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giovedì 9 agosto 2018

Speciale: Di Tutto un pò!...


Magatello Tonnato riposato
Per 4 persone

800 gr di magatello di vitello, 1 cipolla, 2 carota, 1 costa di sedano 1 foglia di alloro, qualche gambo di prezzemolo, 2 tazze di maionese (seguono ingredienti e ricetta) , 40 gr di capperi, 200 gr di tonno sott’olio, 1 acciuga sott’olio, sale.
Per la maionese: 3 tuorli d’uovo, succo di ½ limone, olio, sale, pepe bianco.

In una casseruola, con acqua abbondante unire le verdure, a cominciare dalle carote e dopo 10 minuti le altre verdure. Preparare così il brodo, facendole cuocere in acqua leggermente salata per 30 minuti, poi scolare le verdure e aggiungere il magatello quando il brodo riprende il bollore, lasciandolo sobbollire sino a quando la carne risulterà tenera.

Fare la maionese:
mettere i tuorli in una terrina, aggiungere un pizzico di sale, pepe bianco grattato, qualche goccia di succo di limone e lavorare gli ingredienti con una forchetta (o frusta). Versare l’olio goccia a goccia, mescolando continuamente e quando la salsa comincia ad addensarsi, versare a filo l’olio altro olio sino ad ottenere ½ kg di maionese, alternando con qualche goccia di limone. Quando l’olio usato sarà completamente assorbito, unire tutto il restante limone. Regolare di sale. Coprire la terrina e tenerla al fresco.

Sgocciolare il tonno e sminuzzarlo finemente. Dissalare i capperi sotto l’acqua corrente, scolarli e strizzarli. Scolare dall’olio l’acciuga. Preparare la salsa: mettere in una ciotola la maionese e frullarla con il tonno, i capperi e l’acciuga. Dovrà risultare abbastanza fluida. (si può, dovesse occorrere, aggiungere qualche cucchiaio di brodo). Regolare infine di sale. Tagliare il magatello a fette non troppo sottili e iniziare a stenderlo in un piatto da portata piuttosto profondo e grande. Nappare le fette con la salsa preparata. Ripetere l’operazione almeno per un’altra volta. Coprire il piatto con pellicola e tenere in frigorifero, lasciandolo riposare almeno per 1 giorno prima di servirlo.

Nervetti di Vitello in insalata
Per 4 persone

1 piedino di vitello, 500 gr di girello di manzo, 2 spicchi d’aglio, un ciuffo di prezzemolo, 1 carota, 1 costa di sedano, 1 piccola cipolla, aceto, olio e sale

Mettere sul fuoco una pentola che possa contenere le carni, riempirla per 2/3 di acqua, aggiungere il sedano, la carota raschiata, la cipollina pelata e il sale q.b.
Quando l’acqua comincerà a bollire, tuffatevi il piedino, raschiato e ben lavato, il girello. Cuocetele per 2 ore e mezzo. Dovranno presentarsi molto morbidi. Scolate dal brodo le carni, staccate dal piedino i nervetti, tagliandoli, insieme alla carne, a pezzetti minuti, che metterete in una terrina. Conditeli con aglio e prezzemolo tritati, olio, sale e aceto. Servite. Fresco e gustoso piatto!

Torta con Patate e Crescenza
Per 4 persone

900 gr di purè di patate, 2 uova, 100 gr di parmigiano grattugiato, un mazzetto di rucola, 250 gr di crescenza, latte, burro, sale.

Mescolate il purè con le due uova sbattute e il formaggio grattugiato.
Stendetelo in una pirofila imburrata e cuocetelo in forno preriscaldato a 180° per 15 minuti circa e comunque fino a che la superficie sia dorata.
In una ciotola mettete la crescenza, un pizzico di sale. Stemperatela con un cucchiaio di legno, aggiungendovi poco latte. Lavate, asciugate la rucola e tritatela grossolanamente. Unitela alla crescenza.
Servite lo sformato accompagnandolo con la salsa preparata.

Gelato con le Pesche gialle
Per 4 persone

500 gr di pesche gialle, zucchero, 2 tuorli, 2 dl di panna.

