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mercoledì 20 marzo 2024

Lo Sapevate Che: Einstein pubblica la "Teoria generale della Relatività": Una rivoluzione filosofico-scientifica in 54 pagine. Tante ne occorsero ad Albert Einstein nel saggio I fondamenti della teoria della Relatività generale (Die Grundlage der allgemeinen Relativitätstheorie), per ridefinire le leggi della fisica classica e offrire una chiave di lettura della realtà.


Pubblicato il 20 marzo del 1916, sulla rivista "Annali della Fisica" (Annalen der Physik), con esso superò l'idea newtoniana di spazio e tempo come enti assoluti e separati l'uno dall'altro, introducendo un modello di Universo costruito sul concetto di uno spaziotempo a quattro dimensioni. In base a questa teoria, il fenomeno della gravità non veniva ad essere altro che un effetto della curvatura dello spaziotempo.

Conclusioni di portata rivoluzionaria che aprirono un nuovo orizzonte nel campo della Fisica e dello studio del Cosmo, portando a compimento dieci anni di studi avviati sulla base della Teoria della relatività ristretta, elaborata dallo scienziato tedesco nel 1905.

https://www.mondi.it/almanacco/voce/9228001

 

 

venerdì 14 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Raoul Bova, è un attore, regista ed ex nuotatore italiano


Raoul Bova nasce il 14 agosto 1971 a Roma, figlio di genitori con origini calabresi e campane. Diplomatosi all'Istituto Magistrale "Jean-Jacques Rousseau", prova a dedicarsi al nuoto agonistico (a quindici anni aveva vinto i campionati italiani giovanili nei 100 metri dorso) ma nel giro di breve tempo, complici gli scarsi risultati ottenuti, lo abbandona; si iscrive quindi all'Isef, ma non termina gli studi. Dopo aver prestato servizio militare nel corpo dei Bersaglieri (assumendo, presso la scuola sottufficiali dell'esercito, l'incarico di istruttore di nuoto), si iscrive alla scuola di recitazione di Beatrice Bracco.
Intraprende quindi la carriera di attore e, nel 1992, esordisce al cinema nel film di Roberto D'Agostino "Mutande pazze" (grazie all'intervento del produttore artistico Fiorenzo Senese) al fianco di Eva Grimaldi. Nello stesso anno viene diretto da Pino Quartullo nel film "Quando eravamo repressi" (non accreditato) e da Stefano Reali in "Una storia italiana", miniserie in onda su Raiuno che ripercorre la storia di Carmine e Giuseppe Abbagnale, fratelli campioni di canottaggio.
Il primo vero ruolo di rilievo per Bova arriva nel 1993, grazie a "Piccolo grande amore", film di Carlo Vanzina in cui interpreta un maestro di surf, Marco, che si innamora di una principessa straniera (Barbara Snellenburg). Nel 1995 recita in "Palermo Milano solo andata", poliziesco di Claudio Fragasso con protagonista Giancarlo Giannini, mentre l'anno successivo suscita scandalo con "La lupa", diretto da Gabriele Lavia, film con Monica Guerritore tratto dalla novella omonima di Giovanni Verga. Dopo aver preso parte a "Ninfa plebea" e "Il sindaco", rispettivamente di Lina Wertmuller e Ugo Fabrizio Giordani, interpreta il Commissario Breda nell'ottava e nella nona stagione de "La piovra", in onda nel 1997 e nel 1998 per la regia di Giacomo Battiato, e torna a lavorare con Stefano Reali nella miniserie "Ultimo". Dopo "Rewind", film di Sergio Gobbi, l'attore romano è protagonista di "Ultimo - La sfida", di Michele Soavi, e recita per Pupi Avati in "I cavalieri che fecero l'impresa".
Raoul Bova negli anni 2000
Protagonista di un cameo nella fiction di Canale 5 "Distretto di polizia", dove veste i panni del marito del commissario Scalise ucciso in un agguato nella prima puntata, fa parte del cast della miniserie "Il testimone", di Michele Soavi, e nel 2002 tenta la carriera americana recitando in "Avenging Angelo", di Martyn Burke, al fianco di Sylvester Stallone. Seguiranno "Under the Tuscan sun" (in Italia, "Sotto il sole della Toscana"), con Diane Lane, per la regia di Audrey Wells, nel 2003, e "Alien vs Predator", nel 2004. Nel frattempo, nel 2003 Raoul Bova era stato protagonista di "La finestra di fronte", insieme con Giovanna Mezzogiorno, per la regia dell'italo-turco Ferzan Ozpetek. Dopo aver fatto parte del cast di "Ultimo - L'infiltrato", di Michele Soavi, l'interprete laziale torna negli Usa nella serie "A proposito di Brian", al fianco di Rosanna Arquette, mentre in Italia ripristina il sodalizio con Soavi per la fiction "Nassiriya - Per non dimenticare", ispirata alla strage di italiani in Iraq.
