sabato 17 febbraio 2018

Lo Sapevate Che: Lascia fare a Brunilde, compagna di viaggio ideale...

Fermi In Un’Area di parcheggio lungo l’autostrada 95 che mi porta da New York a Washington, lei e io cerchiamo di parlarci, di capirci e di non litigare più. Ci siamo incontrati e conosciuti da poco, e tutto odora di fresco e di nuovo, lei tutta carina e tirata a lucido e io un po' intimidito ed emozionato. Ma dopo l’entusiasmo iniziale, già abbiamo smesso di capirci. Lei, che sembrava sottomessa e servizievole, si sta rivelando prepotente e dispettosa. Io sono impaziente, ruvido presuntuoso nella convinzione di poterle far fare quello che voglio io. Ero sicuro che l’avrei capita subito, e ora sto scoprendo di essermi sopravvalutato e di averla sottovalutata. Forse è il suo lontano da nazista, visto che la sua bisnonna era un’idea di Hitler, o è semplicemente il fatto di essere tedesca, dunque tendenzialmente testarda. Se trovassi un’anagrafe la farei iscrivere con il nome di Brunilde, l’eroina dei Nibelunghi, ma nemmeno a New York, dove pure sono molto tolleranti con gli stranieri, troverei un prete o un impiegato comunale disposto a battezzare o registrare allo Stato Civile un’automobile. Sbagliando, perché quella creatura di metallo e plastica ormai ha acquisito un cervello e di conseguenza, sospetto, anche un’anima. Brunilde, piccola auto nata in Germania, pensa di essere più intelligente di me e probabilmente lo è. Vuole tenermi rigorosamente fra le righe bianche dell’autostrada, e il volante impedisce, con una spinta opposta, i miei tentativi di cambiare corsia: Osserva tutto quello che mi circonda con i suoi occhietti elettronici, inviando segnali video e audio sullo schermo nel cruscotto e negli specchietti esterni per avvertirmi. Se mi avvicino troppo al sedere di un’altra, mi diventa gelosa e frena. Se faccio piedino troppo vigorosamente all’acceleratore, s’inviperisce e mi scatena sullo schermo una batteria di indicatori per rimproverarmi di consumare troppo, come fa mia moglie se voglio una seconda porzione di rigatoni. Si parcheggia da sola, tano per smentire il solito luogo comune sulle donne che non lo sanno fare, e attraverso il display del navigatore mi segnala i miei tragitti per ricordare dove va, che percorso segue, consigliarmene uno per lei migliore e dirmi quale velocità è consentita. È quello che avrebbe voluto fare mia madre, quando uscivo le prime volte alla guida, ed è quello che vorrebbe sapere mia moglie per appurare se davvero io vada dove dico di andare. Brunilde ricorda tutto. Dalla vecchia targhetta magnetica con la foto dei bambini e “Non correre pensa a noi” i ruoli si sono invertiti: ora è l’auto che pensa a te. Il teorico padrone al volante è sempre più un passeggero, un pezzo di bagaglio, un pericolo, secondo l’antica barzelletta dell’astronauta in volo accanto a una scimmia che, nel panico per un guasto, riceve dalla base l’ordine perentorio di non toccare niente e di lasciar fare alla scimmia. Lei sta imparando tutto di me e io ben poco di lei, come in tutti i matrimoni. Dovrei studiarmi con cura quell’enorme volume di istruzioni che nessun vero maschio legge mai, anche perché scritto da autori decisi a renderlo incomprensibile, o guardare in Rete ore e ore di istruzioni video. Con lei, io – dinosauro del cambio manuale, delle mappe stradali, della frizione bruciata – sono entrato nella nuova era del Movimento di liberazione delle automobili, non più serve, ma padrone. Mi arrendo. Va bene, Brunilde, andiamo, portami a casa, le chiedo, perché risponde naturalmente anche alla voce (per ora). Guizzano segnali blu e rossi sul display, partiamo e ho l’impressione, ma forse mi sbaglio, che sorrida soddisfatta.

Vittorio Zucconi – Opinioni – Donna di La Repubblica – 3 Febbraio 2018 -

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