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giovedì 13 settembre 2018

Lo Sapevate Che: Ogni ponte è sospeso su acque turbolente...


La Prima Volta che percorsi “il ponte” – quello che sarà per sempre ricordato semplicemente così nella memoria trafitta di un popolo – ero poco più di un ragazzo in viaggio da Milano verso l’appartamentino al mare comperato dai miei. Avevo gli occhi sgranati per la sua magnificenza e il petto gonfio per quel sogno americano che si era materializzato nel cemento fra Genova e il Ponente. Per chi aveva come me un bambino, percorso il calvario dei vecchi passaggi sul Po e sui fiumi della Pianura Padana verso l’Adriatico, era la risposta italiana a quei leggendari ponti che avevamo visto soltanto al cinema o sui pacchetti della gomma da masticare, che qualche genio del marketing aveva deciso di associare a Brooklyn. L’America era arrivata anche a casa mia, in Italia. La madre di tutti i ponti moderni era lei, oltre Atlantico e quel ponte mi sembrava scavalcare l’oceano e raggiungerla. Più delle stelle da sceriffo, dei fumetti, dei cappelloni da cowboy, delle calze di nylon o del makeup Max Factor e, quando erano ancora permesse, le sigarette americane, i ponti sono stati più di ogni altra l’immagine che ha atto l’America agli occhi del mondo. Non credo di sbagliarmi se dico che non ci sia stato visitatore che non sia sbarcato qui senza pensare a Brooklyn o al Golden Gate di San Francisco. Gli Stati Uniti d’America sono i loro ponti, perché non ci sarebbero mai stati senza di essi. Stanno agli Usa come le strade lastricate stanno all’impero romano. Ce ne sono in questo momento 607 mila e 389, più un decimo dei quali è in condizioni critiche o prossime al collasso, e chi pensasse che qui non crollano mai, guardando ai quasi 150 anni di vita del Brooklyn Bridge o ai rispettabili 82 anni del Golden Gare, forse non sa che dozzine di loro sono crollati e centinaia sono state le vittime, soltanto negli ultimi 50 anni. Mi emozionai quando per la prima volta percorsi il Golden Gare, o il lungo Delaware per raggiungere New York, perché sentivo di essere arrivato nel cuore di una storia lunghissima. Come molti di loro sono lunghissimi. Per scavalcare un fiume senza particolare fama, il Nobile in Alabama, il Wilson Bridge si allunga per dieci chilometri. Quello che collega dal 1978 le due sponde della baia di Tampa, in Florida, è anch’esso di dieci e ha resistito alla collisione con una nave container che andò a sbattere contro un pilone. Il Chesapeake, tormento di mie interminabili code nei giorni delle vacanze coi bambini verso le spiagge, supera, tra campate alte e tunnel, i trenta chilometri. E il più lungo che attraversa il lago e gli acquitrini a nord di New Orleans, sfiora i 40 chilometri. Nel suo piccolo, il ponte di Verrazano, dedicato al navigatore toscano al quale tuttavia è stata sottratta una “zeta” (Verrazzano) è più lungo di quanto sarebbe l’immaginario e improponibile ponte sullo Stretto di Messina. Così imponente, così emozionante è la vista di quelle torri e di quei cavi, da ver creato una fobia, la gefirofobia, ovviamente dal greco géphyra, ponte. In molti stati la polizia mantiene un servizio di assistenza per gli automobilisti assaliti da attacchi di panico. Prenotando, agenti volontari civili si offrono come chaffeur per scavalcare il ponte. Per questo la notizia e le immagini della tragedia di Genova hanno colpito e ferito anche negli Stati Uniti, rimescolando paure irrazionali con la realtà di quanto fragili molti dei bridger americani siano, dietro la loro superba imponenza. Sono i simboli della nascita di una nazione, come in Italia quel collasso è stato il simbolo di un miracolo effimero e crudele. Perché tutti i ponti, come cantavano Simon & Garfunkel proprio nel tempo delle nostre illusioni americane, ci portano sopra troubled waters, sopra acque turbolente.
Vittorio Zucconi – Opinioni – Donna di La Repubblica – 8 settembre 2018 -

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