Nel 2007 produce e recita in "Io, l'altro", diretto da Mohsen Melliti, che vince il titolo di miglior opera prima al Magna Grecia Film Festival di Soverato (in Calabria), e veste i panni di Roberto Escalone nel telefilm americano "The Company", con Michael Keaton. Tornato a lavorare con Claudio Fragasso in "Milano-Palermo: il ritorno", nel 2008 Raoul Bova si presta alla commedia romantica, interpretando il protagonista di "Scusa ma ti chiamo amore", film campione di incassi diretto da Federico Moccia tratto dall'omonimo romanzo, in cui veste i panni di un trentasettenne che si innamora di una studentessa con vent'anni meno di lui (interpretata da Michela Quattrociocche).
Apparso nel kolossal di Giuseppe Tornatore "Baarìa", recita ancora per Gabriele Lavia in "Liolà", al fianco di Giancarlo Giannini. Nel 2009 Bova trascorre un mese in compagnia di membri delle forze dell'ordine per il film-documentario "Sbirri", in cui vengono documentari arresti e retate, soprattutto a Milano, per reati di droga. Il film è prodotto dalla moglie di Raoul, Chiara Giordano (figlia dell'avvocato Annamaria Bernardini De Pace). Nello stesso periodo, l'attore presenta al Giffoni Film Festival "15 secondi", un cortometraggio da lui prodotto, in cui recita al fianco di Ricky Memphis, Claudia Pandolfi e Nino Frassica, per la regia di Gianluca Petrazzi.
Tornato alla fiction di Canale 5 con "Intelligence - Servizi & segreti", in cui presta il volto a Marco Tancredi, torna a lavorare con Federico Moccia per il sequel di "Scusa ma ti chiamo amore", intitolato "Scusa ma ti voglio sposare", a sua volta tratto dal romanzo omonimo.
Gli anni 2010
Nel 2010, il suo nome compare accanto a quello di grandi star internazionali come Johnny Depp e Angelina Jolie al cinema, grazie a un'apparizione nel film di Florian Henckel von Donnersmarck "The Tourist", girato tra Parigi e Venezia. L'anno successivo Raoul Bova viene diretto da Claudio Macor in "Out of the night", mentre in televisione, sfruttando il suo passato di nuotatore, è protagonista di "Come un delfino", miniserie ispirata alla storia di Domenico Fioravanti, costretto a interrompere la carriera per motivi di salute.
In seguito, Raoul Bova diventa uno dei volti più richiesti della commedia italiana contemporanea: interpreta un neuropsichiatra infantile in "Immaturi", di Paolo Genovese, e, dopo aver ricevuto il premio "Eccellenza nel cinema e nello spettacolo" da parte della "Sorridendo! Onlus", è uno dei figli del politico Michele Placido nella commedia di Massimiliano Bruno "Viva l'Italia". Tornato sul set con Paolo Genovese per il sequel di "Immaturi", intitolato "Immaturi - Il viaggio", nel 2013 Bova viene diretto da Edoardo Leo in "Buongiorno papà", al fianco di Marco Giallini, mentre in televisione riscuote un ottimo successo di ascolti con "Ultimo - L'occhio del falco", in onda su Canale 5.
Sempre sulla rete ammiraglia Mediaset è protagonista e regista di "Come un delfino - La serie". A cavallo tra l'estate e l'autunno del 2013 l'attore sale agli onori delle cronache a causa di un presunto ricovero in ospedale per colpa di una peritonite (episodio mai chiarito), e annuncia ufficialmente la separazione dalla moglie Chiara Giordano. Intervistato dal settimanale "Vanity Fair", smentisce che il motivo della fine del suo matrimonio sia rappresentato dalla sua (non confermata) omosessualità. Sembra invece che la causa sia stata la relazione sentimentale con Rocío Muñoz Morales, modella a attrice spagnola (ma anche ballerina e conduttrice tv), che qualche tempo dopo diventa la sua nuova compagna.
La seconda metà degli anni 2010
Dopo aver recitato in "Indovina chi viene a Natale?" (2013, di Fausto Brizzi) e "Fratelli unici" (2014, di Alessio Maria Federici), Bova è presente nei film "Sei mai stata sulla Luna" (2015, di Paolo Genovese), "La scelta" (2015, di Michele Placido) e "Torno indietro e cambio vita" (2015, di Carlo Vanzina). Nel 2016 recita nella produzione internazionale "Tutte le strade portano a Roma" (All Roads Lead to Rome), per ls regia di Ella Lemhagen, con Sarah Jessica Parker. Nel frattempo non smette anche di lavorare per produzioni legate alla tv: "I Medici - Lorenzo il Magnifico", serie TV del 2018 e "Ultimo - Caccia ai Narcos" (Miniserie TV, 2018).

