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sabato 3 luglio 2021

Lo Sapevate Che: Alberto Lattuada: Letteratura e sensualità è il binomio che ha orientato l’attività di Alberto Lattuada, in particolare quella di regista e sceneggiatore che lo proietta tra le personalità più rilevanti

 

Alberto Lattuada, il regista eclettico e intellettuale

(Vaprio d'Adda, 14 novembre 1914 – Orvieto, 3 luglio 2005)

Nato a Vaprio d’Adda il 14 novembre del 1914, Alberto Lattuada, figlio del compositore Felice, durante il liceo, nel 1932, fonda insieme a Alberto Mondadori il periodico “Camminare”; mentre lui si occupa d’arte, Monicelli collabora in veste di critico. Durante gli studi di architettura continua a scrivere di cinema e pittura, di architettura e arredamento, pubblica racconti e nutre la sua passione per la fotografia, i cui risultati saranno raccolti nel 1941 ne “L’occhio quadrato”.

Per un Mario Monicelli diciottenne fa lo scenografo del cortometraggio “Cuore rivelatore” (1933), poi con Gianni Comencini e Mario Ferrari muove i primi passi per la realizzazione della futura Cineteca Italiana di Milano, salvando pellicole che altrimenti sarebbero andate perse.

Nel 1941 è assistente alla regia di Soldati per la realizzazione di “Piccolo Mondo antico” e di Poggioli per “Sissignora”, per poi esordire dietro la macchina da presa nel 1942 con la trasposizione del romanzo “Giacomo l’idealista” di Emilio De Marchi, in cui debutta Marina Berti. Segue “La freccia nel fianco” (1943), altro adattamento, questa volta di un opera di Luciano Zuccoli, lavoro abbandonato in seguito dal regista e completato da Mario Costa.

Alberto Lattuada, il 'bandito' del neorealismo

Nel 1946 Lattuada racconta il dopoguerra con “Il bandito”, ambientata in una Torino sfigurata dai bombardamenti, in cui il protagonista, reduce di guerra, si trasforma in un capo malavitoso. Con questa pellicola – nella quale esordisce la moglie Carla Del Poggio, sposata nel 1945, da cui avrà due figli – Lattuada sembra voler strizzare l’occhio al genere poliziesco americano, seppur ancorato a uno stile sostanzialmente documentaristico, segno distintivo del neorealismo.

Dopo “Il delitto di Giovanni Episcopo” (1947), perfetta regia tratta da un opera di D’Annunzio, il cui protagonista da modesto impiegato si trasforma in uomo dissoluto, infedele e omicida; Lattuada, avvalendosi della sceneggiatura di Tullio Pinelli e Federico Fellini, realizza “Senza pietà” (1948), storia di una donna costretta a prostituirsi, ambientata nella pineta di Tombolo a Livorno, mostrando così, accanto alla narrazione sempre vicina al poliziesco, la triste violenza e il degrado del dopoguerra.

Nel 1949 adatta per il grande schermo il romanzo di Riccardo Bacchelli, “Il mulino del Po”, film sulle ingiustizie sociali della fine dell’Ottocento.

Alberto Lattuada: l'estraneo del sistema

Con Fellini, la Masina e la moglie fonda una cooperativa per liberarsi delle pressioni inflitte dalle case di produzione, che gli impediscono di trattare liberamente temi forti come il sistema carcerario, la corruzione e l’emigrazione; per poi dirigere insieme a Fellini il celebre “Luci del varietà” (1950), in cui viene messo a nudo il mondo dell’avanspettacolo. Autoprodotto e interpretato da attori che accettano di lavorare ai minimi sindacali, il film si rivela un insuccesso commerciale.

Ben diversi i risultati del successivo “Anna” (1950) con Silvana Mangano, Raf Vallone e Vittorio Gassman, suo più grande successo di pubblico, prima pellicola a incassare oltre un miliardo di lire nelle prime visioni e a essere presentata doppiata in inglese negli Stati Uniti.

Impiegati mortificati, prostitute, banditi e malviventi: Lattuada continua a prediligere personaggi – soprattutto personaggi femminili dalla sensualità prorompente – la cui personalità e le cui azioni sono in opposizione a una società a volte indifferente, altre ipocrita e bigotta in film come: “Il cappotto” (1952) dal famoso racconto di Gogol; “La lupa” (1953), tratto dall’omonima novella di Verga; o “La spiaggia” (1954), critica di una certa borghesia ipocrita, che prende spunto da un fatto realmente accaduto con protagonista una prostituta.

Diversi i toni di “Guendalina” (1957) e “I dolci inganni” (1960) in cui il regista si confronta con l’adolescenza femminile e la scoperta dell’amore.

Alberto Lattuada e l'amore per i classici

Dopo “Il cappotto”, Lattuada torna a mostrare il suo amore per i classici russi con “La tempesta” (1958), ispirato all’opera di Puškin; e “La steppa” (1963), che prende le mosse da un lungo racconto di Čechov. La letteratura, più o meno nota, fornirà ottimi spunti per i successivi: “Lettere di una novizia” (1960) da un romanzo di Guido Piovene del 1941; “La Mandragola” (1965), dall’omonima opera di Niccolò Macchiavelli; “Don Giovanni in Sicilia” (1967) dall’omonimo romanzo di Vitaliano Brancati, sempre del 1941; e “Venga a prendere il caffè da noi” (1970), dal romanzo “La spartizione” di Pietro Chiara.

Da ricordare degli anni Sessanta “Mafioso” (1962), ritratto lucido della malavita siciliana con uno strepitoso Alberto Sordi baffuto, nei panni di un emigrante che si appresta a tornare a casa per le vacanze estive.

Successivamente Lattuada dirige un convincente Giannini nei panni di un lavavetri in “Sono stato io!”; Gigi Proietti, avvocato rampante ma squattrinato con idee imprenditoriali nel Salento, in “Le farò da padre” (1974); Max von Sydow nella produzione italo tedesca “Cuore di cane” (1976) e Marcello Mastroianni alle prese con l’incesto in “Così come sei” (1978).

L’ultimo lungometraggio per il grande schermo è il poco riuscito “Una spina nel cuore” (1986), con Anthony Delon nel ruolo di un giocatore di poker innamorato di una giovane ragazza di paese.

Malato da tempo di Alzheimer, Alberto Lattuada muore nella sua casa di Orvieto il 3 luglio del 2005. - Roberta D’Amico

https://www.ecodelcinema.com/alberto-lattuada-biografia-filmografia.htm

 

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