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martedì 19 novembre 2013

Lo Sapevate Che: Annali: per non dimenticare...


Ma la storia di Ligresti ne ricorda un’altra: quella, feroce, di Sindona

Nelle settimane scorse, complice anche l’anoressia di una giovane donna ristretta in carcere, si è parlato molto della famiglia Ligresti e delle loro malefatte. E in effetti, la storia è una specie di saga dell’Italia moderna.
Un ragazzo povero, ma volenteroso, giovane ingegnere, arriva nella grande Milano dalla sconosciuta Paternò (Catania) e, dopo essere sopravissuto al sequestro della mogie, mattone su mattone, scandalo su scandalo, diventa uno dei dieci uomini più ricchi d’Italia. L’uomo – “don Salvatore” - , viene ammesso nel “salotto buono” della finanza milanese e accumula quote importanti di giornali, assicurazioni, grandi imprese, catene di hotel, fino a quando tutto crolla e si scopre che Don Salvatore ha lasciato un buco di un miliardo di euro (mica bruscolini), che banche volenterose, organi di controllo e forze politiche ( tutti da lui sapientemente unti nel corso di un trentennio) avevano coperto fino a quando hanno potuto.
Siccome nella Ligresti story sono echeggiate parole come creditori truffati, Enrico Cuccia, Mediobanca, scatole cinesi, paradisi fiscali, “piani di salvataggio”, aumenti di capitale generosissimi e senza un perché, ho ripreso dagli Annali un’altra storia di finanza milanese, di più di quasi quarant’anni fa, per vedere se la storia di Ligresti aveva dei precedenti. E’ la storia di un altro ragazzo solo e volenteroso  arrivato sotto la Madonnina dalla lontanissima Patti, in provincia di Messina: L’avvocato Michele Sindona, fiscalista.
Siccome Milano è una città ospitale, il fiscalista dal niente fondò una banca: poi ne comprò un’altra (grossa) negli Stati Uniti; aveva clienti in Vaticano, nel mondo politico, nella massoneria e nella mafia. Tantissimi grossi personaggi usavano i suoi sportelli per esportare capitali, e lui usava i loro depositi esteri per operazioni  spericolate. Andreotti era il suo referente politico e Sindona Finanziava la sua corrente. Nel 1977 Sindona fece crack, con la Franklin Bank negli Usa e con la Banca Privata in Italia; “la più grossa bancarotta” di allora, l’equivalente di due miliardi di euro di oggi. Sindona ottenne un’iniezione di denaro dal Banco di Roma, intimidì Mediobanca di Cuccia che si opponeva al suo salvataggio, assistette felice all’arresto del governatore della Banca d’Italia e del suo vice (Baffi e Sarcinelli) che avevano chiesto la messa in liquidazione della sua banca, fece uccidere il commissario liquidatore Giorgio Ambrosoli, l’uomo onesto e solo che aveva capito tutto. Organizzò il suo finto rapimento e terminò la sua carriera nel carcere di Voghera, con l’ormai famoso caffè. Intanto era arrivato Roberto Calvi, a prendere il suo posto.
Come vedete le diversità sono ben più delle affinità. Quelli erano tempi feroci, ora siamo tutti, non dico più onesti, ma certo più miti e raffinati. Resta la suggestione di una Milano così sussiegosa, così azzimata – allora come adesso – ma sempre così capace di farsi coglionare dal primo outsider che passa. Passa, arraffa e poi fa crack.

Enrico Deaglio – Venerdì di Repubblica – 15 Novembre 2013 

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