lunedì 10 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Lorella Cuccarini, conduttrice televisiva e showgirl, cantante e ballerina, lanciata da Pippo Baudo


 La più amata dagli italiani
Lorella Cuccarini nasce a Roma il 10 agosto 1965 (Leone, ascendente Ariete). Inizia a frequentare i corsi di danza a nove anni nella scuola di Enzo Paolo Turchi (attuale marito di Carmen Russo), un paio d'anni più tardi fa parte di corpi di ballo come ballerina di fila approdando anche nel mondo dello spettacolo in programmi come "Te lo do io il Brasile" con Beppe Grillo, "Tastomatto" con Pippo Franco e collabora col circo Togni girando alcuni spot come quello della Birra Dreher. Dopo le medie consegue il diploma di Accompagnatrice Turistica e successivamente consegue anche la maturità in lingue straniere.
Il primo passo importante per la sua vita è l'incontro ad una convention dei gelati Algida con Pippo Baudo il 14 febbraio 1985, che da quel momento la fa partecipare al Teatro delle Vittorie a Roma per "Fantastico 6". Il successo è immediato tanto che l'indomani tutti i giornali scrivono: ""è nata una stella" e cosi vale per la sigla di testa "Sugar Sugar" che diventa popolarissima e rimane in classifica per 8 settimane. Il programma vanta ascolti di 15/16 milioni di telespettatori. Nel 1986 viene riconfermata per "Fantastico 7" dove viene eletta personaggio dell'anno e donna più desiderata dagli italiani. Questa edizione di Fantastico va ancora meglio della precedente con una media di 22/23 milioni di telespettatori. Il successo oltre che televisivo è anche discografico, infatti anche la nuova sigla "Tutto matto" ha un enorme successo così come la sigla di coda "L'amore" è cantata con Alessandra Martines. La sigla citata poc'anzi viene inoltre rimaneggiata per far da sfondo musicale allo spot della Scavolini alla quale Lorella è tuttora legata dopo averlo "strappato" a Raffaella Carrà. Pubblica il suo primo Lp dal titolo "Lorel" oltre ai 45 giri contenenti le sigle dei programmi fin qui fatti, compreso Kangarù, sigla di Saint-Vincent Estate 86.
Nel 1987 trasloca insieme al suo pigmalione nella rete del Biscione, conduce anche se ancora in maniera acerba "Festival" nel centro Palatino e anche qui riscuote un grande successo con la sigla "Io ballerò" e con la sigla finale "Se ti va di cantare". Lorella Cuccarini dichiara decisa di aver trovato la stessa atmosfera che c'era in Rai visto che lo staff era lo stesso, l'unica differenza era la diretta in Rai e la registrazione in Fininvest. Termina "Festival", partecipa come madrina d'onore al "Festivalbar" ma tutto fa pensare che Lorella è in crisi, si pensa che la sua carriera sia finita visto che come succede ancora oggi è normale assistere ai cicli del varietà che nasce poi muore, motivo che porta Lorella, grazie alla sua ambizione e voglia di fare, a studiare: fa scuola di canto, dizione, pianoforte e ballo in America.
Nel 1988/89 si trasferisce a Milano e si improvvisa conduttrice di "Odiens" dove canta una sigla ("La notte vola") che ha fatto il giro passando nelle tribune calcistiche e in tutte le discoteche d'Italia. Anche come conduttrice va benissimo e viene promossa come showgirl completa. Da questo momento in poi non le viene affidato nessun programma fisso, ma si limiterà a condurre con colleghi diversi vari speciali; come la vita professionale non va a gonfie vele, in quella privata avviene la rottura della sua relazione con Pino Alosa, ballerino di Raffaella Carrà e amico del fratello Roberto.
Nel 1990 per il Festival di Sanremo viene bocciata la sua canzone "La prima notte senza lui". Da questa piccola delusione inizia la vera ascesa e metamorfosi sia nel modo di lavorare e sia nel look; taglia i capelli cortissimi e inizia uno dei programmi più longevi della storia televisiva: "Paperissima", di Antonio Ricci, raggiungendo ascolti come 11/12 milioni di telespettatori ed è il record della stagione tv dove si limita a condurre senza purtroppo ballare.
Nel 1991 si trasferisce a Madonna di Campiglio dove conduce la versione invernale di "Bellezze al bagno" col titolo di "Bellezze sulla neve". E' un grande successo anche questo e consolida il suo sodalizio professionale avviato negli speciali degli anni passati con Marco Columbro in speciali come "Una sera c'incontrammo" e "Un autunno tutto d'oro".
Visti i numerosi consensi di pubblico le viene affidata insieme a Columbro la prima importantissima diretta di canale 5 "Buona Domenica" che batte per la prima volta la "Domenica In" di Raiuno con un ascolto medio di 4 milioni. Questo è un periodo molto importante per Lorella Cuccarini, che segna la sua crescita e la sua maturazione artistica grazie alle sei ore di diretta e alle 33 puntate ricevendo addirittura i complimenti telefonicamente da Silvio Berlusconi, mossa che manda Lorella in lacrime. Da allora viene definita "Lady Biscione". Parallelamente la coppia conduce anche "Paperissima" ottenendo sempre un grande successo.
Lorella nel frattempo si dà da fare in campi dello spettacolo a lei sconosciuti. Diventa attrice protagonista di "Piazza di Spagna" ottenendo buon successo e una nomination ai Telegatti.
Nell'anno successivo si ripete la grande esperienza domenicale con ascolti ancora più alti rispetto all'anno precedente. Lorella incide il suo primo CD dal titolo "Voci" che riceve un disco di platino per oltre 100.000 copie vendute. Sempre quell'anno ricalca il palcoscenico del Teatro Ariston questa volta nelle vesti di conduttrice (dopo un'esperienza da madrina nel 1987 della linea di jeans Pop 84) al fianco di Pippo Baudo; per lei l'esperienza è traumatica ma è promossa a pieni voti da tutti.
Vince 2 telegatti come personaggio femminile dell'anno e per la trasmissione Buona domenica. Testimonianza della popolarità sono anche le numerosissime copertine e servizi interni a lei dedicate in questo anno da varie testate giornalistiche.
