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sabato 15 settembre 2018

Lo Sapevate Che: Stereotipi e Pregiudizi...


Ieri Sera Sulla metro c’era una persona di colore. Solo guardandola ho pensato: chissà se ha il biglietto. Poi ne ho viste altre tre, magari nessuna delle tre ha il biglietto, e quindi è giusto attuare una politica che punisca questa infrazione. Scendendo ho poi pensato: ma perché la stessa domanda non me la sono posta anche per tutti gli altri viaggiatori? E poi, chissà quante persone l’avranno pensato di me in metro a Milano con questa spilla in bella mostra con scritto cuore di Napoli. E allora va bene un principio d’ordine, ma non è necessario perdere l’umanità per conquistarlo. Giovanni Negri  negri-giovanni@libero.it

Io Non Porrei la questione come l’ha posta lei, perché se per tutelare l’umanità occorre rinunciare all’ordine, viceversa, se per difendere l’ordine bisogna rinunciare all’umanità, resta sottinteso (anche se capisco che questa non è la sua intenzione) che essere comprensivi e umani significa rinunciare all’ordine. Argomento utilizzato da chi invoca l’ordine per adottare procedure che sfiorano la disumanità. Ordine e umanità possono pacificamente convivere se noi rinunciamo ai nostri stereotipi e pregiudizi, che sono opinioni precostituite su individui o gruppi che riproducono forme schematiche e semplificatorie di percezione e di giudizio acriticamente anticipate. A denunciare per primo il pregiudizio fu, in Francia, nel periodo prerivoluzionario, Paul Henri Thiry d’Holbach che nel suo Saggio sui pregiudizi (1770) scrive: “Il pregiudizio è tutto ciò che ingombra la strada della verità, è l’errore che occorre sradicare dalla metodologia politica di governo: è l’inganno, la menzogna, l’ideologia di cui il regime si serve come sistema per reprimere i popoli governati”. Luigi XV in Francia condannò al rogo l’opera, mentre Federico II di Prussia dichiarò che il Re di Francia avrebbe dovuto “stanare l’autore del saggio e strozzarlo”. Il pregiudizio di solito serve a tenere coeso un gruppo attraverso l’identificazione di un nemico esterno. Questo perlomeno è il parere di Freud che ne Il disagio della civiltà (1929) scrive: “È sempre possibile riunire un numero anche rilevante di uomini che si amino l’un l’altro fin tanto che ne restino altri per le manifestazioni di aggressività”. Ad analoghe conclusioni giunge anche il filosofo Theodor Adorno che, elaborando il concetto di “personalità autoritaria”, ritiene che le persone autoritarie trasformino la loro incapacità a risolvere i propri problemi interni in pregiudizio ostile verso il debole, l’alieno e il diverso. Figli di un’educazione rigida che ha impedito da bambini di assumere comportamenti anticonvenzionali e di esprimere aggressione e rabbia nei confronti di genitori punitivi o vissuti come minacciosi, da adulti riversano la loro ostilità repressa nell’infanzia verso le figure più deboli che possono essere gli estranei, le persone di uno stato sociale inferiore, quelle vulnerabili, le minoranze, gli stranieri, i migranti, eccetera. Il pregiudizio tende a connettere impropriamente episodi di comportamenti negativi con la presenza di gruppi minoritari che, attraverso un processo illogico di generalizzazione, determina un giudizio negativo su quella minoranza. Detto pregiudizio a sua volta si autoalimenta perché, seguendo la logica delle “profezie che si autoavverano” come le definisce lo psicologo sociale David Hamilton, lo schema di giudizio che esso genera tende a filtrare le informazioni presenti nell’ambiente a vantaggio di indicazioni coerenti con il proprio pregiudizio. Se i pregiudizi sono così diffusi vuol dire che offrono qualche vantaggio, messo bene in luce dallo psicologo statunitense Gordon Aliport, secondo il quale il pregiudizio è una forma di semplificazione cognitiva adottata a livello sociale per muoversi più facilmente nel mondo che ci circonda. Il pregiudizio, infatti, consente di mantenere intatti e di non sottoporre a revisione il sistema dei propri valori, il che comporta una selezione delle informazioni che riceviamo sulle altre persone in sintonia con ciò che sappiamo sulle categorie alle quali esse appartengono. Più marcato è il coinvolgimento emotivo in ordine a certi valori, più forte è la tendenza a filtrare le informazioni che riceviamo sugli altri e la conseguente discriminazione, che diventa particolarmente marcata nelle condizioni di conflitto o di competizione. Per ridurre pregiudizi e stereotipi non c’è altra via che instaurare una comunicazione con i gruppi oggetto di pregiudizio, magari incominciando a conoscere i singoli membri del gruppo, onde evitare di applicare automaticamente al singolo il pregiudizio negativo che investe l’intero gruppo. Ma se già abbiamo difficoltà a parlare con quelli simili a noi, come facciamo a parlare con quelli simili a no, come facciamo a parlare con quelli che percepiamo diversi da noi?
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di La Repubblica – 8 settembre 2018  -

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