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martedì 12 maggio 2020

Lo Sapevate Che: 45 anni fa Referendum abrogativo sul divorzio, vincono i no


12-13 maggio1974: Referendum sul divorzio in Italia: vince il NO

Il referendum abrogativo del 1974, meglio noto come referendum sul divorzio, tenutosi il 12 e 13 maggio 1974 in Italia, aveva a oggetto la richiesta ai cittadini se volessero o meno abrogare la legge 898/70, Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio, altrimenti nota come «legge Fortuna-Baslini», dal nome dei primi firmatari del progetto in sede parlamentare.
Entrata in vigore quattro anni prima, la legge aveva introdotto il divorzio in Italia, causando controversie e opposizioni, in particolare da parte di molti cattolici (la dottrina cattolica sancisce l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, ma gli antidivorzisti presentarono la loro posizione come motivata laicamente, cioè desunta dall’essenza stessa del matrimonio come istituto didiritto naturale, non come sacramento). Il fronte divorzista intese la sua battaglia nel senso d’un ampliamento delle libertà civili, ma anche d’uno spostamento a sinistra del quadro politico nazionale: alla vittoria del no nel 1974 seguiranno infatti importanti conquiste elettorali delle sinistre nel 1975 e nel 1976 e la formazione di governi con l’appoggio esterno del PCI prima nel 1976 e poi nel 1978.

Quadro sociale

Al momento della promulgazione della legge (1º dicembre 1970) il fronte sociale e politico era fortemente diviso sull’argomento. Le forze laiche e liberali si erano fatte promotrici dell’iniziativa parlamentare[1] (la legge nacque, infatti, a opera del socialista Loris Fortuna e del liberale Antonio Baslini). Forti differenze erano comunque presenti fra le avanguardie più radicali (femministe, LID, Partito Radicale, l’ala socialista di Fortuna) e parti consistenti del PCI orientate verso una trattativa con la DC, o l’ala socialista di De Martino[2][3]. La Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale Italiano si erano opposti alla legge[1], ma parte del mondo cattolico si era comunque dichiarato favorevole, come le ACLI, o il movimento dei cattolici democratici di Gozzini, Scoppola, La Valle e Prodi[4]. Fra i movimenti cattolici solo Comunione e Liberazione era rimasta completamente fedele alle indicazioni della CEI[3]. Il Vaticano aveva covato in un primo tempo il progetto d’un divorzio ammissibile per i matrimoni civili e vietato per i matrimoni concordatari (il progetto era piaciuto ad Andreotti, ma aveva grossi difetti, anche per la Chiesa): c’era il rischio, con questa normativa, d’incrementare enormemente il numero dei matrimoni civili. Fanfani aveva preferito una battaglia campale, confortato in questo da tutto il suo partito, anche se la sinistra DC e il Governo (compreso il presidente del Consiglio Mariano Rumor) rimasero in disparte durante la campagna referendaria. Lo schieramento del no era molto ampio, andando dal PLI di Giovanni Malagodi agli extraparlamentari di sinistra[2].

Posizioni dei partiti
Democrazia Cristiana
Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale[5]

No
Partito Comunista Italiano
Partito Liberale Italiano
Partito Radicale
Partito Repubblicano Italiano
Partito Socialista Democratico Italiano
Partito Socialista Italiano
Libertà di scelta
Südtiroler Volkspartei[6]


Conseguenze politiche

Amintore Fanfani, segretario dei democristiani e principale sostenitore del fronte antidivorzista, pagò il maggior scotto dall’esito referendario.
L’esito del referendum fu altresì interpretato come una dura sconfitta personale per Amintore Fanfani, visto come l’attore principale del fronte del sì[8]. Il segretario della DC, infatti, aveva cercato di sfruttare la campagna referendaria anche a fini prettamente politici[9], convinto che un’eventuale vittoria abrogazionista avrebbe frenato l’allora ascesa del PCI di Enrico Berlinguer, al contrario fra i maggiori esponenti del fronte del no. La sconfitta antidivorzista rappresentò di fatto l’inizio della caduta politica di Fanfani, tra i più longevi protagonisti della Prima Repubblica: la successiva débâcle democristiana alle regionali del 1975 lo costringerà a lasciare la carica di segretario a Benigno Zaccagnini[8].
La vittoria del no fu un duro colpo anche per la Chiesa, che aveva sospeso a divinis l’abate Don Giovanni Franzoni, favorevole al mantenimento della legge. Fanfani, nel luglio 1974, tentò di spiegare la sconfitta e di attenuarne la portata durante un Consiglio nazionale in cui sostenne che «la DC non promosse né incoraggiò la richiesta di referendum» e che «non possiamo concedere che l’essere riusciti a far convergere sulle tesi sostenute ben tredici milioni di voti rappresenti una sconfitta»[2].

Tendenze regionali del voto
Sostanzialmente il CentroNord si è espresso in maniera contraria all’abrogazione, mentre il Sud si è espresso in senso anti-divorzista. Il no ha prevalso però in Abruzzo, Sicilia e Sardegna e il sì in Veneto e Trentino-Alto Adige. (..)

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