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lunedì 20 maggio 2013

Lo Sapevate Che: A Cosa Servono Le Banche? ...


La nostra crisi è iniziata quando il denaro ha ricominciato a riciclarsi con se stesso, diventando il generatore simbolico di tutti i valori

Lavoro in un istituto di credito e sento sempre più il peso dell’ipocrisia e mancanza di coscienza che imperversa nel nostro ambiente. Quasi ogni azione messa in campo dagli istituti ha come unico fine l’arricchimento spinto alla massima potenza, in barba alle vere esigenze del cliente, usato come un limone da spremere fino all’ultima goccia. Le assicuro che purtroppo non è retorica. Sono infastidita dal sentire sempre le stesse cose dai manager che ogni volta si avvicendano. Ognuno di loro ha una visione del suo incarico a brevissimo termine, nessuna loro azione ha ampio respiro, ma serve solo a rincorrere “il dato contabile” necessario, relativo all’anno di competenza. Nessun investimento a lungo respiro, solo massima tensione al risultato nel breve termine. Le eventuali e altamente probabili conseguenze negative si affrontano sempre con gli stessi schemi finanziari cosiddetti “innovativi” e i danni eventuali ricadranno su chi verrà dopo il manager in carica, adducendo come scusa l’arrivo di un nuovo corso che spazzerà via quanto fatto fino a quel momento. Il nuovo corso naturalmente userà sempre gli stessi metodi.
Tutti i manager sono usciti dalle stesse Università, applicano sempre lo stesso modus operandi e il mondo si sta dividendo da anni tra ricchi e poveri. Solo questa settimana, due miei clienti, un giovane e una madre di tre figli, mi hanno avvisata che hanno perso il lavoro. Non sente anche lei una progressiva e inesorabile decadenza verso l’assenza di democrazia, compassione, bene comune? La saluto con affetto, felice di aver trovato il coraggio di scriverle.

Ho sentito da un banchiere che le banche sono imprese e non istituti di beneficenza. Nessuno ha mai pensato che fossero istituti di beneficenza, ma il loro modo di fare impresa non mi pare tanto imprenditoriale.
Da quando sono state privatizzate in nome del mercato, che ha sostituito tutte le ideologie, cercando di mascherare il suo aspetto ideologico, le banche non svolgono più un servizio pubblico, ma rispondono solo agli azionisti, i quali tendono solo a massimizzare i loro profitti. Come? In un circolo dove si compra e si vende solo denaro, anche se Aristotele diceva che “Il denaro non può produrre denaro, perché non è un bene, ma il simbolo di un bene”. E anche se nel Vangelo di Luca (6,13) è scritto “Mutuum date nihil inde sperantes (Fate prestiti senza dovervi attendere la restituzione)”. Eppure non sono poche le banche che, in questa Europa “dalle radici cristiane”, hanno nomi di santi.
Ma, a prescindere da queste considerazioni, il tasso di scarsa imprenditorialità delle banche io la vedo nel fatto che la loro ricchezza non si forma tanto nel prestare denaro a imprese e famiglie, traendone vantaggio con gli interessi ma prevalentemente comprando denaro e vendendo denaro, escludendo da questo circuito la circolazione del denaro nell’economia reale, che a questo punto implode.
Accade poi che le banche prestino denaro anche a grosse imprese che, per le loro dimensioni o per le protezioni politiche di cui godono (o danno l’impressione di godere), offrono (o sembrano offrire) ritorni di qualche genere. Non come in Danimarca, dove se una piccola impresa chiede un prestito, il funzionario di banca, invece di stare nel suo ufficio a studiare le carte e bilanci, va nell’azienda, si ferma una settimana e vede come vanno le cose e che prospettive ci sono. Dopo di che torna nella banca, dove si decide se consentire o meno il prestito.
Questo significa svolgere un servizio pubblico a favore dell’economia del Paese. Ma forse è più facile e meno rischioso del denaro e gratificare gli azionisti, divenuti, dopo la privatizzazione, i veri referenti. E intanto quelli che producono il denaro attraverso il lavoro, imprenditori e operai, chiudono i primi le fabbriche, i secondi perdono il lavoro e la comunità, limitata a quelli che pagano le tasse, mantiene, finchè è possibile, quel po’ di cassa integrazione ordinaria o straordinaria, giusto per consentire la sopravvivenza a chi si trova privo di risorse. Quando poi la privazione intacca, oltre alle risorse, anche la propria dignità, allora si precipita nella disperazione e, come ci riferiscono le cronache, talvolta nel gesto estremo.
umbertogalimberti@repubblica.it

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