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venerdì 26 febbraio 2016

Lo Sapevate Che: Prendere sul serio i ragazzi aiuta a crescere...



Le scrivo in merito alla lettera pubblicata a firma del tredicenne Matteo Franzini. Sono docente di Scienze umane nelle scuole superiori e sono rimasta colpita da quel testo. Ho fatto poi una considerazione: lei ha avuto l’autorizzazione a pubblicare l’indirizzo email del ragazzo da parte dei suoi genitori? Avendo avuto l’impulso di scrivergli, mi sono poi resa conto che, trattandosi di uno studente di appena 13 anni, non era possibile interloquire con lui in questo modo. AnnaMaria Anastasia Amanas@teletu.it
Caro Matteo, siamo gli alunni della 2B e della 2C della scuola secondaria di primo grado Il Ponte di Lodi e in classe abbiamo discusso della tua lettera a D. Da noi alcuni alunni leggono libri vari assegnati dalla prof, poi presentano il libro che hanno letto, senza svelare il finale, usando la lavagna multimediale. Possono costruire schemi, mappe, tabelle, cercare foto degli autori, biografie ecc. Gli altri alunni ascoltano e, insieme alla prof, valutano le presentazioni sulla base del coinvolgimento suscitato. Caro Matteo non smettere di leggere e ti ring rasiamo per l’attenzione, Gentile prof Galimberti, vogliamo ringraziarLa per aver risposto a un ragazzo della nostra età, le Sue riflessioni sono state chiare e utili per noi. Abbiamo discusso tanto in classe sull’intelligenza sequenziale e simultanea e il suo articolo ci ha stimolato a leggere. Faremo tesoro di questa esperienza. Ambra, Daniele, Alessandro, Milena e altri quaranta nomi di alunni milena.pietra@libero.it
Gentile prof. Anna Maria Anastasia, perché un insegnante si pone il problema se è lecito scrivere a uno studente  di 13 anni che voleva coinvolgere quanti più ragazzi possibile della sua età nella frequentazione della lettura? Quanta burocrazia e formalismo legislativi condizionano la testa dei professori, fino a impedire loro di entrare in un rapporto diretto con uno studente senza l’autorizzazione dei genitori? Con i minori io penso che lei abbia a che fare tutti i giorni, ed è solo la cattedra che le consente di parlare con loro senza dover chiedere ai genitori se può o non può farlo? (..). La lettera del “minore” ha fatto il giro delle scuole, è stata discussa in molte classi che mi hanno scritto. Pubblico l’ultima lettera pervenuta. L’editore Loescher, che ha in preparazione un’opera scolastica antologica per la scuola secondaria di primo grado, ha chiesto a me e alla direzione di Repubblica la possibilità di pubblicare quella lettera. Tutto questo lascia intendere che a suscitare interesse per quanto accade nella scuola non sono solo gli eventi, talvolta deprecabili, talvolta tragici, di cui si occupano le cronache, ma anche le sollecitazioni a migliorare il livello culturale dei nostri istituti di istruzione, sollecitazioni promosse non da presidi o professori, ma da studenti che con altri studenti mettono in comune le loro esperienze di studio e il modo per migliorarle. (..). Cari professori ,fidatevi di questi minorenni che al giorno d’oggi tanto minori non sono, e non tarderete ad accorgervi che, se li trattate con la considerazione che riservate agli adulti, non solo offrirete loro il modo migliore per diventare tali, ma otterrete anche più impegno che  invitandoli solo,  giorno per giorno, a comportarsi “da adulti”. La parola “minori” sottintende un’incapacità di giudizio, di responsabilità, e perciò un bisogno di tutele, attraverso le quali ciò che si finisce di trasmettere è solo la visione del mondo degli adulti. Rischiando con questo di spegnere le iniziative e i germi di novità che, non raccolti, lasciano appunto i ragazzi in perenne stato di “minorità”.
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di Repubblica – 20 febbraio 2016

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