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martedì 10 ottobre 2017

Lo Sapevate Che: Chi andare a vedere fra i (tre) nipoti sportivi?...



Il Programma Sportivo del fine settimana per i miei paperi arriva di venerdì via sms, inviato premurosamente dalla mamma. Ne prendo uno qualsiasi, di metà settembre, quando la riapertura delle scuole scatena la ripresa dello sport organizzato. I miei tre nipoti di 7, 19 e 13 anni cominceranno alle 8 del mattino di sabato, con Anna, 10 anni, in una partita di lacrosse, giocato con bastoni dotati di cestelli. Alle dieci scende in campo Julia, 7 anni, con il calcio. All’una di pomeriggio è di turno Devin, calciatore di 13 anni. Alle cinque di nuovo Anna, che chiude la giornata con l’hockey sul prato. Il giorno dopo, domenica, si ricomincia. Il nonno affettuoso, che vorrebbe assistere a tutte le gare, è nei guai: siamo in America, non a San Marino. Questi tornei e partite di campionato sono spalmati su territori grandi come la Lombardia. È come se la piccolina con la sua mazza giocasse a Pavia, il maschietto calciatore scendesse in campo a Bergamo e la bambina dell’hockey su prato gareggiasse a Mantova. A meno di possedere un elicottero privato, anche il nonno più devoto ed equo deve scegliere, creando inevitabili “permali”. Questo è il girone infernale creato dallo sport organizzato, che ha demolito lo sport spontaneo e ricreativo, i quattro calci al pallone, e ha prodotto una mostruosità chiamata travel team. Sono le squadre che viaggiano, i team la trasferta che originariamente avrebbero dovuto selezionare i migliori, lasciando alle schiappe il piacere di giocare con altre schiappe. Anche tralasciando il crudele trauma di sentirsi, a 7-8 anni, eliminati da una squadra per far posto a una giocatrice migliore, l’istituzione del travel team ha provocato altri effetti tremendi. Si sono diffusi gironi, campionati, tornei, club, associazioni che si fanno pagare cifre profumate per selezionare i campioncini, anche quando non sono tali. Genitori e parenti vivono ore di ansia in attesa che il coach, l’allenatore, decida se scegliere o scartare il loro gioiello che, alla fine, sarà probabilmente accettato perché, se non ce la fa nella squadra A, ci sarà la B e poi la C e poi la D, e via pagando. Da costa a costa, uragani permettendo, ogni weekend le strade americane si popolano di suv e minivan che trasportano, in direzione uguale e contraria, carichi di mazze e uniformi, racchette e parastinchi, gonnelline per il lacrosse femminile e bragone per il basket maschile, tacchetti, elmetti e sedie portatili per i nonni artritici che assistono. E’ un ciclopico giro di affari, oltre, che di persone, che spreme soldi per le iscrizioni, per le uniformi e per gli attrezzi, per i carburanti consumati, per gli hamburger ingurgitati tra un fischio finale e uno di inizio, a cinquanta chilometri di distanza uno dall’altro. E sta avendo un effetto micidiale quello di accrescere la divisione, ormai fisica, tra chi ha e chi non ha. Soltantoil 27 per cento dei ragazzi sotto i 18 anni partecipa al grande racket delle “squadre da viaggio”, che costano migliaia di dollari all’anno, lasciando agli altri sempre meno spazio per praticare spontaneamente i loro sport preferiti, visto che i campi sono affittati in permanenza dai club e dalle organizzazioni. L’obesità che in America è in funzione inversa al reddito essendo i poveri quelli che s’organizzano più di porcherie, cresce. Nei campi, dove io trascorro i miei fine settimana da biglia di flipper, non si vedono bambini o ragazzini obesi. Quelli sono inchiodati sul divano di casa a guardare la tv, o ipnotizzati davanti al tablet, perché non si sono soldi per lo sport organizzato. Svegliandosi all’alba del sabato, dopo aver compilato la sera prima un itinerario di viaggio da turista disperato, ci si scopre a guardare fuori dalla finestra e a pregare: “Signore, fa che piova a dirotto”.
Vittorio Zucconi – Opinioni – Donna di La Repubblica – 7 ottobre 2017 -

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