con lui l'intesa. Un giornale titola ironico: "Fiat voluntas tua", alludendo alla soddisfazione dell'industria automobilistica di Torino per il mancato sbarco in Italia dei giapponesi. Per qualche anno Francesco Cossiga rimane nell'ombra, scalzato dalla Dc del "preambolo" che chiude a qualsiasi ipotesi di accordo col Pci.
Nel 1985 Cossiga viene eletto Presidente della Repubblica Italiana con una maggioranza record: 752 voti su 977 votanti. Per lui Dc, Psi, Pci, Pri, Pli, Psdi e Sinistra Indipendente. Per cinque anni ricopre il ruolo di "presidente notaio", discreto e pignolo nell'attenersi alla Costituzione. Nel 1990 cambia stile. Diventa il "picconatore", attacca CSM (il Consiglio Superiore della Magistratura), la Corte Costituzionale e il sistema dei partiti. Lo fa, dice, per "togliersi qualche sassolino dalle scarpe".
Cossiga sollecita una grande riforma dello Stato e se la prende con singoli esponenti politici. C'è chi arriva a dargli del matto: lui risponde di "farlo, non di esserlo. E' diverso".
Nel 1990, quando Giulio Andreotti rivela l'esistenza di "Gladio", Cossiga attacca praticamente tutti, soprattutto la Dc dalla quale si sente "scaricato". Il Pds avvia la procedura di impeachment. Attende le elezioni del 1992 e poi si dimette con un discorso televisivo di 45 minuti. Esce di scena volontariamente: tutto il sistema che critica e accusa da due anni, crollerà pochi mesi dopo.
Ricompare a sorpresa nell'autunno del 1998, al momento della crisi del governo Prodi. Fonda l'Udeur (Unione democratici per l'Europa) e dà un sostegno decisivo alla nascita del governo di Massimo D'Alema. L'idillio dura poco. Dopo meno di un anno Cossiga lascia l'Udeur e torna a fare il "battitore libero" con l'Upr (Unione per la Repubblica). Alle elezioni politiche del 2001 dà l'appoggio a Silvio Berlusconi, tuttavia in seguito, in Senato, non voterà la fiducia.
Francesco Cossiga muore il 17 agosto 2010.


lunedì 3 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Joseph Conrad, grande maestro de romanzo europeo dell’Ottocento, vita e creazione letteraria ebbero in lui un comune denominatore: l’avventura


L'inconscio fa capolino
I romanzi di Joseph Conrad, considerato uno degli autori principali a cavallo tra '800 e '900, sono storie di mare e di avventura: storie di uomini che vivono sulle onde, trascinati e trascinatori di navi che affrontano la straordinaria solitudine delle acque, infide, infinite, divoratrici di mondi, preda continua dei rischi. E in effetti prima che un romanziere, Conrad fu veramente un uomo di mare: orfano di madre e con il padre incarcerato per questioni politiche (la famiglia era originaria di una parte della Polonia annessa alla Russia), crebbe nel sogno di solcare i mari in libertà e lontano dalla terra che gli aveva procurato, fin dall'infanzia, tanto dolore.
Joseph Conrad, pseudonimo di Teodor Jòzef Konrad Korzeniowski, pur essendo nato in Polonia (a Berdicev il giorno 3 dicembre 1857), è di fatto considerato uno scrittore inglese. La sua famiglia apparteneva alla nobiltà terriera della Polonia, a quel tempo sotto il dominio russo. Il padre, patriota e uomo di lettere, muore nel 1867 , dopo molti anni di esilio politico (la madre era già morta nel 1865). Affidato alla tutela di uno zio, il giovane Conrad compie gli studi secondari a Cracovia.
A soli diciassette anni, spinto da un'irresistibile vocazione per la vita di mare, parte per Marsiglia, dove s'imbarca come semplice marinaio. Navigare significa per lui conoscere soprattutto il mondo marinaresco che si identificava anche in traffici, contrabbando, uomini che si imbarcavano per sfuggire a chissà quale colpa. Significava insomma incontrare mondi che stavano, non solo geograficamente, agli antipodi dell'Europa civile. Dopo lunga esperienza serve nella marina mercantile francese e, dal 1878, in quella britannica, dove raggiunge il grado di capitano di lungo corso. Nel 1886 diventa cittadino inglese.
Per vent'anni viaggia per quasi tutti i mari, ma soprattutto nell'arcipelago malese. L'attenzione ottenuta dal suo primo romanzo "La follia di Almayer", e l'incoraggiamento di alcuni scrittori (Galsworthy, WellsFord Madox Ford, Edward Gamett) lo inducono, lasciata la marina e stabilitosi in Inghilterra, a dedicarsi interamente all'attività letteraria.
Caso più unico che raro, Conrad diviene un maestro della letteratura scrivendo in una lingua non sua, appresa quando era già un uomo fatto. Il suo tema fondamentale è la solitudine dell'individuo, in balìa dei ciechi colpi del caso di cui il mare è spesso eletto a simbolo. L'eroe solitario di Joseph Conrad è quasi sempre un fuggiasco o un reietto, segnato dalla sventura o dal rimorso, stretto parente dell'angelo caduto caro ai romantici, che conquista la sua identità affrontando con stoicismo le prove che il destino gli ha riservato.
Tra i suoi tanti capolavori, ricordiamo "Un reietto delle isole" (1894), "Il negro del Narciso" (1896), "Gioventù" (1898), "Cuore di tenebra" (una forte denuncia del colonialismo e un romanzo che, forse pochi lo sanno, ha costituito il canovaccio per il film di Francis Ford Coppola "Apocalipse Now"), "Tifone" e "Lord Jim" (1900).
In questi lavori Conrad sonda gli stadi evolutivi dell'inconscio che a tratti sembrano anticipare la tecnica dello "stream of consciousness" che poi Virginia Woolf e James Joyce trasformeranno in genere letterario.
Dopo altre diverse pubblicazioni, ottiene un buon successo con "La linea d'ombra" (1917), altro capolavoro assoluto, divenuto l'emblema della difficoltà di crescere e di ciò che questo passaggio comporta.
Irripetibile scrittore, sondatore come pochi dell'animo umano, Joseph Conrad muore per attacco cardiaco il 3 agosto 1924, a Bishopsboume Kent (Ucraina). https://biografieonline.it/biografia-joseph-conra