Nel 1994 dopo un anno di lavoro intenso si trasferisce a Roma dove, in attesa della prima figlia studia per il liceo linguistico e dove progetta insieme al marito la nascita di "Trenta ore per la vita" maratona che ottiene da anni un grandissimo successo, raccogliendo fondi per diverse associazioni benefiche.
La settimana dopo aver finito "Paperissima" si trasferisce a Sanremo questa volta in veste di cantante con "Un altro amore no": si piazza al 10 posto su 20. Torna a Cologno Monzese per condurre insieme a Enzo Iacchetti "La stangata. Chi la fa l'aspetti!" ottenendo un ascolto medio di 7 milioni a puntata, anche se Lorella non è felice di aver accettato un programma simile, ma che per motivi di contratto non può più rifiutare. Il 15 ottobre ritorna nelle sue mani "Buona Domenica": inizialmente ha ascolti bassi ma successivamente dopo un cambio veloce di "compagni di viaggio" il programma per alcune puntate ha il primato degli ascolti battendo "Domenica In". Esce anche il suo secondo cd musicale dal titolo "Voglia di fare" contenente, il pezzo di Sanremo e le sigle de "La stangata" e "Buona Domenica".
Lorella è al quinto mese di gravidanza ciò nonostante trova il tempo per condurre su rete 4 "Campioni di ballo" con un ascolto di circa 5 milioni, ascolto record la rete. Dopo aver partorito a ottobre ritorna per condurre "Paperissima" ripetendo il successo degli anni passati con una media di 8 milioni a puntata. Si dedica ad alcuni speciali di grande successo con 6/7 milioni di telespettatori come il "Gran galà della pubblicità".
A marzo prende fortunatamente una "brutta malattia": il teatro. Riscuote con "Grease" un successo enorme, mai avuto in Italia, rimane in tabellone fino a quando c'è richiesta e recitando, ballando, cantando dal vivo per 2 ore e mezza ogni sera. Sono state fatte 320 repliche con un incasso totale di botteghino di oltre 21 miliardi (lire) e con più di 400.000 spettatori. A settembre conduce un'altra edizione di "Trenta ore per la vita" e a ottobre conduce in diretta dalla galleria del duomo "Galleria di stelle".
A marzo del 1998 conduce in coppia con Marco Columbro "A tutta festa" show del sabato sera diviso in 5 puntate e ad aprile riprende Grease al Teatro Sistina di Roma. Una delle ennesime repliche del musical la porta dritta a Hollywood dove gira un brevissimo cameo nella nona saga della serie "Star Trek". A ottobre riprende "Paperissima" con una media di oltre 7 milioni a puntata.
Nel 1999 si trasferisce dopo 10 anni trascorsi negli studi di Cologno Monzese a Cinecittà per condurre con successo insieme a Giampiero Ingrassia "Campioni di ballo": guadagna la domenica sera con oltre 4 milioni telespettatori contro i 10 che aveva la rai con "Un medico in famiglia". Contemporaneamente sempre a Roma, nel Piazzale Clodio, per la quarta volta porta sulle scene il musical "Grease" che dopo una pausa estiva, riprende a ottobre a Milano al PalaVobis per la quinta volta. A dicembre conduce da Piazza del Duomo a Milano "Note di natale" con Massimo Lopez e rifiuta il passaggio nel nuovo millennio perchè in attesa di un bambino. Trascorre la sua gravidanza in gran segreto, non appare sui giornali e non accetta ospitate in programmi televisivi.
Partorisce il 2 maggio due gemelli e dopo 15 giorni è di nuovo in splendida forma al Teatro Nazionale di Milano per ritirare il Telegatto per la trasmissione "Trenta ore per la vita" inserito nella categoria tv utile. Conduce a settembre la 7a edizione della maratona con una formula completamente nuova: resta in video per una settimana intera, viaggiando da una città all'altra e andando in diretta ogni giorno dai teatri più famosi d'Italia. Conduce a ottobre un'altra edizione di "Paperissima" e la 2a edizione di "Note di Natale" affiancata dall'uomo più bello d'Italia: Raoul Bova.
Accetta di condurre la sfilata di moda "Modamare a Taormina" dal Teatro Antico di Taormina affiancata da Marco Liorni, e per tutta l'estate "La notte vola" rifacendosi al suo più grande successo discografico dove celebra la grande musica degli anni '80. E' ancora successo, infatti tutti la vogliono e per lei si prospettano tempi d'oro... forse in Rai per la conduzione di "Fantastico" e "Miss Italia". Conduce anche Trenta ore per la vita, "Note di Natale" e "Stelle a quattro zampe" sempre su Canale 5 per onorare il contratto in scadenza che la lega a Mediaset.
Il 2002 segna il suo rientro in Rai per condurre al fianco di Gianni Morandi "Uno di noi", lo show legato alla Lotteria Italia e contemporaneamente incide un cd che raccoglie le sue più celebri canzoni dal titolo "Le più belle canzoni di Lorella Cuccarini".
All'ultimo momento, con una decisione presa 48 ore prima della diretta, conduce con successo insieme all'attore Massimo Ghini, il "David di Donatello".
Nel 2003, gira da febbraio a giugno la fiction "Amiche" e grazie a Michele Guardì, si ricompone la coppia Lorella Cuccarini - Marco Columbro, come padroni di casa della nona edizione di "Scommettiamo che...?", chiamati dalla Rai in soccorso per difendersi dalla forte controprogrammazione delle reti mediaset, anche se non ottengono brillanti risultati per via della formula ormai superata.
Nel 2004 è presente nelle 4 puntate della fiction "Amiche" con un ascolto soddisfacente in base alle previsioni, trasmesse dalla seconda rete dove si nota una maturazione artistica di Lorella nel campo della recitazione.
Con il suo passaggio in Rai, dopo un anno di pausa, porta con sè nella tv pubblica, la maratona che dal 1994 la vede testimonial: "Trenta ore per la vita". La vedrà impegnata per una settimana in vari programmi dei 3 palinsesti Rai.
All'inizio del 2008 ritorna sulle scene presentando insieme a Massimo Boldi lo storico programma di Canale 5 "La sai l'ultima".
Dal 9 aprile 2009 passa a Sky dove conduce "Vuoi ballare con me?", un talent show per aspiranti ballerini. La stagione autunnale televisiva 2010 vede il ritorno di Lorella in Rai, dove conduce Domenica In.       https://biografieonline.it/biografia-lorella-cuccarini