Sbucciate le pesche, dividetele a metà ed eliminate il nocciolo.
In una casseruola con ½ lt d’acqua, unitevi 30 gr di zucchero, fatelo sciogliere e immergetevi le pesche, scottandole per 5 minuti. Poi passatele al passaverdura.
In una casseruolina fate scaldare un bicchiere d’acqua, unitevi 6 cucchiai di zucchero e lasciate sobbollire per 6 minuti.
Lavorate i 2 tuorli con una frusta, unitevi lo sciroppo intiepidito e amalgamate sino a che avrà raggiunto una buona consistenza. Aggiungetevi il passato di pesche.
Montate a neve soda, i 2 dl di panna e incorporateli delicatamente al composto.
Mettete il freezer, mescolando delicatamente ogni ½ ora, perché il composto resti cremoso. Servitelo dopo 3 ore di permanenza in freezer. Una vera fresca delizia!

mercoledì 8 agosto 2018

Lo Sapevate Che: Domanda barese, quesito universale...


“A Ci Appartén?” In barese significa “a chi appartiene?”, ed è una domanda che l’economista marxista pone spesso, talvolta per scherzo talvolta no, quando si parla di qualcuno o quando si incontra uno sconosciuto, soprattutto se siamo in Puglia. Il quesito tuttavia non si riferisce alla proprietà privata, che per mio marito e alcuni altri è un furto, ma a un concetto più ampio e profondo che riguarda le origini e le identità. Per anni l’ho preso in giro per questa abitudine provinciale, per questa tendenza a incasellare il prossimo, per questa malsana voglia di riconoscersi e di riscoprirsi, alla fine, tutti cugini, tutti membri di una stessa squinternata famiglia. Poi, come spesso accade, i figli adolescenti, con il loro talento implacabile nel fare a pezzi le nostre poche certezze, ci mostrano il loro personale punto d vista e illuminano di luce nuova e feroce il nostro fragile credo, Quest’estate, come le nove precedenti, trascorriamo due mesi in una piccola cittadina tra i boschi del Massachusetts; e, per il secondo anno consecutivo, il primogenito quindicenne frequenta il campo estivo Great Books, dove, per quattro settimane 24 ore su 24, un centinaio di teenager si dedica alla lettura di testi classici e non, a dibattiti e autocoscienza.  “Questa è la sua gente. Lui qui è a casa sua!”, ci disse l’anno scorso la direttrice, quando lo andammo a riprendere. “E pensare che non ci voleva venire”, pensammo no, senza dare troppo peso alle sue parole ma sorpresi che attività tanto intellettuali potessero sedurre nostro figlio, che coltiva con passione solo la sua tartaruga addominale. Lui ha trascorso l’intero anno in trepidante attesa di un ritorno “tra la sua gente”. “Vo non capite ma io appartengo a quel posto”, ha ripetuto da settembre a giugno. E vedendolo radioso di una felicità perfetta, incontenibile e insolita, ho ripensato a quella domanda, un tormentone familiare che arriva da lontano ma ci riguarda da vicino. A chi apparteniamo? Quel ragazzo dagli occhi inspiegabilmente blu che mi chiama mamma e che adesso sta discettando di vendetta nella letteratura e leggendo Garcia Marquez e Neruda e Singer, appartiene a noi che siamo le sue radici, ma anche a un luogo a noi remoto e alieno, vietato agli adulti, in cui si compiono impensabili magie come la fascinazione per la lettura e un senso inevitabile e prepotente di inclusione. E appartiene anche a una ragazzina afroamericana del Tennessee, a cui è stato fedele a distanza per un anno intero, mostrando un altro ingrediente ancora della sua pasta acerba. E probabilmente, a chiederglielo, appartiene anche ad altri mondi che ignoro, al pari della precisa collocazione geografica del Tennessee. E se lo chiedessi a mio marito? ”Tu, a ci appartine?”. Alla sua città di cui si ostina orgogliosamente a usare il dialetto, alla sua famiglia grande e luminosa, a me perché ci siamo scelti tanti anni fa e continuiamo a farlo oggi, ai figli che sono il nostro futuro. A Londra dove lavora e abita, alla sua moglie inglese, creatura immaginaria (?) partorita dalle mie paure ma vivida, plausibile come una doppia vita, e ad altro ancora su cui talvolta mi interrogo. A chi appartiene mia madre? A un mistero fatto di un passato in cui non ho abitato. A chi appartiene mio padre? È troppo tardi per chiederglielo. A chi appartengo io che vengo da una famiglia disarticolata, che ho radici labili e confuse, priva di tradizioni, incapace di chiamarmi? A chi appartengo io, che da bambina volevo disperatamente appartenere solo a un’anonima e inafferrabile normalità? L’appartenenza si può scegliere? E l’identità? Non sempre, non tutta, ma provarci può renderci più consapevoli e forse più liberi.
Claudia de Lillo – Opinioni – Donna di La Repubblica – 4 agosto 2018 –

