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martedì 12 novembre 2013

Lo Sapevate Che: Legge e Libertà...


Dalla Referenza Alla Preferenza

Esistono più livelli di raccomandazione: c’è quella del potente, del cliente, del connivente, del parente. Nel caso della Cancellieri e della Ligresti qualche dubbio sull’opportunità dell’intervento del ministro sorge….


 Qualche settimana fa ho osato infrangere un tabù. Ho scritto un elogio della raccomandazione, nero su bianco in questa rubrica. Quella fra universitari, però, soltanto quella. La spinta del maestro ai propri allievi, per aiutarli a farsi largo nei concorsi. Nel mondo accademico, difatti, vige la regola della cooptazione: spetta al cattedratico di storia dispensare le cattedre di storia, non può certo farlo l’assessore. E quasi sempre il cattedratico conosce il perché le selezioni universitarie sono ben diverse da un concorso alle poste. D’altronde c’è una comunità scientifica, ma non esiste una comunità postale.
Apriti Cielo: mi hanno fucilato in piazza. Ma davvero le raccomandazioni sono tutte uguali? Prendiamo il caso Cancellieri, che mena scandalo proprio in questi giorni. Un ministro si prodiga per la liberazione di Giulia Ligresti, detenuta con problemi di salute. Slanci umanitari? Può darsi. Ma sta di fatto che i Ligresti sono vecchi amici del ministro; e sta di fatto inoltre che il figlio del ministro ha lavorato alle loro dipendenze, percependo tra buonuscita e competenze varie 5 milioni. Sicchè fa capolino, testarda, la domanda: sul piano etico, o magari  giuridico, non c’è forse da distinguere la raccomandazione del potente da quella del cliente, del connivente, del parente?
Due secoli fa Gaetano Filangeri scrisse la “Scienza della Legislazione”; ora sarebbe il momento d’abbozzare una Scienza della raccomandazione. Del resto alle nostre latitudini questa disciplina ha già molti discepoli, anche se tutti la professano in segreto. Un italiano su due ne ha approfittato per trovar lavoro, dichiara una ricerca Isfol del 2006. E sette studenti su dieci pensano che l’”aiutino” sia prezioso per laurearsi in fretta. Nelle aziende private le conoscenze servono nel 51,8 per cento dei casi, aggiunge un’indagine Infojobs del 2009. Mentre l’anno prima Medialab aveva fissato le quote delle spintarelle chieste e ottenute da ciascun italiano: il 66,1 per cento bussando alla porta di un familiare, il 60,9 da un amico, il 33,9 da un collega di lavoro.
Nella nostra bandiera nazionale, diceva Longanesi, dovremmo scriverci: “Tengo famiglia”. E in Italia, si sa, le famiglie sono tante. Come le raccomandazioni, per l’appunto. Ma in onore della nuova scienza, possiamo suddividerle in tre categorie.
Estorsioni. Di norma, il raccomandante domanda un favore per qualche suo protetto, e lo domanda a chi ha in concreto il potere d’aiutarlo. Nella gerarchia della raccomandazione, al grado più basso c’è perciò il raccomandato; poi il raccomandante; ma sopra di lui impera il raccomandatario, se così vogliamo definirlo. Dopotutto, dipende dal suo “sì” la buona riuscita dell’impresa. Può succedere però che la gerarchia s’inverta, che quest’ultimo sia un sottoposto del raccomandante, anziché soltanto un conoscente. In questo caso la raccomandazione diventa un ordine, un diktat. Non è più una forma di pressione, quanto di comprensione per il suo destinatario. E allora il peccato può tradursi in un reato. Magari non proprio l’estorsione, magari si tratterà di concussione. Ne sa qualcosa Berlusconi, che da premier telefonò alla questura di Milano per il rilascio di Ruby, la nipotina di Mubarak: 7 anni di galera.
Segnalazioni. Se non ha un santo non entri in Paradiso, recita il proverbio. E noi italiani al Paradiso ci teniamo, non per nulla ospitiamo il Cupolone. Sarà per questo che ciascuno ha il proprio santo cui votarsi. E’ un reato? Al massimo una contravvenzione  per aver rallentato il traffico (“Favori in corso”). Però, attenti: le troppe segnalazioni si elidono a vicenda: Quando il prof. riceve una telefonata per ogni suo studente, farà gli esami a cuor leggero, tanto lì davanti sono tutti uguali.
Referenze. Sono scritte, non sussurrate. E servono ad attestare le qualità di una persona da parte di chi l’ha già messa alla prova. Dunque stavolta la raccomandazione è pubblica, trasparente; mette in gioco la credibilità di chi firma. Funziona così nei paesi anglosassoni. E in Italia? E nel caso Cancellieri? A occhio e croce, qui c’è una preferenza, non una referenza.

Michele Ainis – L’Espresso – 14 Novembre 2013 

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