domenica 9 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Hermann Hesse, autore e aforista tra i più autorevoli del Novecento, i suoi romanzi restano caposaldi della letteratura mondiale


Tra sensualità e spiritualità
Il 2 Luglio 1877 nasce, a Calw nello Shwarwald (Württemberg, Germania), Hermann Hesse, uno degli scrittori più letti del secolo. Il padre, Johannes, ex missionario e direttore editoriale è un cittadino tedesco nato in Estonia mentre la madre, Maria Gundert, è nata in India da padre tedesco e madre svizzero-francese. Da questo singolare impasto di culture si può forse far rinvenire la successiva attrazione che Hesse svilupperà per la visione del mondo orientale, la quale avrà la sua massima espressione nel celeberrimo "Siddartha", un vero e proprio "cult" per generazioni di adolescenti e no.
Non si può ad ogni modo tralasciare l'annotazione che, a conti fatti, la famiglia degli Hesse impartì una severa educazione pietistica al figlio,
tale da provocare non poche reazioni negative nel sensibile ragazzo. Alcuni esempi di questa insofferenza si possono rinvenire direttamente per mezzo dell'autore, attraverso gli schizzi autobiografici che ci ha lasciato e in cui descrive le reazioni negative ai doveri imposti e a qualsiasi "comando familiare", prescindendone dalla giustezza come dalla nobiltà delle intenzioni.
Hesse era un bambino oltremodo sensibile e testardo, che creava ai genitori e agli educatori notevoli difficoltà. Già nel 1881 la madre intuì che il figlio sarebbe andato incontro a un futuro non ordinario. Nello stile di pensiero che le era consono informò il marito del proprio timore: "Prega insieme a me per il piccolo Hermann [...] Il bambino ha una vitalità e una forza di volontà così decisa e [...] un'intelligenza che sono sorprendenti per i suoi quattro anni. Che ne sarà di lui? [...] Dio deve impiegare questo senso orgoglioso, allora ne conseguirà qualcosa di nobile e proficuo, ma rabbrividisco solo al pensiero per ciò che una falsa e debole educazione potrebbe fare del piccolo Hermann" (A.G., p. 208).
Un'altra figura di notevole rilievo nella crescita del piccolo Hermann è quella del nonno materno Hermann Guntert, anche lui missionario in India fino al 1859, ed erudito poliglotta conoscitore di vari dialetti indiani. Fra l'altro, aveva scritto una grammatica, un dizionario, e tradotto il Nuovo Testamento nella lingua malajala. L'accesso alla ricca biblioteca del nonno,insomma, sarà essenziale per la formazione extrascolastica di Hesse, soprattutto nel periodo delle crisi giovanile, anch'esse ben documentate dagli scritti pervenuti, nonché leggibili in controluce nelle gesta e nei moti dell'animo che costituiscono i personaggi dei suoi romanzi.
Malgrado le migliori intenzioni, dunque, i metodi pedagogici dei genitori non ottennero di "addomesticare" il bambino così poco docile, pur tentando, conformemente ai principi del pietismo, di frenare già nei primi anni quell'ostinazione ribelle che gli era propria. Così Johannes Hesse decise, trovandosi con la famiglia a Basilea e non avendo altra soluzione, di lasciar educare il bambino irrequieto al di fuori della famiglia. Nel 1888 entra nel ginnasio di Calw, che frequenta controvoglia pur risultando fra i primi della classe. Nel frattempo prende lezioni private di violino, ripetizioni di latino e greco dal padre e si sottopone, da febbraio fino a luglio del 1890, sotto la guida del rettore Bauer (uno fra i pochi insegnanti che Hesse stimava) a un programma di studio finalizzato al superamento dell'esame regionale. Il suo futuro appariva predeterminato. Avrebbe percorso una strada comune a molti figli di pastori in Svevia: attraverso l'esame regionale in seminario, quindi alla facoltà teologica-evangelica di Tubinga. Le cose tuttavia dovevano andare altrimenti. Supera senza difficoltà l'esame a Stoccarda e accede nel settembre del 1891 al seminario di Maulbronn.