martedì 7 agosto 2018

Lo Sapevate Che: All'Attuale governo importa la scuola?...


Il Primo Discorso del Presidente Conte al Senato non ha degnato nemmeno di una parola la scuola italiana. Ma ciò non stupisce. Quello che distingue la democrazia dalla populocrazia è infatti che nella prima il suffragio universale viene esercitato da un popolo educato nel segno di un progetto pedagogico pensato, diffuso e articolato; nella seconda, invece, di fronte alla diffusione del demo-potere, si assiste sempre di più alla contrazione fino all’estinzione del demo-sapere. In questo, l’esperienza dei governi del centro-sinistra è stata fallimentare; anche i migliori hanno fallito sul piano pedagogico. Hanno importato in Italia tutta una metodologa, una terminologia e una logica anglo-sassone che ha dis-orientato fino allo spiaggiamento la scuola italiana. Bisognerebbe dunque sfidare oggi i cosiddetti sovranisti a partire dalla scuola e dalla pedagogia. Ci aspetteremmo da loro il ritorno a una scuola italiana. Così come fu pensata, non abbiamo paura di dirlo, da Gentile ma anche da Gramsci, che non avevano consegnato la scuola all’economia, nel cui segno parla oggi tutto il gergo scolastico con i suoi debiti e i suoi crediti. Con l’idea mortale che dei ragazzi debbano dissacrare il tempo che si dedica alla riflessione con il battesimo al dio denaro nel suo rito iniziatico dell’alternanza scuola-lavoro. Lì dove si toglie il respiro alle anime per dedicarlo a un precoce e spesso inutile apprendistato su come si debbano soddisfare i bisogni materiali dell’esistenza.   Giuseppe Cappello  info@giuseppecappello.it
                                              
Da Sempre La Scuola italiana è stata pensata più come un settore di occupazione per insegnanti che come luogo d’istruzione ed educazione degli alunni. Ricordo che nel 1973 ho fatto parte di una commissione di esami abilitanti all’insegnamento, dove in pratica era necessario abilitare 217.000 insegnanti con degli esami proforma per ridurre del 50% il personale docente precario. Queste immissioni in massa di insegnanti si sono ripetute periodicamente, dove la qualità del docente veniva dopo la valutazione del suo punteggio nelle graduatorie. Un punteggio determinato dalle condizioni familiari, dal numero dei figli e da altri fattori che non c’entravano nulla con la preparazione, l’attitudine e l’idoneità del docente. Nel 1974 il Ministero dell’Istruzione Franco Maria Malfatti rese partecipe i genitori alla vita della scuola. Il disastro era prevedibile, perché i genitori sono interessati non tanto alla formazione dei loro figli, quanto alla loro promozione che, se non arriva, si ricorre al T.A.R. Gli insegnanti, che non vogliono passare il loro tempo nei tribunali, per evitare i ricorsi promuovono quasi tutti, privando la scuola della sua serietà, per non parlare del messaggio che arriva agli studenti, che lascia intendere che si può essere promossi anche senza studiare. La qualità dei docenti non è mai stata valutata a livello “soggettivo”, prendendo in considerazione, oltre alla competenza verificata nei concorsi, la loro capacità di comunicare, di entrare in relazione con gli studenti, di ascoltarli nei percorsi tortuosi e spesso drammatici dell’adolescenza. Senza queste qualità, infatti non solo non si educa, ma neppure si istruisce, perché lo diceva Platone e oggi gli studi in ambito cognitivista, la mente non si apre se prima non si è aperto il cuore. Del resto tutti noi abbiamo studiato con piacere le materie dei professori che ci avevano affascinato, e trascurato quelle dei professori che ci spegnevano l’entusiasmo e ci demotivavano. Oggi, se nelle scuole superiori uno studente incontra, su nove professori che si alternano sulla cattedra, uno o due maestri, può dirsi fortunato Da ultimo, come lei opportunamente segnala, nella nostra scuola è stata introdotta una metodologia anglo sassone che trascura del tutto la “soggettività” dello studente, per valutare unicamente le sue prestazioni oggettive. Prendendo in considerazioni esclusivamente le competenze acquisite dagli studenti, si è così rinunciato alla loro formazione, come invece era nella tradizione della nostra scuola a partire, come lei ricorda, dalla riforma Gentile che, nonostante avesse aderito al fascismo, era un Ministro dell’Istruzione di grande cultura e intelligenza, come mai più ne abbiamo avuti in quel Ministero. A questo punto c’è da meravigliarsi se il capo dell’attuale governo, nonostante sia un professore universitario, non abbia detto finora una sola parola a proposito dell’istruzione e più in generale della cultura? E se l’OCSE dice che gli italiani sono oggi all’ultimo posto i Europa per la comprensione di un testo scritto, possiamo davvero credere, a partire da queste premesse, di poter risalire la classifica?
umbertogalimberti@repubblica.it – Donna di La Repubblica – 14 luglio 2018 -

