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mercoledì 6 settembre 2017

Lo Sapevate Che: Nel Paese dei rifugiati senza rifugio...



“Sono rifugiato, ho tutto in regola, ti faccio vedere?”. Un ragazzo eritreo arrivato a Lampedusa nel 2002, estrae dal portafoglio il documento di rifugiato politico che ha dal 2006. Sono le 22 a piazza Indipendenza, centro di Roma, e sta per iniziare la quarta notte all’aperto per qualche centinaio di rifugiati eritrei. Un sabato mattino di fine agosto le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nello stabile occupato da quattro anni di via Curtatone, dove abitavano circa 800 persone (250 famiglie), sgomberandole senza preavviso e senza, soprattutto, una proposta alternativa. Chi non ha trovato riparo da amici dorme in questa piazza. L’odore di zighini (piatto tipico eritreo) è forte. Dal vicino ristorante alcuni connazionali hanno portato la cena a chi sta per affrontare la notte all’aperto. Come sempre avviene quando mi ritrovo in contesti dove c’è poco da mangiare, mi viene offerto del cibo. Il ragazzo che mi parla in realtà avrebbe preferito vivere in Inghilterra, ma avendo lasciato le impronte digitali in Italia, dopo aver provato la strada inglese, è stato costretto a tornare qui. Quando gli chiedo che lavoro fa, di nuovo mi chiede “vuoi vedere?”, e scopre la spalla mostrandomi una cicatrice. È la cicatrice del bibitaro, mitologica figura da stadio deputata a guadagnarsi la giornata in costante dialettica con la pancia del tifoso di calcio, sollecitata tanto da fame e sete, quanto dall’andamento della partita fino a forme di prepotenza e razzismo. Tutte le sue parole spiegano come essere rifugiato in Italia non voglia dire nulla di più che avere un documento buono da mostrare alla polizia in caso di fermo. Una ragazza di 26 anni, a mani giunte, rafforza il concetto. “Vi posso fare una domanda?” chiede a me e ad una responsabile Unhcr. “Perché l’Italia ci dà i documenti da rifugiato se poi ci tratta così?”. A tamponare il suo risentimento qui ci sono solo giornalisti e Ong. Di politici e istituzioni non c’è e non ci sarà ombra. “Alle mie amiche in Francia e Germania hanno dato posti dove dormire, corsi di lingua, soldi, integrazione. Qui, stiamo in mezzo alla strada. E non ce ne possiamo andare perché abbiamo lasciato le impronte”. Non sa ancora quella ragazza che, dopo un’altra giornata di proposte prive di logica e rispetto per chi qui manda a scuola i figli e sa di avere il diritto internazionale dalla propria, all’alba arriveranno idranti e manganelli a sgombrare gli sgomberati, spazzando via lei, i suoi connazionali (tra cui donne, infermi e anziani) e ogni forma di resistenza, dalla più innocua alla più pericolosa. Purtroppo per molti, nonostante tutto, non si volatilizzeranno nemmeno così. È gente tosta. Per venire da noi ed essere trattati così hanno superato il peggio.
Diego Bianchi – Il Sogno di Zoro – Il Venerdì di La Repubblica – 1 Settembre 2017 -

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