lunedì 6 luglio 2020

Lo Sapevate Che: Guy de Maupassant, figura letteraria di spicco della seconda metà dell’Ottocento


 Il successo del racconto moderno
Henry-René-Albert-Guy de Maupassant nasce presso il Castello di Miromesnil, vicino a Dieppe (Francia) il giorno 5 agosto 1850.
Ricordato come uno dei fondatori del racconto moderno, Maupassant è stato influenzato in modo forte da Zola e Flaubert, nonché dalla filosofia di Schopenhauer. I suoi racconti come i suoi romanzi presentano un'ampia denuncia della società borghese, della sua stupidità, della sua cupidigia e della sua crudeltà. Gli uomini sono spesso descritti come vere e proprie bestie e l'amore si riduce per loro ad una funzione puramente fisica. Questo forte pessimismo pervade tutta l'opera di Maupassant.
Le sue novelle si contraddistinguono per uno stile breve e sintetico e per il modo ingegnoso in cui le singole tematiche vengono sviluppate. Alcuni suoi racconti rientrano inoltre nel genere horror.
La famiglia Maupassant era originaria della Lorena ma si era spostata in Normandia intorno alla metà del XIX secolo. Il padre nel 1846 sposa Laure le Pottevin, giovane donna appartenente all'alta borghesia. Laure, assieme al fratello Alfred, era stata compagna di giochi di Gustave Flaubert, il figlio del chirurgo di Rouen, che come detto eserciterà una forte influenza nella vita di Maupassant. La madre era una donna dotata di un particolare talento letterario, appassionata di classici, in particolare Shakespeare. Separatasi dal marito, si prende cura dei suoi due figli, Guy ed il fratello più giovane Hervé.
Guy vive con la madre a Étretat fino all'età di tredici anni; la loro dimora casa è la Villa dei Verguies, dove tra il mare ed un entroterra lussureggiante, Guy cresce appassionandosi alla natura e agli sport da praticare all'aperto.
Successivamente Guy studia presso il seminario a Yvetot, luogo da dove farà di tutto per farsi espellere. Sviluppa una forte ostilità nei confronti della religione. In seguito viene iscritto al Lycée du Rouen dove eccelle per le sue doti letterarie; in questi anni si dedica alla poesia e prende parte ad alcune rappresentazioni filodrammatiche.
Conseguita la laurea nel 1870, scoppia la guerra franco-prussiana e decide di arruolarsi come volontario. Combatte con onore e dopo la guerra, nel 1871, lascia la Normandia per recarsi a Parigi. Qui trascorrerà dieci anni lavorando come impiegato presso il Dipartimento Navale. Dopo un lungo e noioso periodo, Gustave Flaubert prende Guy de Maupassant sotto la sua protezione, accompagnandolo al debutto nell'ambito del giornalismo e della letteratura.
A casa di Flaubert conosce il romanziere russo Ivan Turgenev ed il francese Émile Zola, così come molti altri protagonisti della scuola realista e naturalista. Maupassant inizia a scrivere versi interessanti e brevi operette teatrali.
Nel 1878 viene trasferito al Ministero della Pubblica Istruzione, divenendo un importante curatore di giornali di successo come Le Figaro, Gil Blas, Le Gaulois e L'Echo de Paris. La stesura di romanzi e racconti avviene solo nel tempo libero.
