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lunedì 10 dicembre 2018

Lo Sapevate Che: Diventare rinoceronti senza accorgersi...


Una tranquilla cittadina di provincia, una domenica mattina. I due amici sono seduti al tavolino di un bar, all’estero. Jean rimprovera a Bérenger la sua mancanza di personalità. Di colpo un rinoceronte attraversa la piazza, quasi al galoppo. Gli abitanti del quartiere osservano sconcertati, commentano il passaggio dell’animale raro. Poco dopo un rinoceronte ripassa, a gran velocità, nella direzione opposta. Era lo stesso? O un altro? L’indomani l’episodio domina le conversazioni. Arriva la signora Boeuf, spaventata. Rivela di essere stata rincorsa da un rinoceronte nel quale ha riconosciuto i tratti di suo marito. Chi ha la mia età, o una formazione francese come la mia, avrà riconosciuto l’inizio di un testo teatrale di Eugène Ionesco. Il rinoceronte fu un classico del teatro dell’assurdo, molto rappresentato sulle scene parigine quando ero adolescente. La storia prosegue in modo surreale. Le apparizioni di rinoceronti si anno sempre più frequenti. Sono, si scopre, metamorfosi di tipo Kafkiano. Ma Gregor Samsa nella Metamorfosi è l’unico a svegliarsi trasformato in un gigantesco scarafaggio. Nella storia di Ionesco, invece, a poco a poco tutti diventano animali, salvo il protagonista. Trasformarsi in rinoceronte all’inizio, è un’anomalia, una sciagura orribile. Poi diventa la normalità. Guai a chi non è rinoceronte, è lui il diverso, emarginato, circondato. I grandi artisti hanno questa capacità: dalla loro fantasia scaturiscono metafore universali. Ciascuno può riconoscervi un’intuizione, un’allegoria della realtà. Le interpretazioni multiple sono legittime, sono la prova che l’arte ci parla da un’epoca all’altra, supera la prova del tempo. Ionesco scrisse Il Rinoceronte nel 1959. Romeno emigrato in Francia, aveva vissuto l’avanzata di due totalirismi, il nazismo e il comunismo. L’opera venne interpretata in quella luce: una parodia angosciante del conformismo. Il contagio del virus totalitario dapprima colpisce una minoranza, Ma non incontra resistenze. Diventa la normalità. Rimanere se stessi è quasi impossibile. Pericoloso. Ognuno di noi può reinventare il rinoceronte applicandolo ai propri incubi. A me questa pièce dimenticata è tornata in mente il mese scorso mentre correvo la maratona di New Yor. Di tante edizioni a cui ho partecipato, era la prima così infestata da corridori che si facevano selfie in continuazione. Chi di noi ricorda la prima volta in cui vide per strada uno zombie umano camminare con gli occhi incoati allo schermo dello smartphone? Impossibile ricordarlo. Probabilmente la scena ci colpì solo per un attimo, Oggi siam circondati dai rinoceronti, o lo siamo già noi stessi. Chi ancora si ostina a camminare guardando gli uni negli occhi è destinato all’estinzione? Ci rendiamo conto della metamorfosi di massa cui ci hanno sottoposti i Padroni della rete? Esperimenti da laboratorio su miliardi di esseri viventi, Cavie già affette da una mutazione irreversibile, temo: il sequestro dell’attenzione. Nel mio ultimo libro, Quando inizia la nostra storia, ricordo la profezia di Marshall McLuhan, il sociologo-semiologo canadese che nei primi anni ’60 intuì il ”villaggio globale”. Era in anticipo di mezzo secolo, Era un genio. Sapeva vedere il dualismo del progresso: non sempre ci migliora, anzi. Nello stesso libro evoco un’altra svolta storica, molto diversa: le Guerre dell’Oppio con cui l’Inghilterra vittoriana impose il narcotraffico in Cina. Precipitando una civiltà millenaria nella decadenza per oltre un secolo. Le civiltà possono morire, eccome. Ne sono già scomparse tante. I primi sintomi del male passano inosservati. O addirittura appaiono benefici.
Federico Rampini – Donna di La Repubblica- 8 dicembre 2018 -

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