lunedì 6 agosto 2018

Lo Sapevate Che: Quest'anno il Nobel sarà alternativo. Almeno alle molestie...


Annuncio del vincitore a ottobre, premiazione a dicembre. Nessuna deroga dal calendario tradizionale in vigore da decenni per il “Nuovo premio della letteratura 2018” fondato a Stoccolma dalla Nuova Accademia istituita in Svezia da un centinaio di esponenti della cultura, della musica e del cinema dopo che la selezione del Nobel letterario istituito da Alfred Nobel è stata sospesa per un anno a seguito dello scandalo per le molestie di cui sono state vittime decine di donne. Il comitato selezionatore ha reso noto pochi giorni fa le regole per poter concorrere al riconoscimento: sono ammessi gli autori e le autrici che abbiano composto almeno due volumi usciti nell’utimo decennio raccontando “storie di esseri umani nel mondo”. I nominativi segnalati sono sottoposti sino al 14 agosto al voto popolare attraverso il web e successivamente i tre autori con i maggiori consensi verranno vagliati da una giuria tecnica indicata dalla Nuova Accademia alla quale spetterà di proporre un quarto nome. La selezione finale, operata dai membri della Nuova Accademia, dovrà rispettare la parità di genere: due donne e due uomini. La prescelta o il prescelto riceverà una somma in corone svedesi pari a poco meno di centomila euro, ovvero un decimo della cifra del Nobel ufficiale. Due italiane figurano nella lista diffusa dal sito www.dennyaakademien.com. Si tratta della giovane Sivia Avallone, impostasi nel 2010 al Campiello giovani con Acciaio, romanzo tradotto in tutto il mondo, e la misteriosa Elena Ferrante, inserita nel 2016 dalla rivista Time nel ristretto elenco delle personalità più influenti del pianeta. Oltre ad Avallone e Ferrante sono già candidate firme del fantasy contemporaneo (J.K.Rowling), del rock (Patti Smith), oltre a figure ben note in ambito narrativo. Tra queste gli americani Don DelLillo e Paul Auster, la canadese Margaret Atwood, l’indiana Arundhati Roy, l’inglese Janette Winterson, la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, il giapponese Murakami Haruki e l’israeliano Amos Oz. Il progetto non ha mancato di suscitare critiche a Stoccolma. Secondo il quotidiano Aftonbladet si tratta di una “provocazione” perché “l’arte deve restare libera e non va giudicata secondo il criterio manicheo del bene e del male”. Il regolamento del Nobel alternativo per la letteratura prevede che a dicembre la Nuova Accademia venga sciolta.
Roberto Bertinetti – Cultura –Il Venerdì di La Repubblica – 27 luglio 2018 

domenica 5 agosto 2018

Speciale: Di tutto un pò: ma tutto FREDDO!,,,


Insalata Contadina con Riso freddo
Per 4 persone

300 gr di riso, 3 pomodori, un limone, un cetriolo, 2 costole di sedano, ½ peperone giallo, 200 gr di tonno, prezzemolo, olio q.b., sale, pepe nero.

