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lunedì 19 dicembre 2016

Lo Sapevate Che: Per ottenere asilo? Serve una donna geniale...



Sempre Impeccabilmente Truccata, con i guanti bianchi e il cappellino di paglia per l’estate e di panno per l’inverno sopra i ricci neri quando usciva di casa, Ruth Gruber era il ritratto della perfetta ragazza ebrea di buona famiglia, nata e cresciuta a Williamsburg, il quartiere di Brooklyn che gli emigrati dall’Europa Occidentale come i suoi genitori chiamavano lo shtetl, il villaggio, in lingua yiddish. Ruth era una bambina e poi una ragazza speciale, dotata di un talento che ogni insegnante aveva notato: un’eccezionale capacità di scrivere. Ad appena diciannove anni ricevette e accettò una borsa di studio per un dottorato dalla Università di Colonia, in Germania. Era il 1931 e quegli anni nella Germania dove Hitler aveva cominciato la sua ascesa, l’avrebbero trasportata dodici anni dopo sul ponte oscurato di una nave nell’Oceano Atlantico infestato dagli U-Boot tedeschi. Ci sarebbe arrivata passando dal ministero dell’Interno americano a Washington,  dove la sua conoscenza delle lingue, la sua capacità di scrivere anche per quotidiani importanti, l’avevano fatta reclutare. Il ministro, Harold Ickes, la scelse per andare in una Napoli di fine ’43 liberata dagli Alleati e accompagnare nel viaggio per mare migliaia di profughi ebrei raccolti dai soldati americani  nella loro marcia attraverso l’Europa occupata. Per calmare la madre, che si era fiondata a Washington terrorizzata, fu promossa su due piedi al grado temporaneo di generale perché almeno non fosse fucilata come spia, ma internata come prigioniero di guerra, se fosse stata catturata. Ruth arrivò a Napoli vestita come sempre: cappello di paglia rosso, camicetta azzurra e ampia gonna plissettata, che il comandante inorridito la invitò a cambiare prima di arrampicarsi sulla fiancata della nave sotto gi occhi di reduci che non avevano visto una donna da mesi. Ma in valigia Ruth aveva solo gonne, e fu un marinaio a prestarle un paio di calzoni per l’arrampicata e la traversata. A luci spente, attraverso il Mediterraneo e l’Atlantico vero New York, il “generale” Gruber, la dottoressa, la giornalista divenne, per più di mille ra vecchi, bambine, donne che avevano perduto tutto nella guerra, “Mamma”, colei che cantava la ninna nanna in yiddish ai più piccoli e insegnava le canzoni americane in voga agli adulti, perché imparassero un po’ d’inglese. Quando finalmente sbarcarono,la missione di “MammaRuth” cambiò. Tornò al lavoro di inviata speciale e fotografa. Fu il primo giornalista, maschio o femmina, ammesso a visitare un campo di prigionieri politici in Urss, nei gulag, e a seguire una spedizione nell’Artico sovietico. Dalle cose della Palestina, non ancora Israele, vide respingere quattromila profughi ebrei, pubblicando un resoconto che sarebbe diventato la base per il romanzo e poi per il film Exodus. Testimoniò al processo di Norimberga contro i gerarchi nazisti per inchiodarli ai loro crimini. Ma il grande successo della sua vita, tra libri, premi, onori e riconoscimenti e mini serie televisive dedicate al suo lavoro, fu l’aver convinto il presidente Truman a non deportare quei profughi che lei aveva assistito e che, in base alle leggi vigenti allora,dovevano essere riportati dove erano nati, spesso nel nulla di villaggi e famiglie che non esistevano più. Ruth Gruber, la bambina di Broklyn che sapeva scrivere bene riuscì a convincere Truman a concedere asilo ai profughi.   E’ morta il mese scorso, in novembre, a 105 anni, nel suo appartamento di Manhattan, divenuto un piccolo museo di ricordi, dalle bambole di pezza regalate dalle bambine per ringraziarla agli attestati solenni di governi e associazioni umanitarie. Non ci sarà più una “MammaRuth” per essere la lobby di chi non ha lobby, quando ce ne sarebbe tanto bisogno.
Vittorio Zucconi – Opinioni – Donna di Repubblica – 10 Dicembre 2016

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