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venerdì 29 marzo 2013

Lo Sapevate Che: Usa e Getta....


 I Lavoratori Usa E Getta Nel Tempo Del Declino

I tre milioni di disoccupati dichiarati, più uno di non dichiarati. Quattro milioni di precari che stanno invecchiando. Migliaia di piccole imprese che chiudono ogni mese. Il tutto vuol dire milioni di vite ferite, compromesse, assediate da un futuro di disperazione.
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Davanti a simile catastrofe, i dirigenti confindustriali ivi citati riescono a dire che l’Italia “è un Paese in cui è difficilissimo fare impresa”. Più che una dichiarazione di insipienza, è un’offesa alla memoria dei loro predecessori, sia nel privato che nel pubblico. Quelli che in meno di vent’anni fecero di un Paese semidistrutto dalla guerra, che ancora nel ’51 aveva più del 40 per cento di occupati in agricoltura, un grande paese industriale. Non era certo un Paese in cui fosse facile fare impresa. Non c’erano né operai né strade, né materie prime, né capitali. Ma quegli imprenditori inventarono la Vespa e la Lambretta, fabbricarono milioni di auto utilitarie e di elettrodomestici, mentre i dirigenti pubblici moltiplicavano per cinque la produzione di acciaio, costruivano flotte di magnifiche navi e si imponevano nel mondo tra le grandi sorelle del petrolio. Tutti insieme, crearono milioni di posti di lavoro stabile e decentemente retribuito. Si chiamavano, nel settore privato, Piaggio e Valletta, per citarne solo alcuni. Che avevano di fronte dirigenti pubblici ed economisti come Oscar Sinigaglia, Enrico Mattei, Pasquale Saraceno, Giuseppe Glisenti. Una generazione di grandi imprenditori e dirigenti, nel privato come nel pubblico, che non sembra aver lasciato nessun discendente. Non dimentichiamo che oggi c’è la crisi, si suole obiettare. E’ una realtà che nessuno può negare. Tuttavia, ad onta della crisi, non è che la produzione di auto e elettrodomestici, di navi e di abbigliamento di gamma alta nel mondo sia cessata. Prosegue più che mai, però, però non in Italia. Il peggio è che non sembra essere arrivato quasi nulla a sostituirlo. Çe medie e grandi imprese italiane non inventano quasi più nulla di realmente nuovo. Da decenni, non solo da quando c’è la crisi, spendono una miseria in ricerca e sviluppo, e in formazione. Gli impianti sono in media tra i più vecchi d’Europa. Le fabbriche qui e là ci sono ancora, ma fabbricano in prevalenza disoccupati e mal occupati.
Il degrado ormai macroscopico delle condizioni di lavoro incluso i modi in  cui lavoratori e lavoratrici sono etichettati come esuberi e buttati fuori da un giorno all’altro, nel modo americano che tanto piace ai riformisti nostrani, è il riflesso ultimo della mancata riproduzione sociale e culturale di una intera classe di imprenditori e di dirigenti pubblici. Con un certo numero di eccezioni, ovviamente, sennò saremmo ormai all’assalto dei forni. Ma piuttosto che piangere sulle supposte difficoltà di fare impresa in Italia, bisognerebbe cercare di capire perché gli imprenditori di vaglia – ma anche i dirigenti pubblici di comparabile livello – sono diventati così pochi, i capitali si dirigono preferibilmente verso impieghi improduttivi, i brevetti depositati in Italia e all’estero scarseggiano e hanno modesti contenuti tecnologici.
Se non si cercherà di fare qualcosa lungo questa strada, la pratica dei lavoratori e delle lavoratrici utilizzati come oggetti usa e getta, di cui qui si parla, continuerà a diffondersi ed a mortificare esistenze.
Luciano Gallino- Venerdì di Repubblica – 22-3-13

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