Ogni Tanto Sui social network si fanno incontri
casuali e bellissimi che sono come regali inaspettati. Sulla pagina Facebook di
un’amica mi imbatto in un video in cui un famoso scrittore israeliano che si chiama
Ergar Keret, seduto su un divanetto color grigio ardesia su uno sfondo color
grigio talpa, legge un racconto tratto dalla raccolta All’improvviso bussano alla porta, pubblicata in Italia nel 2012.
Nonostante la deprimente scelta cromatica del contorno e una regia spartana e
latitante, resto inchiodata allo schermo fino alla fine della lettura, irretita
dal potere ipnotico delle parole. Cos’abbiamo
in tasca? si chiama il racconto. “Cosa tengo nella tasca?” , domanda l’autore.
Un accendino, una pastiglia per la tosse, un francobollo, una sigaretta
piegata, uno stuzzicadenti, un fazzoletto, una penna. Oggetti all’apparenza
messi lì per caso ma in realtà accuratamente selezionati. Perché se una notte
una ragazza dal sorriso incantevole se ne stesse lì, davanti a una buca delle
lettere con una busta affrancata in mano, e chiedesse: “Scusa, sai per caso se
a quest’ora c’è un ufficio postale aperto?”, tu potresti estrarre dalla tasca
il francobollo e regalarglielo e in cambio lei ti regalerebbe uno sei suoi incantevoli
sorrisi. E poi tossirebbe, perché a volte anche le ragazze hanno , così tu le
daresti la pastiglia. “Ehi, cos’hai in tasca?”, domanderebbe lei, incuriosita.
“Ho tutto quello di cui hai bisogno”, diresti tu. E forse è esattamente questo
che dobbiamo avere sempre in tasca: la possibilità di essere pronti,
all’occorrenza. La lettura finisce. Lui,
l’autore con tutte quelle cose meravigliose nelle tasche, resta lì per un
attimo, un po’ stropicciato, senza saper bene che fare, adesso, in mezzo a
tutto quel grigio dopo parole così folgoranti. Il video si blocca sul suo
imbarazzo. Premo di nuovo il tasto play e poi ancora e ancora una volta. E
penso che forse quello che abbiamo nelle tasche, che sono angoli privati,
intimi ma anche angusti ed essenziali, parla di noi e della chance che vogliamo
dare all’eventualità di dover essere pronti. Quando carico la lavatrice ho
imparato a controllare le tasche dei pantaloni delle felpe e delle giacche.
Perché, nonostante le raccomandazioni e le minacce, nessuno dei miei figli si
ricorda di svuotarle prima di infilare i vestiti sporchi nell’apposita cesta
verde in bagno. Mi precipito all’imboccatura di quel pozzo sempre colmo di
pedalini, magliette, felpe e biancheria varia. Ne estraggo un paio di jeans
sbrindellati, i preferiti di mio figlio minore. Infilo le dita nelle piccole
tasche: trovo una minuscola torcia con il logo di una casa farmaceutica
stampato sopra (dove l’avrà
raccattata?), una barchetta di carta (solitamente le fa navigare nel bidet),
una caramella già u po’ consumata e riavvolta bell’e meglio nella stagnola,
un’anonima pietruzza. Direi che c’è tutto quello che gli serve, tutto il meglio
da offrire a chi – il bambino del piano di sopra, la ragazzina con le trecce in
cortile, il cane dei vicini – fosse casualmente colto nel momento del bisogno.
(..). Le mie tasche sono vuote ma ho deciso che da oggi, comincerò a riempirle.
Perché anch’io, un giorno, voglio poter rispondere: “Ho tutto quello di cui tu
hai bisogno”
Claudio de Lillo – Opinioni – La Donna di Repubblica – 17
settembre 2016 -
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