Nel 1880 Maupassant pubblica il suo primo capolavoro, il racconto "Boule de Suif", che riscuote un immediato e straordinario successo. Flaubert lo definisce "un capolavoro destinato a durare nel tempo". Il suo primo racconto lo rende famoso: così galvanizzato lavora in modo metodico arrivando a scrivere dai due ai quattro volumi all'anno. Il periodo che va dal 1880 al 1891 è caratterizzato da un intenso lavoro. Maupassant combina talento e senso pratico per gli affari, doti che gli garantiranno salute e ricchezza.
Nel 1881 pubblica "La Maison Tellier", il suo primo volume di racconti: nei due anni successivi il volume arriverà a contare dodici edizioni.
Nel 1883 termina il romanzo "Une vie", che vende 25.000 copie in meno di un anno. Il secondo romanzo "Bel-Ami" appare nel 1885 e raggiunge lo straordinario numero di 37 ristampe in quattro mesi. L'editore "Harvard" commissiona a Maupassnt nuovi romanzi. Questi senza grossi sforzi, scrive dei testi interessanti dal punto di vista stilistico e descrittivo, ed estremamente profondi dal punto di vista del contenuto. In questo periodo scrive "Pierre et Jean", opera da molti considerata il suo vero capolavoro.
Maupassant Provava una sorta di naturale avversione nei confronti della società e per questo motivo amava la solitudine e la meditazione. Viaggia molto, navigando con il suo yacht privato "Bel Ami" - così chiamato in onore del suo romanzo - tra Algeria, Italia, Gran Bretagna, Sicilia e Auvergne. Da ciascuno dei suoi viaggi torna con un nuovo volume.
Dopo il 1889 sono pochissime le volte che fa ritorno a Parigi. In una lettera ad un amico confida che ciò era dovuto al fastidio che egli provava nel vedere la Tour Eiffel, da poco inaugurata: non a caso era stato, assieme a molte altre personalità della cultura francese dell'epoca, uno dei firmatari della petizione con la quale si chiedeva di sospenderne la costruzione.
I numerosi viaggi e l'intensa attività letteraria non impediscono a Maupassant di stringere amicizie con importanti personaggi del mondo letterario del tempo: tra questi in particolare vi sono Alexandre Dumas figlio e il filosofo e storico Hippolyte Taine.
Durante gli anni che consacrano il successo delle opere di Maupassant, Flaubert continuerà a comportarsi come un padrino, una sorta di guida letteraria.
Nonostante una costituzione apparentemente robusta, la salute si deteriora e anche l'equilibrio mentale di Maupassant entra in crisi. Si è quasi certi cha la causa dei mali è da attribuire alla sifilide, ereditata dal padre o forse trasmessa dall'occasionale rapporto avuto con qualche prostituta.
Frequenti stati allucinatori accompagnano la costante paura della morte. In seguito all'ennesimo tentativo di suicidio, lo scrittore viene internato nella celebre clinica del dottor Blanche, a Passy.
Dopo diciotto mesi di pazzia furiosa, Guy de Maupassant muore il 6 luglio 1893 all'età di 43 anni. E' sepolto nel cimitero di Montparnasse, a Parigi.  https://biografieonline.it/biografia-guy-de-maupassant

lunedì 11 maggio 2020

Lo Sapevate Che: Salvador Dalì, artista poliedrico e tra i più eccentrici del Novecento, il maggior esponente della corrente surrealista


