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venerdì 7 dicembre 2018

Lo Sapevate Che: La Storia ci insegna Terroristi sono sempre gli altri


Storicizzare il terrorismo e la violenza politica per comprendere quello che è avvenuto in questi ultimi anni: anche se gli storici sono i primi a relativizzare la massima ciceroniana Historia magistra vitae, mettere i fenomeni e i processi in una prospettiva storica è di grande aiuto per cercare di capire il presente. Compreso quello che Francesco Benigno nel suo ultimo, densissimo libro Terrore e terrorismo. Saggio storico sulla violenza (Einaudi, pp. 392) chiama “i fantasma del nostro tempo”. Professore di Storia moderna alla Scuola Normale di Pisa e direttore dell’Istituto meridionale di storia e scienze. Professore di Storia moderna alla Scuola Normale di Pisa e direttore dell’Istituto meridionale di storia e scienze sociali, Benigno si avventura nei meandri tortuosi ed estremamente ambigui e scivolosi della violenza come strumento politico, dal Terrore della Rivoluzione francese ai moti nazionali dell’Ottocento, dagli attentati degli anarchici agli anni di piombo, sino alla “guerra globale al terrore” jihadista e islamica. Lo storico (già autore per Einaudi di La mala setta, un saggio che fece discutere, sugli intrecci tra criminalità organizzata e Stato unitario durante il suo primo ventennio di vita) fa del terrorismo lungo i secoli della modernità un oggetto di indagine scientifica, per scoprire le invarianti e le costanti che si ripresentano. Senza relativizzarlo in alcun modo, naturalmente. Ma nella consapevolezza della problematicità dell’operazione, che – come ci dice in questa intervista – “nasce essenzialmente dal fatto che “terrorismo” non è una parola neutra o una categoria puramente descrittiva, ma un concetto valutativo, di tipo politico-normativo e con connotati di giudizio morale. Nonché un’etichetta dispregiativa impiegata da governi e forze politiche per stigmatizzare gruppi ostili denunciandone i comportamenti come illegittimi. Inoltre, il termine “terrorismo” racchiude in sé due aspetti apparentemente simili ma anche profondamente differenti, che ne rendono ancora più difficile una definizione unitaria. Terrorismo è contemporaneamente quello ”rivoluzionario” che, attraverso la violenza, persegue la finalità della rigenerazione della società; ma è anche una tecnica militare basata su un’azione improvvisa, effettuata anche da nuclei molto piccoli di individui. Insomma, un Giano bifronte”. Parrebbe così che l’ambiguità sia la chiave fondamentale per tentare di afferrare i contorni del fenomeno terroristico. “Sì” continua Benigno, “perché la qualifica di ”terrorista” rimanda a un carattere di arbitrarietà, ed è sempre stata assegnata a seconda delle circostanze e degli interessi in campo. Per esempio, prima di ricevere il premio Nobel per la Pace, sia Menachem Begin che Yasser Arafat erano stati ufficialmente denunciati e combattuti; e nelle sue memorie, lo stesso Begin, pur volendo smarcarsi dall’accusa, avrebbe ricordato con vividezza quella ambiguità: “I nemici ci chiamavano terroristi, gli amici patrioti”. E pure un altro celebre Nobel, Nelson Mandela, era stato denunciato in carcere per 27 anni in qualità di leader di un’organizzazione terroristica. Non stupisce, alora, che all’indomani degli attentati dell’11 settembre l’agenzia di stampa Reuters consigliasse ai propri giornalisti di non usare il termine “terroristi”, proprio a causa della sua ambiguità e assenza di precisione”. In questa storia dove i piani si intrecciano un elemento costitutivo consiste nell’attenzione spasmodica dei gruppi terroristici per ciò che, da qualche tempo a questa parte, chiameremmo la comunicazione politica (violenta) e le tecniche (armate) di costruzione del consenso: “Si tratta di una dimensione centrale, le cui radici affondano nella “propaganda col fatto”, una teoria che nasce negli ambienti dell’anarchismo negli anni Settanta  del XIX secolo, in polemica con l’idea della rivoluzione promossa dall’alto da un’avanguardia. Secondo questa visione, il “legalitarismo” e i libri erano inadeguati a risvegliare il popolo dormiente: servivano le “scienze chimiche” con cui confezionare esplosivi per fare atti dimostrativi, e la stampa clandestina per compere un indottrinamento invisibile, da persuasori occulti. E non è un caso che proprio in quel periodo si siano diffuse le prime forme di comunicazione di massa, dal feuilleton alla fotografia. Ai giorni nostri, con l’istantaneità (come quella assicurata dai social media), il sistema globale dei media offre al terrorismo un nuovo modello di tecnologia di propaganda”. Dunque, esistono in seno alla storia del terrorismo alcune innovazione. “Certo” prosegue Benigno, “ma sono di più i fattori persistenti. Ci sono elementi di notevole continuità fra il terrorismo come lo conosciamo oggi e la concettualizzazione tradizionale dell’azione rivoluzionaria, specialmente anarchica. Allora come adesso, difatti, essa si rivolge non tanto alla popolazione della nazione da colpire quanto, e soprattutto, a un proprio popolo e a una propria comunità. L’acculturazione terroristica del mondo arabo, iniziata con la decolonizzazione, è passata per il nazionalismo, il socialismo e il comunismo, ovvero per ideologie partorite in Occidente. E vale pure per l’altra faccia della questione. Si pensi al fio rosso che dalla polizia segreta zarista impegnata a reprimere il populismo e il nichilismo russi arriva alla Ceka e al Kgb, fino all’attuale Fsb, ovvero i servizi segreti sovietici e postsovietici che hanno fatto tutti ricorso a strategie fondate sul terrorismo. Esiste una continuità anche nei metodi delle polizie e dei servizi occidentali, il cui momento più importante nel secondo Novecento ha coinciso con e teorie della “scuola francese” della controinsurrezione, elaborate all’indomani delle sconfitte in Indocina, e sperimentate per la prima volta nel corso della guerra d’Algeria, mettendo insieme controffensiva ideologica, ricorso alla tortura e tecniche psicologiche”. “Nella contemporaneità” conclude lo storico “il terrorismo identifica una disfunzione. Io invece intendo dimostrare come esso costituisca parte integrante di un codice fondamentale dell’ordine sociale, quel discorso sicuritario che presiede alla sicurezza collettiva. E, quindi, non è veramente un mondo altro da noi”.
Massimiliano Panarari – Cultura – Il Venerdì di La Repubblica – 30 novembre 2018 

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