Cuocete 300 gr di riso al dente, scolatelo, passatelo sotto l’acqua fredda per fermarne la cottura. Scolatelo di nuovo, conditelo con un filo d’olio.
Sbucciate 3 pomodori, togliete i semi, fateli a tocchettini, salateli e metteteli per ½ ora in un colino a perdere l’acqua. (si possono anche tagliare a filetti).
Emulsionate il succo di un limone con 8 cucchiai d’olio, sale e pepe nero.
Sbucciate un cetriolo e tagliatelo a bastoncini. Affettate sottilmente 2 costole di sedano, tagliate a julienne ½ peperone giallo. Riunite le verdure in una ciotola e conditele con metà della citronnette. Distribuite il riso e amalgamate dolcemente. Aggiungete 200 gr. di tonno a fettine e condite con la citronnette rimasta. Distribuite sopra un ciuffo di prezzemolo.

Insalata con Bulghur e Verdure, ricetta Algerina
Per 6 persone

350 gr di bulghur fine (grano spezzettato), 240 ml di acqua, 1 cucchiaio di pasta di peperoncino, 1 cucchiaino da dessert di pomodoro concentrato, il succo di 1 limone, 1 cucchiaio di prezzemolo e 1 di menta tritati, 1 cipollotto fresco tritato, 2 pomodori maturi ma sodi, 1 lattuga verde, olio, sale.

Lavare il bulghur sotto l’acqua corrente in un passino a buchi stretti, trasferirlo in una terrina, coprirlo a filo con acqua salata portata a bollore e lasciare riposare per 30 minuti.
In una ciotola preparare la salsa: mescolare bene la pasta di peperoncino con il pomodoro concentrato, il succo di limone e 120 ml di olio.
Togliere la buccia ai pomodori, eliminare i semini interni e ridurre la polpa a dadini, unirli al bulghur ben scolato dall’acqua, insaporire con la salsa preparata e i cucchiai di prezzemolo, menta e cipollotto tritato. Mescolare con delicatezza. Regolare di sale. Sfogliare le foglie di lattuga, lavarle e asciugarle accuratamente.
Servire il bulghur sistemandolo nelle foglie di lattuga. Una fresca delizia!

Torta fredda Riso e Pecorino
Per 4 persone

400 gr di riso tipo ribe, 2 cucchiai di foglioline di maggiorana tritata, 150 gr di pecorino grattugiato, 2 uova, una macinata di pepe, 10 pomodorini ciliegia, sale.

Cuocete 400 gr di riso tipo ribe in acqua salata bollente, per 15 minuti.
Scolatelo raffreddatelo sotto l’acqua corrente, scolatelo ancora ed incorporatevi, 2 cucchiai di foglioline di maggiorana tritata, 150 gr di pecorino toscano stagionato, grattugiato, 2 uova e una macinata di pepe.
Versate in una teglia rettangolare di cm 15 per 30 cm. rivestita di carta da forno. Distribuitevi sopra, infossandoli leggermente, 10 pomodorini ciliegia, tagliati a fettine. Salate e cuocete in forno a 180° per trenta minuti. Servite la torta fredda, tagliata a fette.

Zuppa fredda alla Castigliana
Per 4 persone

Un chilo di pomodori maturi, 250 gr di pane a cassetta, 4 cucchiai d’olio, 2 cucchiai di aceto, uno spicchio d’aglio, foglie di menta, cubetti di ghiaccio, sale, pepe in grani, crostini di pane fritti, dadini di cetriolo.

Togliere la crosta dal pane a cassetta, e mettere a bagno la mollica per pochi minuti, poi toglietela e strizzatela.
Mondate, lavate e tagliate a pezzi i pomodori. Metteteli nel frullatore, insieme al pane strizzato. Frullate fino ad ottenere una preparazione omogenea e cremosa.
Versate questa crema in una terrina, profumate con un abbondante cucchiaio di menta tritata. Conditela con l’olio, l’aceto, sale e pepe macinato al momento. Mescolate bene, lasciate cadere nella crema ¾ di lt di acqua. Aggiungete alcuni cubetti di ghiaccio e mettete in frigorifero per dieci minuti.
Servite la zuppa, fredda, accompagnandola con una ciotola di crostini di pane fritti e una ciotola di cetrioli, tagliati a cubetti.

