Il 19
novembre 1969 l'agente restò a terra durante gli scontri di via Larga, a
Milano, tra forze dell'ordine e militanti di estrema sinistra
di Lucia Licciardi
Napoli - Il suo
nome non è fra quelli che tornano subito alla mente quando si evocano gli Anni di piombo, quella
miscela di tensioni sociali, estremismi e terrorismo che ha segnato un'epoca
della storia italiana con 428
morti e 2.000 feriti (la stima non è ufficiale) fra il 1969 e il 1988. Antonio Annarumma, agente
delle Guardie di Pubblica Sicurezza (corpo che nel 1981 fu smilitarizzato
diventando la Polizia di Stato), ucciso
il 19 novembre 1969 a 22 anni durante gli scontri di via Larga a Milano,
cui solo 40 anni dopo fu assegnata alla memoria una Medaglia d'oro al merito
civile, e però un caduto per "i piu' nobili ideali di spirito di
servizio", come recita la motivazione del riconoscimento tardivo, senza
peraltro essere mai riusciti a conoscere i responsabili della morte. Un giovane
del Sud di quelli che Pierpaolo Pasolini difese strenuamente da chi riteneva
che indossando una divisa si diventasse automaticamente 'servi del padrone'.
UCCISO CON UN
TUBO DI FERRO
Un servitore
dello Stato per la cui scomparsa non c'è un responsabile e non c'è una dinamica
chiara. Anzi. Quanto accadde quel mercoledì di novembre a Milano nel 1969 resta
ancora oggi per molti versi da ricostruire. Fin da subito, le versioni, anche
della stampa, divergevano. Ma su un punto l'autopsia e le indagini non
lasciarono dubbi: Antonio Annarumma è stato ucciso con un tubo di ferro usato come lancia che gli ha sfondato il
cranio colpendolo "con violenza alla regione
parietale destra, poco sopra l'occhio, procurandogli una vasta ferita con
fuoriuscita di materia cerebrale", come si legge nella perizia dei medici
legali Caio Mario Cattabeni, Ranieri Luvoni e Romeo Pozzato. Mario Capanna,
leader della protesta sessantottina italiana e tra i protagonisti in questa
vicenda, più volte sostenne che "la magistratura non è mai riuscita a
stabilire se Annarumma morì perché colpito al capo da un corpo contundente
lanciatogli contro o perché, andato a cozzare alla guida del suo
automezzo, batté mortalmente la testa.
Di quello che accadde intorno a mezzogiorno a Milano quel mercoledi' in quel punto di via Larga non c'è nemmeno una documentazione di immagini. Poche le foto, legate ai momenti immediatamente successivi all'urto tra il gippone OM52 portato dall'agente 22enne e un altro automezzo delle forze dell'ordine impegnato nella manovra di 'carosello' messa in atto per disperdere i manifestanti, una Campagnola AR59. Di un filmato che immortalava l'accaduto fatto dalla televisione francese Ortf non c'è più traccia. Anche la documentazione dell'autopsia sparì per un periodo, poi fu ritrovata. Quindi, quando a gennaio dell'anno successivo si aprì un processo a carico di 11 dei 19 arrestati tra i manifestanti, la corte meneghina fu chiamata a esprimersi solo per resistenza a pubblico ufficiale e per i danni ingenti di quella mattina di violenze di piazza, non per un omicidio. Quelle violenze si svilupparono secondo un copione che ancora oggi si ripete: troppi momenti di protesta concentrati in un solo luogo (il comizio dei sindacati al teatro Lirico, l'università occupata, due cortei in contemporanea, quello dei marxisti e quello degli anarchici), con la confluenza di due manifestazioni; la molto probabile casualità dell'incidente che innescò il corpo a corpo tra manifestanti e forze dell'ordine (una camionetta urtò un gruppo di manifestanti e una ragazza cadde); la presenza comunque all'interno della protesta di facinorosi (i manifestanti usarono mazze e molotov, evidentemente preparate prima, e avevano strumenti per prelevare sanpietrini e pezzi d'asfalto dalla strada, e solo l'uso dei tubolari di ferro da un cantiere in via Larga poteva essere pensato al momento).
LA RABBIA DEI
COLLEGHI
La rabbia dei colleghi di
Annarumma si tradusse il giorno successivo alla sua morte in una protesta in caserma che
l'allora presidente del Consiglio Mariano Rumor e il ministro dell'Interno
Franco Restivo dovettero minimizzare in un comunicato stampa ufficiale. Ma la
rabbia si potè leggere davvero il giorno dei funerali, il 22 novembre, a
Milano: Mario Capanna, leader della protesta studentesca e dell'occupazione
della Statale, si presento' in chiesa e solo un altro eroe dello Stato in quel
frangente seppe cosa fare. Un giovane commissario, Luigi Calabresi, lo prese
sotto braccio e lo sottrasse di fatto a un linciaggio. Ventitre' giorni dopo la
morte di Antonio Annarumma si apri' la stagione del terrore a piazza Fontana. E
a quella rabbia del III Reparto Celere di Milano del 1969 sinora nessuno ha dato
risposte.
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