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sabato 24 dicembre 2016

Lo Sapevate Che: A quale fine si è formata la coscienza?...



Dai Suoi Pensieri comprendo bene e condivido il fatto che noi esseri umani, al pari di qualsiasi altro essere vivente su questa terra, siamo organismi con il solo fine di essere semplicemente funzionari della specie. Provo umilmente a esprimere la domanda. Osservando l’evoluzione delle cose dall’origine della terra nel corso dei millenni, possiamo intuire come ogni cosa che sia apparsa e poi estinta nel proprio ciclo di esistenza sia in qualche modo “tornata utile” o “servita” al proseguo e all’evoluzione della specie stessa, nei termini di “adattamento” o “aggiustamento” all’ambiente circostante. Guardando poi all’evoluzione dell’uomo, comprendo a sufficienza i molteplici cambiamenti di caratteristiche e peculiarità, non di meno capisco l’utilità del morire al fine di completare il ciclo della vita al pari di tutti gli altri animali,esseri o cose viventi. Quello che onestamente non riesco a comprendere in questo scenario della Natura, è l’utilità per l’uomo di avere la “coscienza di sé” e di tutte le cose che ci accadono. Qual è l’utilità del fatto che l’uomo si renda conto di tutto quello che gli accade al mero fine della prosecuzione della specie? Che valore aggunto o utilità può avere per la Natura il fatto che l’uomo soffra profondamente, ami profondamente, scriva le sue memorie, crei dei musei, pianga ecc? Immagino che la risposta sia “ nessuna utilità”. Allora a quale fine ultimo si è formata la coscienza di sé nel corso dell’evoluzione? Riccardo Boccardi www.riccardboccardi.com
Siccome l’Uomo promuove le sue azioni in vista di un fine, applica questo criterio anche alla natura le cui espressioni, dal mondo vegetale a quello animale e a quello umano, avvengono perché avvengono, senza ragione e senza perché, semplicemente perché ci sono le condizioni per il loro accadere senza che ci sia sottesa alcuna finalità. Non ha quindi senso chiedersi quale utilità può avere, in ordine alla prosecuzione della specie, il fatto che l’uomo possieda una “coscienza di sé” e si renda conto di tutto quello che gli accade.  La possiede perché nell’evoluzione ci sono state le condizioni per la sua formazione. E nella coscienza di sé la cultura greca antica vide l’essenza tragica della condizione umana, così ben descritta dalla sentenza di Sileno che, a re Mida che gli chiedeva quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo, rispose: “Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggioso non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non esser nati, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”. Perché? Perché a causa della coscienza l’uomo per vivere ha bisogno di costruire un senso in vista della morte che è l’implosione di ogni senso. Questa dimensione tragica è l’elemento costitutivo dell’uomo, che la coscienza di sé ha costruito come un Io aperto al mondo per poi ricordargli che è aperto per nulla.(..). Se vogliamo trovare una differenza tra l’uomo e l’animale, cerchiamola pure nella coscienza, ma non traiamone un eccessivo vanto, perché se è vero che la coscienza produce tutte quelle belle cose che lei elenca (scienza, poesia, arte, passioni, dolori, amori), queste belle cose sono i tentativi disperati messi in atto dall’uomo per sfuggire a quello sfondo tragico che lo prevede in balia della specie per le esigenze della sua economia (nascita, crescita, procreazione e morte) e non per la realizzazione degli umani progetti e dei suoi incantevoli sogni.  Lei non è mai stato sfiorato dal sospetto che le religioni che promettono una vita ultraterrena abbiano avuto successo proprio perché con quella promessa, alimentata da quelle che gli antichi Greci chiamavano “cieche speranze (Typhlàs elpidas)”, oltrepassavano la dimensione tragica messa bene in luce dalla sapienza greca, e oscurata dalle religioni della promessa, per evitare che l’umanità perisse davanti alla visione lucida della tragicità del proprio destino? Un inganno, questo sì utile e necessario, perché l’umanità potesse continuare a vivere. E questo perché, è sempre Nietzsche a ricordarcelo: “Tutto ciò che è profondo ama la maschera. Dammi, ti prego…una maschera ancora! Una seconda maschera”.
umbertogalimberti@repubblica.it  - Donna di Repubblica – 17 Dicembre 2016 -

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