Che Noia Le Liti Nel Pd, Ma Almeno La
Festa
Offre Il Ristoro Democratico
“Per fare il tiro al piccione c’è chi si
deve mettere nei panni del piccione” dice D’Alema. “Non mi serve il tuo
permesso per candidarmi” gli risponde Renzi. “Io una deroga al regolamento la
feci” replica Bersani. E così via,
di
puncicata in puncicata, fino alla prossima intervista. Sfoglio dichiarazioni
politiche di inizio luglio 2013, ma potrebbe essere un giorno qualsiasi di un
mese qualsiasi degli ultimi sei anni almeno (tanti ne vanta la vita del Partito
Democratico), sia per contenuti che per protagonisti.
Schermaglie
che un tempo, forse hanno anche appassionato, evaporano dalla mia testa confuse
tra i fumi di salsiccia della Festa dell’Unità romana di Parco Schuster nella
quale mi trovo a passeggiare.
Nel
dubbio che a smorzare toni e clamore del tutto sia la tipica indolenza estiva
media, mi resta oggettivamente difficile provare brividi nuovi per il
riproporsi dell’ennesimo capitolo dell’infinita saga onanisticamente democratica
del dibattito precongressuale, fenomeno talmente costante, longevo e immutabile
nel tempo, da poter ignorare l’obbligo d’incombenza di una data in cui
effettivamente svolgere il congresso in questione. E per quanto financo padri
nobili del partito quali Franceschini s’affaccino a stigmatizzare il pericolo
di divisioni delle truppe democratiche in comunisti e democristiani (e non più
in margheritini e diessini), l’eccitazione che la nostalgica disputa dovrebbe
provocare latita.
Se
poi, a fare da discrimine tra le linee che presenteranno agli elettori l’idea
di monto e di partito che uscirà dal congresso, è l’angosciante e ormai
grottesco arrovellarsi collettivo sulle regole da darsi per la tenzone a
venire, scaldarsi sulle divergenze diventa esercizio di stile, finzione
d’attore, recita non richiesta in replica per l’ennesima volta.
Se
l’orizzonte, tracciato a ogni intervista dal candidato più forte fra quelli
attualmente ai nastri di partenza, è ancora segnato dall’esigenza di non farsi
fregare dalle regole definite dal Partito, dare brio e interesse al congresso
non sarà facile. Eppure, la festa del Pd di Roma anche quest’anno sembra
affollata di gente e volontari che ti incontrano e ti dicono che “noi,
nonostante il Pd faccia di tutto per mandarci via, da qui non ce ne andiamo,
anzi”. Perplesso, fingendo, distacco, tra suoni di rumba e afrori di fritto,
guadagno l’uscita passando davanti a un ristorante dal titolo propizio: Ristoro
democratico.
L’auspicio
di ogni militante, il punto d’arrivo ideale di ogni congresso, il rifocillarsi
delle idee di cui la sinistra avrebbe tanto bisogno, per ora è solo una sosta
davanti a una cacio e pepe.
Il
Sogno Di Zoro – Diego Bianchi – Venerdì di Repubblica 12-7-13
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