Era un istituto di formazione in cui convivevano cultura medievale cistercense, cultura classica e pietismo. Tuttavia, sei mesi più tardi, senza apparente ragione, il ragazzo fugge dall'istituto. Viene ritrovato il giorno successivo e riportato al seminario. I suoi insegnanti lo trattano con comprensione ma lo sottopongono a otto ore di carcere "per aver lasciato senza autorizzazione l'istituto". Hesse, però, comincia a soffrire di gravi stati depressivi, tali da indurre gli insegnanti a caldeggiare un suo ritorno a casa. I genitori non trovano di meglio che inviarlo per una "cura", al pastore Christoph Blumhardt. La conseguenza è un tentativo di suicidio, che sarebbe riuscito se il revolver non si fosse inceppato. Hermann viene quindi ricoverato nella clinica per malati di nervi, un luogo di fatto simile ad un manicomio, a Stetten.
Questo intrecciarsi di motivi esistenziali diversi getta notevole luce sulla sua attività narrativa. La vita e l'opera di Hermann Hesse, infatti, sono percorse interamente dal contrasto fra tradizione familiare, personalità e coscienza individuale e realtà esterna. Il fatto che lo scrittore sia riuscito, nonostante i ripetuti conflitti interiori e in contrasto con le decisioni familiari, ad assecondare la propria volontà, non può essere spiegato soltanto con la caparbietà e la forte consapevolezza della propria missione.
Fortunatamente i genitori gli concedono, dopo le sue insistenti preghiere, di ritornare a Calw, dove frequenterà dal novembre 1892 sino all'ottobre 1893 il ginnasio Canstatter. Non porterà a termine comunque l'intero ciclo di studi ginnasiali. All'esperienza scolastica seguirà un brevissimo apprendistato come libraio a Esslingen: dopo appena quattro giorni Hermann abbandona la libreria; viene ritrovato dal padre in giro per le strade di Stoccarda, quindi spedito in cura dal dottor Zeller a Winnenthal. Qui trascorre alcuni mesi dedicandosi al giardinaggio, finché ottiene il permesso di tornare in famiglia.
Hermann è costretto a seguire un apprendistato presso l'officina di orologi da campanile di Heinrich Perrot a Calw. In questo periodo progetta di fuggire in Brasile. Un anno dopo abbandona l'officina e incomincia nell'ottobre 1895 un apprendistato come libraio presso Heckenhauer a Tubinga, che durerà tre anni. Non mancheranno tuttavia in futuro crisi interiori ed esteriori, di natura esistenziale o provocate dal lavoro, così come falliranno anche i suoi tentativi di adeguarsi a un'esistenza dall'aspetto "borghese" o di condurre semplicemente un'esistenza normale. Gli eventi di quel periodo, che già appartiene alla storia, riportano Hesse da Tubinga per alcuni anni a Basilea (sempre come libraio si occuperà anche di libri d'antiquariato), quindi appena sposato (già libero scrittore) sulle rive del lago di Costanza a Gaienhofen, fino a che, al ritorno da un viaggio in India, si trasferirà definitivamente in Svizzera, prima a Berna, poi nel Canton Ticino.
Nel 1924 ottiene nuovamente la cittadinanza svizzera che aveva perduto per sostenere l'esame regionale nel Württemberg. Divorzia sia dalla prima che dalla seconda moglie, entrambe svizzere. Dal primo matrimonio con Maria Bernoulli (1869-1963) nasceranno tre figli: Bruno (1905), Heiner (1909) e Martin (1911). Il secondo matrimonio con Ruth Wenger (1897), di lui più giovane di vent'anni, dura solo alcuni anni. Soltanto la sua terza moglie, Ninon Ausländer (1895-1965), divorziata Dolbin, una storica dell'arte, austriaca e di origine ebraica, rimase vicina al poeta sino alla fine.
Dopo i primi successi letterari Hesse trovò una schiera di lettori sempre crescente, innanzitutto nei paesi di lingua tedesca, poi, prima della Grande guerra, negli altri paesi europei e in Giappone, e dopo l'assegnazione del Nobel per la letteratura (1946) in tutto il mondo. Il 9 agosto del 1962 a Montagnola moriva in seguito a una emorragia cerebrale.
L'opera di Hesse, in qualche modo complementare a quella del suo grande coetaneo Thomas Mann, esprime, in una prosa classicamente composta, ma ricca di accensioni liriche, una vasta, articolata dialettica tra sensualità e spiritualità, ragione e sentimento. Il suo interesse per le componenti irrazionalistiche del pensiero e per certe forme del misticismo orientale anticipa, sotto vari aspetti, gli atteggiamenti delle ultime avanguardie statunitensi ed europee e spiega la nuova fortuna che i suoi libri hanno trovato presso le giovani generazioni successive.
Una selezione delle opere di Hermann Hesse
- Il lupo della steppa- Il viandante- Poesie- Sull'amore- Dall'India- Peter Camenzind- Leggende e fiabe- Demian- Knulp- Il giuoco delle perle di vetro- Siddharta- False vocazioni- L'ultima estate di Klingsor- Narciso e Boccadoro

