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sabato 10 novembre 2018

Lo Sapevate Che; New York, post moderna come la Vienna di Klimt...


La Storia È maestra di vita, dicevano i professori di una volta; quando ancora questa disciplina aveva un posto importante. La versione integrale è di Cicerone: “La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità”. In quest’epoca caotica e angosciante, chiediamo risposte alla memoria dell’umanità che ci ha preceduto. È quel che faccio nel mio nuovo libro, che ho intitolato Quando ha inizio la nostra storia. Ho scelto undici grandi date del passato che segnano svolte, rivoluzioni, e hanno dei parallelismi col presente, suggeriscono confronti con gli sconvolgimenti di oggi. Ho mescolato questi viaggi nel tempo con i miei viaggi veri nel mondo presente. Il libro non nasce a tavolino ma da racconti “caldi”, testimonianze delle mie esplorazioni, nella mia vita da nomade globale. Dall’America profonda che sostiene Trump mi spingo fino all’Iran, Israele, Palestina, Arabia Saudita. Nelle Guerre dell’Oppio cerco le chiavi dell’espansione cinese ai nostri tempi. Inseguendo Jules Vernes nel suo giro del mondo in 80 giorni, lo rifaccio a modo mio. Riscopro e disvelo il vero Sessantotto americano, quella guerra civile su valori che continua a dilaniarci oggi. Cerco i precedenti che suggeriscono il futuro che ci attende. Maestra di vita, dovrebbe insegnarci a non ricadere negli stessi errori. O a non indulgere in paragoni troppo facili, superficiali. La storia studiata male è una trappola: ognuno s’inventa un passato di comodo, fatto su misura per i propri pregiudizi o le proprie illusioni, una ricostruzione ideologizzata. La storia viene reinventata alla luce del presente: lo fecero tutte le classi dirigenti, quelle del nostro Risorgimento poi Benito Mussolini e tanti leader stranieri costruirono un passato mitico che doveva orientare e manipolare le coscienze nel presente. La nostalgia è diventata un sentimento dominante, si costruiscono carriere politiche sullo struggente desiderio di tornare a un’età dell’oro, a un paradiso perduto. Uno dei luoghi che identifico come “la chiave dell’enigma” è un museo-bomboniera situato di fronte a Central Park, a poca distanza dai più noti Metropolitan, Guggenheim. È la Neue Galerie, creata da un figlio di Estéè Lauder raccogliendo capolavori rubati agli ebrei dai nazisti. La specialità della Neue Galerie è la corrente chiamata Modernismo, con i pittori Klimt, Kokoschka, Schele. La magia di quel luogo ricrea un’atmosfera culturale che si respirava nell’impero austroungarico nel primo Novecento. Spazia in realtà per un arco lungo dal 1890 al 1940, fino all’espressionismo; oltre all’Austria include un pezzo di cultura della Germania fino alla Berlino di Cabaret, di Brecht e di Grosz. In quell’arco si consumano gli ultimi bagliori di una civiltà abbastanza tollerante e inclusiva, di un ordine multietnico descritto dal romanziere Stephen Zweig; poi le carneficine nella Prima guerra mondiale, la disfatta militare e la dissoluzione geopolitica dell’Impero asburgico; infine i nazionalfascismi che spingeranno l’Austria, con l’Anshluss (annessione), nelle braccia di Hitler. Ma prima di arrivare all’epilogo tragico, l’inizio del Novecento vede una centralità culturale di Vienna, una fioritura meravigliosa, quasi un secondo Rinascimento. Salvo che il Rinascimento è ricco di “scoperte positive” sull’umanità, la Vienna del Novecento invece è post moderna nella sua distruzione sistematica di certezze. Proprio come la mia New York di oggi, quella Venna sembra il centro del mondo di allora, il luogo dove nascono le idee che contano. Oggi però siamo consapevoli che il turbine creativo viennese era soltanto il centro del “nostro” mondo, e li sì stava consumando solo la decadenza di “un” mondo.
Federico Rampini – Opinioni – Donna di La Repubblica - 3 novembre 2018 –

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