Deliziose Coppe gelate con Anguria
Per 6 persone

2 kg di anguria, 100 gr di zucchero semolato, 4 cucchiai di maizena, 50 gr di cioccolato fondente a scagliette, 30 gr di pistacchi sbucciati, scottati in acqua bollente, asciugati e sminuzzati.

Togliere buccia e semini neri all’anguria. Ridurre la polpa a tocchetti e frullarla. Mettere il frullato (meno ½ bicchiere) in una casseruola con lo zucchero. Scaldare a fuoco dolce e prima che raggiunga il bollore; stemperare la maizena nel ½ bicchiere di frullato e unirlo nella casseruola, mescolando con un cucchiaio di legno sin che la crema sia addensata. Togliere dal fuoco, coprire col coperchio e lasciare raffreddare a temperatura ambiente. Quando la preparazione sarà raffreddata, versarla nei bicchieri di portata. Cospargere i bicchieri con le scaglie di cioccolato e i pistacchi sminuzzati. Tenere in frigorifero sino al momento di servire. E buona domenica a tutti! ♥

sabato 4 agosto 2018

Lo Sapevate Che: E se De André l'Amor profano l'avesse preso da Tiziano?...


“Con la Vergine in prima fila e Bocca di Rosa poco lontano/ si porta a spasso per il paese l’amor sacro e l’amor profano”. Ho sempre pensato che Fabrizio De André, scrivendo i versi finali di Bocca di rosa, il su capolavorodel1967, avesse in mente il celeberrimo quadro di Tiziano della Galleria Borghese. Se è così, il “paese non è solo quello ligure di Sant’Ilario di cui narra De André, ma è anche il paesaggio meraviglioso, lo struggente brano di Italia, in cui Tiziano fa sedere le sue due donne misteriose. Il titolo, ormai consacrato di Amor sacro e amor profano deriva da una lettura allegorica attestata almeno dal tardo Seicento, che non si discosta poi troppo da quello che è probabilmente il senso originario del quadro. Tiziano lo dipinse quando aveva circa venticinque anni, e uno stemma sul sarcofago ha permesso di sapere che il committente fu il notabile veneziano Niccolò Aurelio, che nel 1514 si sposò con Laura Bargarotto. E il quadro è una sorta di meditazione vsiva sul matrimonio: la donna seduta alla nostra sinistra è vestita come una sposa (l’abito bianco, le maniche una rossa e una bianca, la corona di mirto). Mentre l’altra, tutta nuda, indica il cielo e ha un gran manto rosso e solo un piccolo panno bianco a coprirle l’inguine. Le due Veneri di cui parla tutta la tradizione che, nel Rinascimento, legge e rilegge Platone. L’inversione dei colori e l’estrema somiglianza dei volti aiuta a comprendere che si tratta delle due estremità di un’unica forza: quella dell’Amore. Da una parte l’amore coniugale, costruttivo, ordinato, legato al mondo di quaggiù (la donna vestita), dall’altra l’amore come forza primordiale che lega la terra al cielo e governa ogni cosa con la passione, ma anche con la nuda purezza dell’idea: profano dunque il primo, sacro il secondo. Due forme di amore che non si possono e non si debbono separare: ma semmai mescolare con sapienza, come fa il Cupido che appunto è impegnatissimo a mischiare le acque della fontana. Un amore da dominare, certo: perché è sfrenato come il cavallo che un Tiziano olimpico dipinge nel fregio del sarcofago antico riusato come fonte. Un brano strepitoso: il più ispirato commento ai cavalli fidiaci del fregio del Partenone. Un sarcofago, sì, perché “forte come la Morte e L’Amore”. E una vita consacrata all’amore, tra un’alba e un tramonto da togliere il fiato, nel giardino più bello del mondo.
Tomaso Montanari – Cultura – Ora d’Arte – Il Venerdì di La Repubblica – 27 luglio 2018 -

venerdì 3 agosto 2018

Lo Sapevate Che: Questo non è un paese per madri...

