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lunedì 21 ottobre 2013

Lapevate Che: Attualità...


Macchè Raccomandati, Aboliamo I Concorsi

Un conto è un por che aiuta suo figlio, altro un docente che dà una chance a un allievo capace.
Se non li favoriamo avremo sempre più cretini in cattedra

Confesso: ho peccato. E prima di me ha peccato il mio maestro, e il suo maestro, e di maestro in maestro per generazioni. Tutti colpevoli di aver raccomandato i propri allievi, d’aver brigato per appoggiarli nei concorsi. Ma Il peccato si traduce in un reato?
A leggere le cronache, parrebbe di sì: decine di prof indagati dalla procura di Bari, concorsi truccati in undici università italiane.
Poi, certo, la notizia meriterebbe una verifica. In primo luogo perché gli undici nomi rimbalzati sui giornali chiamano in causa cinque membri della commissione di “saggi”, quella incaricata dal governo d’indicare le riforme costituzionali necessarie. Ma guarda un po’, che coincidenza. Proprio nel mezzo d’uno scontro politico rovente sulle medesime riforme, proprio alla vigilia della manifestazione indetta a Roma da quanti ci s’oppongono. Fin troppo comodo screditare il saggio per screditare la riforma.
E in secondo luogo, c’è il trucco. Noi non sappiamo di quali malefatte vengano accusati questi professori, e il bello è che non lo sanno nemmeno loro, avendo ricevuto un’informazione a mezzo stampa, anziché un’informazione di garanzia. Ma un conto è favorire i propri allievi, altro i propri figli (ahimè, succede: come diceva l’ex ministro Mussi, certi Consigli di facoltà sembrano Natale in casa Cupiello), Un conto è che il concorso venga vinto da candidati con zero pubblicazioni accreditate, o che i commissari di concorso abbiano, tutti insieme, meno titoli del candidato trombato (ahimè, succede pure questo: a Parma nel 2001. A Bari nel 2002, a Reggio Calabria nel 2004, a Messina nel 2005, alla San Pio V di Roma nel 2006). Un altro conto è stringere alleanze fra scuole accademiche, chiedere un fondo da ricercatore all’ateneo per offrire una chance LL’llievo migliore, magari chiedere voti dichiarando già in partenza d’appoggiarlo, come succedeva quando le commissioni venivano elette fra professori della stessa disciplina, anziché, deignate per sorteggio.
E allora mettiamoci d’accordo: la cooptazione non è un peccato né un reato, è la legge non scritta dell’università. Perché il giudizio culturale non spetta al popolo elettore, bensì – come diceva Adorno – al “ denigrato personaggio dell’esperto”. E’ il prof di diritto costituzionale che valuta le qualità del costituzionalista in erba, non può certo farlo il sindaco. E d’altra parte ogni giovane studioso s’avvia alla ricerca sotto la guida d’un docente, che poi lo aiuta a far carriera. Sempre che, beninteso, lui abbia stoffa da cucire. Questo sistema incoraggia comportamenti borderline, al confine fra il lecito e l’illecito? Può darsi, ma se è così tanto vale prendere il toro per le corna. Con una soluzione radicale<. Via i concorsi, che ogni professore si scelga il suo assistente, che ogni ateneo si scelga i propri professori. Magari stabilendo i requisiti minimi per essere chiamati in Paradiso, dal titolo di dottore di ricerca a un certo numero di pubblicazioni. Altrimenti rischieremmo la promozione in massa del cretino.
E se il cretino trova comunque spazio in Paradiso? Ne risponde chi lo ha scelto, ma a tale scopo serve una doppia condizione: via il valore legale della laurea, via il valore legale della cattedra. Dunque competizione fra i singoli atenei, sicché chi recluta i peggiori docenti si troverà senza studenti. E stop all’inamovibilità dei professori, stop allo stipendio a vita, stop alla stessa busta paga per i prof che scrivono libroni e per quelli che coltivano le rose. E’ la soluzione proposta mezzo secolo fa da Luigi Einaudi, ma è anche il perno del sistema americano. Dove gli unici docenti a tempo indeterminato sono quelli con tenure (incarico stabile); gli altri lavorano, per così dire,, in prova. Ovvero con contratti per lo più triennali, che agli studiosi più brillanti fruttano un milione di dollari. E che fruttano il licenziamento agli incapaci. Morale della favola? Da concorso poli ci salverà il mercato.

michele.ainis@uniroma3.it  - L’Espresso – 24 Ottobre 2013

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