martedì 4 agosto 2020

Lo Sapevate Che:Strage Italicus, 45 anni fa


Tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta, il nostro Paese ha conosciuto un’estremizzazione del contesto politico – piegata alle logiche di quella che viene definita “strategia della tensione” -, tale da produrre violenza, lotta armata e terrorismo. Sono i cosiddetti “anni di piombo”, che, tra massoneria, servizi segreti deviati e complotti, si caratterizzano, appunto, soprattutto per gli omicidi mirati, gli attentati e le diverse stragi  con le bombe, sulle quali, dopo tanto tempo, ancora si cerca di fare  chiarezza e di stabilire la verità.

Dunque, tra le numerose stragi, oggi, è sicuramente doveroso ricordare quella che fu eseguita proprio il 4 agosto del 1974, ovvero l’esplosione sul treno Italicus. Un ordigno dotato di timer legato a una sveglia, fu disposto, all’interno di una valigia, sulla quinta   vettura del treno espresso 1486 (“Italicus”), proveniente da Roma e diretto a Monaco di Baviera, via Brennero. Come camera di scoppio fu scelta la Grande Galleria dell’Appennino, che con i suoi diciotto chilometri e mezzo avrebbe amplificato gli effetti devestanti. Invece, per fortuna, il treno era in ritardo, e alle 1.23, quando avvenne lo scoppio, la quinta carrozza si trovava a soli cinquanta metri dall’uscita della galleria. Se il mezzo, infatti, non avesse accumulato qualche minuto di ritardo, quasi sicuramente, le morti sarebbero state molte di più. Così, grazie alla forza d’inerzia il convoglio riuscì a raggiungere la stazione di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, con una sola vettura in fiamme. Dodici persone rimasero carbonizzate mentre quarantotto  risultarono ferite, di queste alcune persero la vista, altre furono irrimediabilmente sfigurate. Il capostazione di San Benedetto diede l’allarme e accorsero altri ferrovieri svegliati dal boato. Vennero così organizzati i primi soccorsi e i feriti più gravi furono inviati a Bologna . A bordo, tra l’altro – secondo quanto rivelò la figlia – avrebbe dovuto esserci anche Aldo Moro, ma un impegno, all’ultimo minuto, gli fece perdere la corsa con la quale avrebbe dovuto raggiungere la famiglia in vacanza.

Quello dell’Italicus è ritenuto uno dei più gravi attentati  assieme alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, alla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974 e alla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Anche in questo caso, come per gli altri, furono incriminati come esecutori diverse personalità legate all’eversismo neofascista, ma l’iter processuale si è concluso con l’assoluzione degli imputati. Si tratta, dunque, dell’ennesima strage “senza colpevoli”. Ricordare, pertanto, è quanto mai necessario affinché, almeno la Storia, possa restituire giustizia e si possa iniziare a far luce su un periodo molto buio e vergognoso.

Una menzione speciale merita, infine, il ferroviere di Forlì, Silver Sirotti,  insignito di Medaglia d’oro al valor civile alla memoria, il quale, munito di estintore, si lanciò tra le fiamme per soccorrere i viaggiatori intrappolati  e per questo suo gesto di eroismo perse la vita. Stefano Bonazzi – Vittorio Santi

lunedì 21 maggio 2018

Lo Sapevate Che: L'Arte di splendere in un mondo sempre più omologato...


Mi Sento Inserita in una generale conformazione a un sempre più standardizzato modello di scarpe, amore, vita e dolore, a cui contrappongo una posizione di militanza contro la chiusura n un universo omologato. Siamo belli, dunque deturpiamoci è un capitolo della raccolta di Lettere Luterane di Pier Paolo Pasolini: nonostante l’arco temporale non trascurabile, è facile riconoscere la sua vivida attualità. Oggi, dopo una fase di isolamento individuale ben rappresentato dallo stereotipo dell’adolescente attaccato ai video giochi, chiuso nelle cuffie e privo di contatto umano, si è passati a un isolamento nel mondo dei social dove, nel mostrare i propri gesti, si è proiettati in un’individualità socializzata e non sociale. Nel bisogno di vedere legittimati noi stessi negli altri si scorge il pericoloso limite che porterebbe a essere se stessi per gli alti, con l’incapacità di vivere azoni se non nell’obiettivo di essere riconosciuti con la supervisione e “like” altrui. Abbiamo raggiunto la forma più raffinata di conformismo. L’appiattimento delle relazioni rischia di destinare alla monodimensionalità i sentimenti, e di proseguire un modello di felicità standardizzato che trasformerebbe gli esseri umani in automi. Come dice Marcuse in L’uomo a una dimensione, occorre opporsi all’avanzata di un universo spersonalizzato e uniforme. Senza dimenticare il monito di Pasolini: “I desinati a essere morti non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece”.    Sara Rainolti  sararainoldi.sara@gmail.com

La Maggioranza Dei giovani non legge, ma qualcuno sì. E non solo best-seller sull’onda della novità letteraria ma anche libri di qualche decennio fa come: L’uomo a una dimensione di Marcuse (1964) e le Lettere Luterane di Pasolini (1975), perché nelle loro pagine trovano chiavi interpretative perfettamente idonee a comprendere il mondo contemporaneo, anche se questo mondo sembra del tutto diverso da quello in cui vivevano quegli autori. Quando un pensiero è profondo e s’inabissa fino alle radici dei fenomeni che vuole spiegare, quel pensiero non muore mai e il resto che lo esprime diventa un “classico”. Ne L’uomo a una dimensione Marcuse mostra come il progresso della nostra civiltà esige una dose sempre più massiccia di conformismo, a cui è praticamente impossibile sottrarsi per effetto dell’omologazione al mondo dei prodotti che consumiamo, al mondo degli strumenti tecnici e amministrativi di cui si serviamo, al mondo dei nostri simili, retrocessi al ruolo di funzionari di apparati, per cui ad essi ci rapportiamo non come a persone, ma come a rappresentanti del mondo delle cose. Questo pensiero era già stato anticipato da Nietzsche a proposito di quelli che lui chiamava “ultimi uomini” che si accontentavano di “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, salvo restando la salute. Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono uguali: chi sente diversamente va da sé n manicomio”. In quest’altro contesto questo motivo è ripreso da Freud là dove parla della “miseria psicologica della massa. Un pericolo che incombe maggiormente dove il legame sociale si è stabilito soprattutto attraverso l’identificazione reciproca dei vari membri”. Questo fenomeno non sfugge neppure a Heidegger che parla della “dittatura del Sì impersonale£ per cui: “Ce la passiamo e ci divertiamo come ci si diverte. Leggiamo, vediamo e giudichiamo di letteratura e di arte come si vede e si giudica. Ci teniamo lontani dalla “gran massa” come ci si tiene lontani. In questo stato di irrilevanza e indistinzione il Sì esercita la sua tipica dittatura”. È una dittatura che, per imporsi, non ha bisogno di mezzi coercitivi, le basta diffondere la persuasione che il mondo in cui viviamo non è uno dei mondi possibili, ma l’unici mondo al di fuori del quale non si danno migliori possibilità d’esistenza. E così, all’insegna del “sano realismo” venduto come valore, ai giovani, innamorati dei loro sogni e affascinati dalle loro utopie che magari, sostenute dall’entusiasmo tipico della giovinezza, si potrebbero anche realizzare, si insegna quella rassegnazione che nasce quando, alzando gli occhi al celo, non si vedono più stelle. In un mondo sempre più omologato e conformista la lettera di Sara ci invita a essere “eccezioni”, non tanto per essere “eccentrici”, che spesso, nel mondo giovanile, è la forma più camuffata di conformismo, ma per non spegnere dentro di noi quel tratto tipico della nostra personalità che ci rende unici e diversi, perché è lì che si nasconde il segreto per cui, anche per quella minima parte che ci compete, il mondo può essere cambiato.
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di La Repubblica – 12 maggio 2018 -

