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giovedì 23 luglio 2020

Lo Sapevate Che: Damiano Damiani, regista apprezzato soprattutto per l’impronta politico-civile dei suoi film più noti


Uno stakanovista della settima arte, Damiano Damiani non ha mai rinunciato alla cura certosina della recitazione dei suoi attori.
Damiano Damiani, il re del cinema di denuncia sociale
(Pasiano di Pordenone, 23 luglio 1922 - Roma, 7 marzo 2013)
Fine regista e sceneggiatore, nonché attore e scenografo, Damiano Damiani nasce a Pasiano di Pordenone il 23 luglio del 1922. Ultimati gli studi di pittura presso l’Accademia di Brera, a Milano, si affaccia al mondo della celluloide nel 1947 realizzando un documentario “La banda d’Affori”, di cui cura regia e sceneggiatura, segue nel 1954 “Le giostre”.
Lavora assiduamente come sceneggiatore e solo nel 1960 decide di ritornare dietro la macchina da presa per il suo primo lungometraggio, “Il rossetto”, ispirandosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto. Una ragazzina assiste all’omicidio di una donna e s’invaghisce dell’assassino, che la usa per sfuggire alla giustizia, che inesorabile arriva, grazie alle indagini di un commissario di polizia.
Tra gli attori da segnalare la presenza del regista Pietro Germi, un grande talento dietro e davanti alla macchina da presa. È dello stesso anno “Il sicario”, un noir che punta il dito sul marcio di certa borghesia italiana senza scrupoli, interessata solo ad arricchirsi.
Fin dalle prime opere appare chiaro che il cinema di Damiani non è solo espressione artistica, ma è soprattutto un mezzo di denuncia sociale, che mostra senza censure la normalità con cui molti vivono la violenza, il potere asservito al proprio interesse, le ingiustizie che ci circondano. Il tutto senza penalizzare l’intreccio narrativo, sempre interessante, ed il girato, in cui anche i silenzi hanno voce.
L'inizio delle trasposizioni letterarie: il mezzo cambia, l'arte rimane
Nel 1962 realizza la sua prima trasposizione cinematografica di un’opera letteraria, con “L’isola di Arturo”, dall’omonimo romanzo di Elsa Morante, di cui cura anche la sceneggiatura assieme a Ugo Liberatore e Cesare Zavattini, spendendo molto per l’introspezione psicologica dei personaggi, un aspetto curato in tutte le sue realizzazioni. Nel 1963 dirige un Walter Chiari in stato di grazia in “La rimpatriata”, vincitrice del premio Fipresci, dove il regista vuole indagare sulla borghesia dell’epoca, attraverso un incontro di vecchi amici, che con malinconia pensano a ciò che sono diventati e a ciò che sarebbero voluti essere (tema caro anche a Carlo Verdone, che con “Compagni di scuola” ha realizzato la sua migliore pellicola, a dimostrazione che certe situazioni sono sempre attuali).
Sempre al 1963 risale “La noia”, trasposizione dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia, sceneggiato con Tonino Guerra. Nel 1966 con “Quién sabe?” riesce a coniugare l’impegno politico con lo spaghetti western. Il protagonista, interpretato da Klaus Kinski, è un bandito, che ritrova la strada della giustizia, e si prodiga per i più deboli.
L'impegno sociale si fa sempre più marcato
Il regista sente sempre più profondamente l’esigenza di creare opere che siano espressione di un forte impegno civile, da qui l’interesse per la criminalità mafiosa, della quale in molti sottovalutavano la potenzialità criminale. Tra questi non c’era Leonardo Sciascia, che con “Il giorno della civetta”, del 1961, ne aveva già denunciato la pericolosità. Damiani porta sullo schermo il romanzo, mostrando con intensità emotiva e drammaticità, uno spaccato sociale dove nonostante la connivenza tra politica e mafia, e l’omertà imperante, un onesto e determinato Capitano dei Carabinieri rivendica il predominio di legge e giustizia su corruzione e violenza. Protagonisti della pellicola Claudia Cardinale e Franco Nero, attori amati dal regista, che li vuole spesso nei suoi film.
Nel 1971 dirige due polizieschi, dove la denuncia della criminalità mafiosa sposa l’azione: “Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica” con Martin Balsam e Franco Nero, e “L’istruttoria è chiusa: dimentichi”, sempre con Franco Nero, dove mostra come l’organizzazione mafiosa sia forte anche dentro alcune carceri.
È del 1972 “Girolimoni, il mostro di Roma”, con uno strepitoso Nino Manfredi che veste i panni di Gino Girolimoni, fotografo romano, accusato negli anni ’20 d’aver ucciso delle bambine, e poi segretamente scarcerato per mancanza di prove. Il regista punta il dito sulla manipolazione di molti casi di cronaca che trasformano le masse in giudici assetati di vendetta, problema attuale ancora oggi, se pensiamo all’accanimento morboso dei media su alcuni delitti, che distraggono probabilmente chi guarda da altri accadimenti altrettanto importanti.
Ma Damiani mostra anche come la superficialità investigativa può rovinare per sempre la vita di un uomo, in questo in molti hanno voluto leggere un riferimento al caso dell’anarchico Valpreda accusato della strage di Piazza Fontana, e alla seguente ‘strategia della tensione’.
Nel 1973 passa davanti alla macchina da presa per Florestano Vancini in “Il delitto Matteotti”. Tra gli altri film ricordiamo: “Perché si uccide un magistrato” del 1974, con Franco Nero; “Il sorriso del grande tentatore” dello stesso anno; il western brillante del 1975 “Un genio, due compari, un pollo”, con Terence Hill; il thriller con Tony Musante e Claudia Cardinale “Goodbye e amen” del 1977, e “Io ho paura” dello stesso anno, che vede Gian Maria Volonté protagonista di un drammatico thriller.
Il giallo italiano: l'inizio delle serie TV italiane impegnate
È del 1978 “Un uomo in ginocchio”, pellicola drammatica con Giuliano GemmaEleonora Giorgi e Michele Placido. Nel 1982 si cimenta nell’horror con “Amityville Possession”, dove racconta di una famiglia che si trasferisce in una casa infestata da anime dannate. Nel 1984 Damiano Damiani dirige la serie gialla per eccellenza della tv italiana, “La piovra”, dove con particolare maestria dipinge la mafia dei nostri giorni, quella collusa con alcune istituzioni, che vengono da essa svilite e manipolate.
Il pubblico s’innamora del commissario Cattani, un formidabile Michele Placido. L’incredibile successo ottenuto dalla serie determinerà il susseguirsi di ben dieci stagioni. Anche in questo contesto il regista denuncia e condanna con realismo, Cattani è un uomo vero, capace di vincere alcune battaglie, ma purtroppo non la lotta impari con le associazioni mafiose.
Dirige ancora Michele Placido nel 1985 nel film nel poliziesco incentrato sulla mafia “Pizza connection”. Nel 1986 realizza “L’inchiesta”, con Harvey Keitel e Keith Carradine, dove racconta il tentativo dei romani di comprendere la sparizione del corpo del Cristo dal sepolcro. In seguito collabora con il piccolo schermo, fino al 2001, realizzando per il cinema pellicole di poco spessore. Si spegne il 7 marzo del 2013 a Roma all'età di novant'anni per insufficienza respiratoria. - Maria Grazia Bosu –

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