Surrealmente
Cocktail ben assortito di genialità e delirio, pittore del surreale e di mondi onirici, Salvador Dalì ha avuto una vita segnata dalla stranezza fin dal principio. Nato a Figueras il giorno 11 maggio 1904 - il nome completo è Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí Domènech, marchese di Pùbol - dopo tre anni dalla morte del primo fratello, il padre pensò bene di chiamarlo allo stesso modo, forse per non essere mai riuscito a dimenticare il primogenito. Una circostanza un po' "malata", che non ha certo giovato all'equilibrio mentale del piccolo Salvador, il quale, natìo della Catalogna, appena adolescente espone alcuni dipinti presso il teatro municipale della sua cittadina, riscuotendo un significativo apprezzamento critico.
Nel 1921 si iscrive all'Accademia di belle arti di San Fernando a Madrid, dove stringe amicizia con il regista Luis Buñuel e il poeta Federico Garcìa Lorca. Con quest'ultimo trascorre l'estate a Cadaqués nel 1925. L'anno successivo soggiorna a Parigi, dove incontra Pablo Picasso, e viene espulso dall'Accademia. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall'opera di Giorgio De Chirico. Negli anni successivi il suo sodalizio artistico e intellettuale con Lorca e Buñuel produce lavori di scenografia teatrale e cinematografica, come i due celebri film "Un chien andalou "e "L'âge d'or".
Sul piano pittorico ben presto la sua attenzione viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max ErnstMiró e Tanguy, i maestri dell'inconscio tradotto su tela. Nel 1929 entra finalmente nel gruppo dei surrealisti e nel 1931, insieme a Breton, elabora gli "oggetti surrealisti a funzione simbolica". Ma il surrealismo di Salvador Dalí è comunque fortemente personalizzato: ispirato a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa, levigata e fredda.
Nel 1930 pubblica "La femme visible", saggio dedicato a Gala, sua moglie dal 1929, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalí, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante, talvolta macabro. Qualche anno dopo si scontra con i surrealisti a proposito del dipinto "L'enigma di Guglielmo Tell", sinché nel 1936 avviene una prima rottura con il gruppo di Breton, che diventerà definitiva tre anni dopo. Nel frattempo Dalí aveva partecipato all'Esposizione internazionale dei surrealisti a Parigi e ad Amsterdam.
Tra il 1940 e il 1948 vive a New York, insieme a Gala Éluard, occupandosi di moda e design. In questi anni ha occasione di esporre le sue opere al Museum of Modern Art insieme a Miró e di contribuire, con il disegno delle scene, al film di Alfred Hitchcock "Io ti salverò". Al termine del soggiorno statunitense rientra in Europa insieme a Gala.
Nel 1949 prosegue l'attività scenografica per il cinema collaborando con Luchino Visconti. Nel decennio sucessivo espone in Italia, a Roma e Venezia, e a Washington. Nel 1961 viene messo in scena a Venezia il Ballet de Gala, con coreografie di Maurice Béjart. Sono molte le esposizioni negli anni successivi, a New York, Parigi, Londra, sino all'importante antologica a Madrid e Barcellona nel 1983.
Sette anni dopo espone le sue opere stereoscopiche al Guggenheim Museum e a maggio del 1978 viene nominato membro dell' Accadémie des Beaux-Artes di Parigi. L' anno seguente si tiene una retrospettiva di Dalí al centre Georges Pompidou di Parigi, trasferita poi alla Tate Gallery di Londra. Il 10 giugno 1982 muore Gala e nel luglio dello stesso anno gli viene conferito il titolo di "archese di Pùbol" Nel maggio del 1983 dipinge "La coda di rondine", suo ultimo quadro. Nel 1984 riporta gravi ustioni a causa dell'incendio della sua camera al castello di Pùbol, dove ormai risiede stabilmente. Salvador Dalì muore il 23 gennaio 1989 nella torre Galatea a causa di un colpo apoplettico.
In rispetto alle sue volontà viene sepolto nella cripta del Teatro-Museo Dalí a Figueras. Nel suo testamento lascia allo Stato spagnolo tutte le opere e le sue proprietà. Viene organizzata una grande retrospettiva postuma nella Staatsgalerie di Stoccarda, trasferita poi alla Kunsthaus Zurich.
Opere significative di Salvador Dalì

giovedì 1 agosto 2019

Lo Sapevate Che: La prima cosa bella di giovedì 1 agosto 2019



La prima cosa bella di giovedì 1 agosto 2019 sono 4 giovani in vacanza nel Golfo di Napoli. Uno scrive una cartolina, poi la strappa perché ogni cartolina riflette in una forma depravata l'idea di una realtà mitica e senza tempo. Il secondo ne è innamorato in maniera silenziosa quanto ossessiva, ma non glielo dice perché balbetta, allora gli dedica poesie. Il terzo è in fuga dal mondo dell'acciaio e dal rigore paterno, verso il regno delle acque e degli orizzonti aperti. I genitori che lo vogliono nell'azienda di famiglia gli hanno tagliato i viveri, ma a lui importa soltanto continuare a scrivere di ciò che veramente pensa conti qualcosa. L'ultimo si invaghisce di una ragazza lettone che fa teatro, la rimorchia traducendo per lei "mandorle" da un fruttivendolo, ma quando gliele vuole portare a casa le rovescia tutte per terra. E' l'inizio di un amore. Sono felici. Lo sfondo è "un paese in cui i vulcani sono istituzioni e i truffatori la fanno franca". I quattro giovani sono Theodor Adorno, Siegfrid Kracauer, Walter Benjamin e Alfred Sohn-Rethel. Era la metà gli Anni Venti, confine di un'epoca, agonia d'Europa. Come scrive Martin Mittelmeier in "Adorno a Napoli", pubblicato da Feltrinelli, tra i demoni della Costiera Amalfitana, il labirinto di Sorrento e le esplosioni di Positano nasceva la filosofia del Novecento. Il paesaggio si fece progetto. E' stato ferito in ogni maniera, ma ancora vive.  