sabato 4 marzo 2017

Lo Sapevate Che: Dov'è la legge contro la tortura?...



Ci Sono Messaggi che vanno lanciati nel mare, come messaggi nelle bottiglie. Li scrivi, li arrotoli e aspetti, soprattutto speri. Speri che qualcuno li trovi, li raccolga. Non solo, speri che qualcuno si appassioni, senta la necessità di fare sia una tua battaglia, capendo che c’è qualcosa da guadagnare e tanto ancora da perdere. Ci sono volte in cui è necessario litigare con il potere, in cui è necessario stanarlo sapendo che il potere ha dalla sua tutto, che ha dalla sua molto. Intanto ha il consenso, quello di chi l’ha legittimato, votandolo e di chi lo voterà. Sapendo che litigare con il potere è strutturalmente fatto per avere consenso. Non esiste politica senza compromesso, possiamo accettarlo se si dà al compromesso un’eccezione che non sta necessariamente quella di mortificazione di idee e prassi virtuose. Ma ormai dobbiamo fare i conti con una tristissima realtà: non esiste compromesso che non serve ad ampliare la base elettorale. I voti, il numero di voti, ora e subito, qui e adesso. Solo questo conta. E più conta questo, più il voto diventa effimero, ce lo hai adesso per perderlo domani. Ci sono polemiche che è necessario fare perché la politica si assuma responsabilità, perché ammetta di aver fallito, sbagliato, ignorato. Ed è necessario farle perché, anche se sembrano riferite ai massimi sistemi, in realtà racchiudono precise indicazioni sul futuro. Matteo Renzi, nell’aprile del 2015, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò l’Italia per non avere ancora introdotto il reato di tortura, quando da Strasburgo definirono ciò che nel 2001 era accaduto alla Diaz e a Bolzaneto tortura, promise che il suo governo avrebbe introdotto il reato di tortura, si prese un impegno importante, che avrebbe reso giustizia chi di tortura era morto, ma anche alle forze dell’ordine che in Italia vedono macchiata e compromessa la loro rispettabilità e la passione per un lavoro duro e logorante, fatto spesso senza adeguata retribuzione, in condizioni difficili, senza mezzi, senza benzina, senza divise invernali. Introdurre il reato di tortura in Italia non è una concessione, ma una necessità ed è criminale non averlo ancora fatto perché sono soprattutto le forze dell’ordine ad aborrire i giustizieri solitari, quelli che ignorano leggi e tribunali, che processano, giudicano e nel caso condannano. Che ignorano l’esistenza di un sistema carcerario (anch’esso in condizioni assai critiche) che però non avrebbe la funzione di punire ma di recuperare e reinserire chi ha sbagliato nella società. Badate che non sto descrivendo un mondo, non sto sognando a occhi aperti, ma sto dicendo che tutto ciò che si discosta da quanto ho appena descritto è illegale. L’iter della legge che punisce il reato di tortura e il fallimento del governo Renzi, hanno molto a che fare con il dibattito di questi giorni. Hanno molto a che fare con un partito che si crede storicamente progressista, ma che è ostaggio di forze politiche (urlanti, ma assai deboli, rappresentative di poco o nulla) oscurantiste, retrograde e irresponsabili. La storia di questo reato negato, di un reato che fa vittime, ma che non esiste, è la storia delle alleanze improponibili. E quindi, se è vero che la politica è compromesso, che è trovare la quadra, è anche vero che non può sempre essere compromesso al ribasso e ai danni di chi chiede diritti e chi non ne ha maggiori competenze e forse anche volontà di ascoltare. Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto e Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva hanno scritto una lettera importantissima al Ministero della Giustizia Andrea Orlando. Gli hanno chiesto di adottare la legge sul reato di tortura, nell’interesse di tutti. Gli hanno raccontato come è stata trattata in Senato, gli hanno suggerito come evitare che la legge, nuovamente modificata, ritorni alla Camera per nuova discussione. Ne va del rapporto degli italiani con la politica, ne va del senso di giustizia che ormai da cittadini non riusciamo più a scorgere. Bisogna mettere fine a questa stagione politica marchiata a fuoco dai ricatti degli Alfano, dei Gasparri, dei Salvini. E l’introduzione del reato di tortura nel Codice penale italiano ci sembra un buon modo di iniziare.
Roberto Saviano – L’Antitaliano -  L’Espresso - 26 febbraio 2017 -