E Lo Scontro Finale Si
Trasferì In Piazza
Che cosa hanno in
comune Grillo, Renzi e Berlusconi?
Tutti e tre condurranno
la loro battaglia politica ed elettorale fuori del Parlamento. E Letta, Renzi e
Alfano? Tutti e tre sono post dc…
Riflessioni sulla
rivoluzione in corso
Che cosa hanno in comune Renzi, Letta e Alfano? Quel tanto
che spinge Mauro Magatti, sociologo ed economista, a chiedersi se l’Italia non
sia destinata a tornare democristiana (“Corriere della Sera”, martedì 26 novembre),
se insomma non si stia per avverare, ma a rovescio, la profezia di Luigi
Pintor: davvero moriremo democristiani, o almeno ci vivremo di nuovo insieme e
ancora per un bel po’?
In Realtà, Le Cose Sono
un po’ più complesse
di come appaiono, ma certo c’è da riflettere – e Marco Damilano l’aveva già
fatto quattro mesi fa (“l’Espresso” n. 29) – se in formazioni politiche così
diverse e distanti per valori e obiettivi si fanno strada leader nati e
cresciuti nell’ex Dc come Matteo, Enrico e Angelino: forse, suggerisce lo
stesso Magatti, un paese confuso e frammentato tende a ritrovarsi intorno
all’unico perno forte della sua cultura profonda, l’unica radice ancora ben
piantata, quella cattolica. Oggi pure in grande spolvero nell’opinione pubblica
grazie al ciclone Bergoglio.
Felice intuizione. Da approfondire. Caduto il muro delle
ideologie e delle confessioni, attraversata
la lunga stagione di Tangentopoli che ha portato alla dissoluzione della
Dc, nell’Italia politica si è fatto strada un bipolarismo di facciata che si è
nutrito di qua e di là – di più a sinistra dove non c’è mai stato un leader
forte e riconosciuto da tutti – di coalizioni variegate, strumentali alla
formazione di maggioranze e però assai litigiose, legate da un minimo comun
denominatore il rifiuto della forma democristiana. Adesso che i due poli vanno
sfarinandosi e il Pd potrebbe perino duplicare la scissione concordata già
maturata nel Pdl, ora che Berlusconi e D’Alema, protagonisti del ventennio
bipolare sono costretti per ragioni diverse a un passo indietro e ad archiviare
i rispettivi disegni politici, ecco che prova a rientrare dalla porta ciò che
era stato gettato dalla finestra.
Analisi interessante. Ma incompleta. C’è infatti un altro
elemento sorprendente che segna il tempo corrente della politica. Un fattore
extra. Non siedono in Parlamento né Matteo Renzi, che si appresta a conquistare
la guida del Pd e poi a correre per la premiership; né Beppe Grillo, capo
dell’opposizione a ogni governo e re delle piazze fisiche e mediatiche; né
Silvio Berlusconi che la legge Severino ha condannato alla decadenza da
senatore e a una lontananza di sei mesi da ogni incarico pubblico. Il premier
in pectore e i due leader dell’opposizione all’ex maggioranza delle larghe
intese – e che oggi è, appunto, un governo di centrosinistra tra post comunisti
e postdemocristiani – sono fuori dei palazzi della politica. Extraparlamentari.
Silvio Berlusconi, che a differenza di Bettino Craxi non
andrà in esilio e non rinuncerà mai alla battaglia fino al drammatico scontro
finale, è già in campagna elettorale sulla linea dell’opposizione al governo
Letta. E a differenza di Craxi, non ha accusato il Parlamento dai banchi del
Senato, ma dalla piazza sapendo di poter contare ancora su un forte seguito
personale nel suo popolo non nelle istituzioni (Roberto Weber a pagina 36
spiega perché). E così sarà per il tempo a venire. L’ex Cavaliere svela il
grillismo che è in lui. Anche Beppe non entrerà mai in Parlamento, e in quanto
a Renzi vedremo in che modo lo farà e ci starà.
Per Ora I Tre, Oltre
Che
extraparlamentari sono anche extrapartitici o postpartitici, scegliete voi,
visto che tutti e tre praticano qualcosa che non ha più niente a che vedere con
quanto conosciuto finora. E questo, a ben pensarci, è l’altro grande segno che
una stagione si è chiusa per sempre, travolta sì da Mani pulite, dal berlusconismo,
dai conflitti d’interesse, dalle leggi ad personam e dal bunga-bunga, dalla
rinuncia a ogni principio etico, dalla crisi e dalla conseguente
inaccettabilità di caste e privilegi, ma anche dall’incapacità dei partiti
politici tradizionali di capire ciò che si stava muovendo nel profondo della
società. E dunque ora qualcosa bisognerà pur costruire o ricostruire. Prima che
l’abbiano vinta populismo e antipolitica.
Bruno Manfellotto – L’Espresso 5 dicembre 2013
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