Cara Elasti, È Vero che la maternità e le sue varie sfumature sono una grande, grandissima gioia ma quanto è pur vero che si annaspa! Si annaspa per lavorare, per avere un minimo di tempo per sé, per scambiare due parole con un’amica o con il compagno. Io ho due figlie, di cui una ha appena ha appena un anno, e mi ritrovo sola a Milano senza neppure un parente che possa supportarci. Ti scrivo perché vorrei parlassi di noi mamme annaspanti perché lì fuori devono sapere che ci vuole coraggio a cercare di costruirsi una professionalità con due figli a carico. Sono sforzi intensi, come la vita del resto, ma vorrei ci fosse più sensibilità da parte dei datori di lavoro. Ho cambiato posto da poco e spesso ho avuto bisogno di assentarmi per la malattia dei figli. Mi è stato risposto: “Eh, però le assenze comincia a essere tante…”. Mi sono sentita sconfitta anche perché questa frase è stata detta da una donna. Non riesco sempre a trovare una baby-sitter pronta all’occasione e non ho uno stipendio che mi consenta di pagarne una fissa, e sono preoccupata di perdere stima e fiducia. È un problema secolare, lo so, ma occorre parlarne. Per cercare di cambiare qualcosa.  Lisa che annaspa
Dicono che oggi, per fare un figlio, ci voglia coraggio. Coraggio e spalle larghe e determinazione e resistenza e una buona dose di follia. Oltre a uno stipendio, preferibilmente fisso. Non stupisce quindi che la natalità in Italia segni ogni anno un nuovo minimo storico. Non stupisce nemmeno che l’occupazione femminile sia inferiore al 50%. Perché, ci dicono, non si può avere tutto dalla vita e a qualcosa bisogna pure rinunciare. Perché nel nostro paese la conciliazione tra famiglia e lavoro è troppo spesso un’utopia, un privilegio, un lusso per ricchi o un’acrobazia per funamboli. La perfezione non è di questo mondo, dicono. Ma l’imperfezione, troppo spesso la pagano solo le donne. E la tua lettera, cara Lisa che annaspi, ne è la conferma. I figli sono un nostro problema. Nostro quando, subito dopo il parto, veniamo lasciate sole con loro che sono minuscoli e non hanno nemmeno un foglietto di istruzioni, con la nostra inadeguatezza e la nostra inevitabile, seppure transitoria fragilità. Nostro quando torniamo a lavorare e dobbiamo fingere che sia tutto come prima. Nostro quando loro si ammalano la domenica sera e il lunedì mattina in ufficio c’è una riunione imperdibile. Nostro quando veniamo guardate con sospetto dal nostro capo, che talvolta è una donna, perché alle sette di sera vorremmo e dovremmo, tornare a casa. Nostro quando ci infiliamo un tutone e crolliamo addormentate sul divano e i nostri partner si domandano delusi dove sia finita la femme fatale che un tempo li seduceva. Nostro quando ci dicono che non siamo abbastanza o perché troppo ambiziose, o non abbiamo abbastanza grinta perché troppo chiocce. Nostro quando quel ridicolo abitino di paillette e perfezione che ci hanno cucito addosso si strappa, e ci accartocciamo sfatte, coperte solo dalla nostra biancheria scoordinata. Non è un mondo per madri questo. I figli sono nostri, certo. Ma anche dei padri che troppe volte abitano le retrovie. Ma anche delle aziende che, per la nostra e la loro salute. Devono inventarsi tempi e modi nuovi per lavorare. Ma soprattutto i bambini sono patrimonio della società intera che li deve mettere al centro e non respingerli tra le braccia delle donne. Perché i nostri figli sono il futuro di tutti e non solo di noi che annaspiamo. Hai ragione, Lisa bisogna parlarne, fino a stordire il mondo di parole. Ma bisogna anche puntare i piedi e domandare rispetto e accoglienza. Perché fare un figlio deve essere solo un gesto d’amore e di fiducia, e non più di coraggio.
Claudia de Lillo – Opinioni – Donna di La Repubblica – 14 luglio 2018 -