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sabato 22 febbraio 2014

Lo Sapevate Che: Addio a Gianni Borgna il Mite Gramsciano che Amava Sanremo....


Assessore romano alla cultura, studioso di Pasolini, 

si è spento a 66 anni


Che dispiacere, se n’è andato Gianni Borgna. Aveva 66 anni. Allegro dirigente politico di un partito serio e severo quale poteva essere il Pci; scrittore in tempi oscuri di libri dilettevoli e anche per questo tanto più importanti; organizzatore di cultura viva e apprezzata; ma soprattutto un uomo che aveva un dono raro nella vita pubblica, quello di innamorarsi di tutto ciò che faceva, anche a costo di sacrificargli tutto ciò che pure rispettava, ma che nell’animo suo metteva serenamente in secondo piano e forse gli faceva anche un po’ ridere, ma senza superbia, né altri complessi. La carriera, il successo, il potere erano per lui entità del tutto trascurabili rispetto alle sue passioni.
E certo, avrà avuto anche lui le sue pene, quando ingiustamente lo sottostimavano nell’assegnazione degli incarichi, chè molto di più avrebbe meritato, o quando lo mandarono allo sbando alle elezioni, nel 2006 con i Ds, facendogli mancare i voti.
Ma certo lui non s’è pentito di aver dato, prima al suo partito e poi alla sua città, quindi ai suoi lettori e ai suoi amici in termini di sguardi, previsioni, consigli, infine all’Auditorium, alla Biennale o al Teatro di Roma, ecco, Borgna ha dato agli altri molte più cose, molte più sorprese di quante lui ne abbia mai ricevute.
Ma va bene così, il ricordo è ancora più vivo per questo, e forse anche perché come nessun altro è rimasto fedele agli ideali della sua gioventù. Un puro, ma gentile e curioso; con il che oggi si piange una persona che aveva un bellissimo sorriso e una sorta di perenne buonumore, e tuttora non c’è foto che lo ritragga triste o immusonito.
Era in effetti un tipo davvero simpatico, mite, intenso, lievemente distratto e pieno di preziosi intuizioni, molte delle quali – ha detto ieri Francesco Rutelli che lo ebbe a fianco nei suoi due mandati al Campidoglio come ottimo assessore alla Cultura – sono ancora da scoprire Piccoletto com’era, e soprannominato “Profumetto” per il dispiego borghese di acqua di colonia, nel mondo arcigno e soporifero del Pci degli anni ’70 Borgna poteva fare l’effetto di un cartone animato, e ancor più quando giovanissimo si metteva un incredibile colbacco e invocava con placida sicurezza “un governo operaio e contadino”, forse era una parodia, o forse no.
Una volta – nel pieno del Settantasette, un convegno sulla rivolta giovanile al Palazzo dei Congressi dell’Eur – scandalizzò la nomenclatura e violò la sacralità di quelle riunioni esordendo al microfono: “Cioè, compagni, dico cazzo…” e proseguì per un interminabile minuto nello studiato e del tutto inconcludente frasario delle assemblee studentesche, per far capire che lo spirito del tempo era mutato, per sempre, e che solo riconoscendolo il Pci poteva rimanere in contatto con quelle che nel lessico post-togliattiano erano rubriche come “le giovani generazioni”.
In qualche modo – ma senza attribuirgliene alcuna responsabilità – fu lui ad accompagnare e lanciare, chi più chi meno giovane, l’effervescente gruppetto dirigente della Fgci romana, Nando Adornato, Fabrizio Barca, Goffredo Bettini, Luciano Consoli, Dario Cossutta, Paolo Franchi, Marco Magnani, Massimo Micucci e soprattutto Walter Veltroni, che di Borgna nel suo La bella politica (Rizzoli,1995) scolpisce: “Uno bravo”Bravo, per la verità, e anche dotato di indubbia sensibilità anticipatoria. Con alcuni di questi giovani, raccolti nel giornale Romagiovani, egli condivise la reciproca scoperta di una figura ereticale qual era Pier Paolo Pasolini, che nel vertice della Fgci romana aveva intravisto una sorta di raggio di sole nella plumbea società minata dall’omologazione e dal genocidio culturale. Al funerale, a Campo de’ fiori, fu Borgna insieme con Alberto Moravia a pronunciare l’orazione funebre per il poeta assassinato in circostanze che fino all’ultimo, anche assumendo ruoli in sede giudiziaria, si sforzò di chiarire con ricerche, articoli e saggi.
Il destino ha voluto che morisse nei giorni del Festival di Sanremo di cui Borgna, rivitalizzando la nozione gramsciana del “national popolare”, riconobbe per primo il grande valore sociale e a cui ha dedicato un libro molto bello, La grande evasione (Savelli, 1980); diversi ne dedicò alla canzone italiana, a Gino Paoli e ad altri cantautori, anche se tra i contributi più preziosi c’è quello che volle dare, in amicizia, all’autobiografia di Claudio Villa, Una vita stupenda (Mondadori, 1987).
Amava dunque la musica, ma siccome era al tempo stesso originale e sensibile, anche la poesia, il teatro, la pittura, le tradizioni popolari e le culture – vedi il futurismo e l’amicizia con il suo successore Umberto Croppi – che più erano lontane dai suoi orizzonti di partenza. Tutto questo, e in fondo la sua stessa vita, assai più di una politica che frattempo andava spaventosamente regredendo, l’hanno portato a capire molto prima e molto meglio ciò che era accaduto.
Non è poco, davvero, e quando si dice che la sua morte dispiace, un po’ è anche perché figure di questo tipo, liete, aperte, generose e disinteressate, purtroppo scarseggiano – ed è un guaio per tutti.

Filippo Ceccarelli – La Repubblica – 21 febbraio 2014

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