giovedì 25 luglio 2019

Lo Sapevate Che: Cultura: Chi ha inventato l'aria condizionata?...


D’estate ci affidiamo a lei per sfuggire al caldo torrido, anche se è meglio non abusarne sia per la nostra salute che per quella del pianeta. Ma chi ha inventato l'aria condizionata?
  
La sua invenzione non sarà stata determinante per le sorti dell'umanità come quella della ruota o del computer, ma nelle giornate più calde l'aria condizionata rimane uno dei prodotti del progresso più apprezzati dalle masse boccheggianti per la grande afa estiva.
Ma come è nata? Chi fu il primo a ideare un marchingegno in grado di donarci tanta frescura?
L'ANTENATO

I primi tentativi di refrigerare l'aria di un ambiente risalgono addirittura al XIX secolo, quando un certo John Gorrie, di professione medico, tentava di alleviare le sofferenze dei malati di malaria. Per farlo aveva installato un rudimentale strumento che, soffiando addosso ad alcuni contenitori di ghiaccio appesi sul soffitto, rinfrescava l'aria della stanza. Successivamente, nel 1851, il dottore americano migliorò la sua "creatura" realizzando un vero e proprio macchinario refrigeratore a gas.
Quella però era un'epoca d'inventori e dunque furono in molti a riprendere l'idea di Gorrie per costruire una macchina capace di raffreddare l'aria a comando 

LA STORIA DELL'ARIA CONDIZIONATA 

La corsa per realizzare un'efficiente strumento per rinfrescare gli ambienti fu vinta dall'eccentrico Willis Carrier.
Egli era un'ingegnere in una fabbrica d'impianti industriali ma era costantemente interessato da tutto ciò che lo circondava. Secondo la testimonianza dell'adorata figlioccia Edna M. Littlehales (Edna era figlia di un amico dell'inventore, ma quando l'uomo morì, fu proprio Carrier a crescere la piccola)  lo "zio Willis" dedicava la maggior parte del suo tempo a fare esperimenti ed osservazioni scientifiche.
Proprio in seguito ai suoi studi sull'umidità dell'aria Carrier cominciò a lavorare ad un sistema per combattere il caldo negli ambienti chiusi. Da giovane si era infatti reso conto dell'importanza di mantenere freschi alcuni spazi quando, lavorando con una stampante a colori, si era accorto che il calore alterava la qualità delle fotografie.
La sua trovata fu quella di mettere a punto un apparecchio dotato di due batterie di tubi: la prima batteria conteneva acqua fredda, l'altra era percorsa da acqua refrigerata dall'evaporazione di ammoniaca. L'invenzione di Carrier prevedeva un circolo continuo dei vari liquidi e quindi l'aria veniva seccata - cioè privata di umidità - e raffreddataanche per lunghi periodi di tempo. Era la prima aria condizionata!

  
IL NOME

Il termine "aria condizionata" (in inglese air-conditioning) però non era di Willis Carrier. A coniarlo fu un altro ingegnere americano, Stuart Warren Cramer, che ne parlò nel 1906, proprio l'anno in cui il nostro Carrier brevettò la sua idea.

CONDIZIONATORI? OK, MA CON PARSIMONIA... 
Grazie all'invenzione di Carrier (che nel 1915 fondò una vera compagnia per la produzione dei suoi condizionatori) oggi l'aria condizionata ci permette di lavorare e studiare in spazi chiusi senza dover grondare sudore, ma questo non significa che dobbiamo abusarne.

Recenti studi infatti hanno dimostrato come le emissioni prodotte dagli impianti dei condizionatori siano dannose per l'ambiente. Pertanto, nonostante i nuovi modelli abbiano già ridotto il proprio impatto ambientale, sarebbe meglio accendere l'aria condizionatore solo quando il caldo è davvero insopportabile.

Altrimenti, per avere un po' di fresco oggi, rischiamo di trovarci un pianeta più caldo domani!