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domenica 25 luglio 2021

Lo Sapevate Che: Matilde Serao: Tra le massime scrittrici di fine Ottocento e pioniera del giornalismo italiano, fondò e diresse (prima donna a farlo) un quotidiano, tuttora protagonista della sfera editoriale italiana

 

«Noi quattro (intendo VergaDe Roberto, me e un po' Capuana) accusati di scorrettezza, abbiamo un pubblico che ci segue e ci legge: perché nella posterità dovremmo morire?»(Matilde Serao, in un'intervista rilasciata ad Ugo Ojetti)

 

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atilde Serao nacque il 7 marzo 1856 a Patrasso, in Grecia, ove il padre si era rifugiato nel 1848 per sfuggire alle repressioni del Borbone. Il padre, Francesco, era un giornalista e la madre, Paolina Bonelly, una greca di sangue nobile. La Serao iniziò giovanissima la carriera di giornalista, prima come redattrice del «Corriere del mattino» di Napoli, poi a Roma, come “redattrice fissa” del «Capitan Fracassa» e collaboratrice di altri noti periodici: la «Nuova Antologia», il «Fanfulla della Domenica», la «Domenica letteraria».

 

Matilde non era bella: grossa e tozza, con un'aria da maschiaccio, estroversa, gesticolante, sgraziata e chiassosa; tuttavia, ebbe una vita sentimentale normale e piena. Nel 1885 sposò Eduardo Scarfoglio e, tornata a Napoli, per anni si occupò di una rubrica mondana del «Corriere di Napoli» da lei fondato e diretto insieme al marito. Separatasi da Scarfoglio nel 1904, la Serao fondò, negli stessi anni, il «Giorno di Napoli» che diresse fino alla morte.

Il giudizio critico sull’opera di Matilde Serao è stato a lungo compromesso dalla severa opinione di Renato Serra, autorevole critico dell'epoca. Se è giustificato dalla stesura di certi romanzetti mondani da parte della Serao, questo giudizio non trova però riscontro nella genuina vocazione artistica della scrittrice, amorosa interprete delle sofferenze e delle speranze del popolo napoletano. Devota al giornalismo, prima ancora che all'arte dello scrivere, tuttavia la Serao affermava: «Dal primo giorno che ho scritto, io non ho mai voluto né saputo essere altro che una fedele e umile cronista della mia memoria».

All’interno della critica, ad ogni modo, si registrarono importanti eccezioni. Benedetto Croce in un saggio del 1903 le riconosceva una « fantasia mirabilmente limpida e viva», ma si ricordano anche Pancrazi e Momigliano, il quale definì la Serao: «la più grande pittrice di folle che abbia dato il nostro verismo». Il Carducci la giudicò «la più forte prosatrice d'Italia», D'Annunzio le dedicò un romanzo, mentre Paul Bourget scrisse la prefazione alla traduzione francese de Il paese di cuccagna. Su «La revue blanche» la sua firma si trova tra collaboratori come Proust e Apollinaire. Il traduttore francese della Serao era Georges Herelle, lo stesso che traduceva D'Annunzio.

La scrittrice si dimostrò sempre debole al fascino del più basso pettegolezzo; per anni fu incapace di discostarsene e si abbandonò alle curiosità della vita mondana di Roma e Napoli, deviando il giudizio di molti sulle sue naturali e grandissime doti giornalistiche e, in generale, d'arte. Si eccettua un solo reportage del 1884 dal titolo Il ventre di Napoli, dove in primo piano è l’attenzione della Serao per la gente povera e rassegnata dei quartieri fatiscenti e brulicanti della città.

Della Napoli pullulante di sottoproletariato e piccola borghesia di fine Ottocento, la Serao ci ha offerto un panorama geniale e dettagliato nella produzione del decennio 1880-1890, ottenendo i risultati più validi con la novella e il bozzetto, racconto breve vividamente realistico, che attinge dalla vita di ogni giorno. Terno secco ( pubblicato nel volume All’erta sentinella del 1889) è un racconto mirabile della fatalistica rassegnazione della plebe e della piccola borghesia che affidano le loro superstiti speranze alla mistica del gioco del Lotto. Da questo racconto la Serao trasse anche uno dei suoi più celebri scritti, il romanzo intitolato Il paese di cuccagna del 1891.

Alcune novelle come Scuola serale femminile e Telegrafi dello stato, raccolte ne Il romanzo della fanciulla (1886), marchiano a fuoco nella nostra memoria realistici ritratti di vita quotidiana; meno felice il romanzo Fantasia del 1883, che mette in gioco una trama artificiale a caratteri fissi e soluzioni convenzionali. Il vero capolavoro della Serao è da riconoscere non in un romanzo, ma in un racconto lungo dal titolo Le virtù di Checchina (1884): il tema è flaubertiano, è il contrasto tra la squallida vita borghese e il sogno di un’esistenza lussuosa. Partendo da esso la scrittrice ricava un ritratto femminile di straordinaria naturalezza e verità. A tutt’altra ispirazione possono essere ricondotti i romanzi La conquista di Roma ( 1885), incentrato sulla vita parlamentare della Roma umbertina e Vita e avventure di Riccardo Soanna (1887), che rappresenta uno spaccato sulla corruzione del mondo giornalistico.

Dell’ultima produzione è da ricordare Suor Giovanna della Croce (1901), un romanzo immerso nell’atmosfera desolata di tipo cechoviano. Non va comunque dimenticato che la polemica contro il nazionalismo esasperato e la guerra valsero alla Serao il mancato gradimento da parte del governo fascista alla sua candidatura al premio Nobel, che fu poi assegnato a Grazia Deledda.

Matilde Serao morì a Napoli il 25 luglio 1927, al tavolo di lavoro, per un attacco cardiaco.

Nel 1977 è stato pubblicato suo un romanzo inedito e incompiuto, L’ebbrezza, il servaggio e la morte, storia di un adulterio nella Roma tardo-d’annunziana.

A cura della Redazione Virtuale

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