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martedì 31 ottobre 2017

Lo Sapevate Che: Le facce dell'Italia, Paese da cui fuggire e anche da sognare



La fuga dei cervelli impoverisce l’Italia. Lo rivela il rapporto Italiani nel mondo 2017 stilato dalla Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana. Le cifre sono inquietanti. Cresce il numero dei giovani che se ne vanno all’estero alla ricerca di quel futuri che il nostro Paese non riesce a garantirgli. Solo nel 2016 ne sono partiti 48.800, tra i 18 e i 34 anni, con un incremento del 23per cento rispetto all’anno precedente. È un’autentica emorragia di talenti che svuota   di energie vitali paesi e città. Si tratta in genere di ragazzi molto alfabetizzati, alla cui formazione la comunità nazionale ha destinato tempo e risorse Ma a godere i frutti di questo investimento saranno Paesi come Germania, Regno Unito, Svizzera, Usa, che registreranno così un utile a costo zero. E non basta. Se non riusciamo a trattenere i nostri giovani che se ne vanno, siamo ancora meno capaci di integrare quelli che arrivano. Si tratta in gran parte di migranti economici, che vengono da noi in cerca di fortuna, spesso pronti a fare lavori pesanti o poco ambiti, anche sottopagati. Molti però il lavoro non lo trovano. E, soprattutto quando il loro grado di alfabetizzazione e di competenze lavorative e linguistiche è basso, rischiano di alimentare la crescita di un sottoproletariato destinato alla marginalità. Portatore di un’anomia e un risentimento preoccupanti. Come si dice nel diritto patrimoniale, al lucro cessante dei nostri che se ne vanno si aggiunge il danno emergente degli altri che arrivano e restano ai margini. Così c’è sempre più il pericolo che il dramma individuale e sociale dei migranti diventi una contrapposizione tra vittime della globalizzazione.  E che l’onda di andata e quella di ritorno della migrazione economica si trasformino in uno tsunami.
Marino Niola – Miti D’Oggi – Il Venerdì di La Repubblica – 27 ottobre 2017 -

lunedì 30 ottobre 2017

Speciale: Verdure....in compagnia!...



Tarte Tatin ai Peperoni rossi e gialli
Per 6 persone

2 peperoni rossi, 2 peperoni gialli, 2 peperoni verdi, 1 spicchio d’aglio, aceto di mele, 1 cucchiaio di prezzemolo e 1 cucchiaio di basilico tritati, olio, sale, pepe, 1 pasta sfoglia rotonda fresca.

Lavate i peperoni, che non devono avere intacchi e appoggiateli sulla placca del forno foderata con carta di allumini. Infornateli a 180° per 25 minuti. Toglieteli dal forno e chiudeteli in sacchetti di carta fin che siano intiepiditi. Pelateli, togliete i semi interni e le nervature bianche. Riducete ciascun peperone in 4 o 5 falde.
Appoggiateli in una terrina e unitevi lo spicchio d’aglio a fettine, 5 cucchiai d’olio, 2 cucchiai di aceto di mele, sale e pepe. Mescolateli delicatamente ogni tanto per 20 minuti.
In una pirofila rotonda di circa 25 cm di diametro mettete 2 cucchiai d’olio, ungendola per l’intera superficie.
Appoggiate sul fondo a raggiera i peperoni, alternando i colori e se necessario sovrapponendoli leggermente.
Cospargeteli con il prezzemolo e il basilico.
Ricopriteli con la pasta sfoglia, pressando bene la pasta per farla aderire al bordo della teglia e che racchiuda dentro sigillandoli i peperoni. Bucherellate la pasta con i rebbi di una forchetta. Cuocete in forno preriscaldato a 180° per 25 minuti. Sformatela capovolgendola sul piatto di portata.

Minestra di Fagioli misti con Pasta
Per 4 persone

500 gr di fagioli secchi misti, 2 spicchi di aglio, 1 pomodoro maturo pelato e schiacciato, 1 costa di sedano, 2 rametti di rosmarino, 120 gr di ditalini rigati da minestrone, olio evo, sale e pepe. Peperoncino secco tritato (a piacere).

Lasciare i fagioli, prima sciacquati sotto l’acqua, in ammollo in acqua leggermente salata per una notte.
In una pentola fare rosolare 1 spicchio d’aglio schiacciato con 4 cucchiai d’olio e il sedano tritato. Unire i fagioli ben scolati e ancora sciacquati e il rosmarino. Coprire con acqua tiepida, salare e fare bollire per un’ora, a recipiente coperto.
Nel mentre fare imbiondire l’altro spicchio d’aglio in 2 cucchiai d’olio, unire il pomodoro schiacciato, regolare di sale e fare cuocere per 5 minuti. Poco prima della fine della cottura dei fagioli, versarvi il sugo preparato col pomodoro. Mescolare bene.
Nel mentre avrete cotto in una casseruola con acqua bollente salata in ebollizione, i ditalini rigati, al dente. Scolateli bene e uniteli nella casseruola coi fagioli. Condire con un filo d’olio, pepe e a piacere peperoncino rosso in polvere.

Cavolo e Salsiccia in involtino
Per 4 persone

Una verza, 450 gr di salsiccia, 150 gr di ricotta, 1 cipolla, 1 carota, 2 porri, erba cipollina, 3 dl di vino rosso, olio, sale e pepe.

Pulite la cipolla e la carota, riducete a pezzetti e passatela al mixer.
Fate appassire il trito in 3 cucchiai d’olio, in una padella.
Togliete la pelle alla salsiccia, sgranatela con una forchetta e unitela al soffritto. Rosolate per 2 minuti a fuoco allegro, bagnate con dl di vino rosso, lasciate evaporare, salate leggermente. Togliete dal fuoco e mettete il tutto in una terrina, unendo la ricotta, prima lavorata per ammorbidirla, e un cucchiaino di erba cipollina. Staccate 12 foglie di verza, lavatele, sbollentatele per 3 minuti in acqua in ebollizione leggermente salata. Scolatele e posatele su un canovaccio, una accanto all’altra. Mettere su tutte le foglie un po’ di composto, ripiegatele con cura.
Affettate finemente i porri e fateli appassire in 3 cucchiai d’olio in una padella, unite con delicatezza gli involtini di verza e fateli dorare a fiamma vivace, per 3 minuti. Bagnate col vino rosso rimasto e fate cuocere per 15 minuti.
Serviteli caldi, accompagnati da un riso pilaf.

Lo Sapevate Che: A ritrovarsi davvero basta un minuto...



Ho Memoria Di Lei da quando ho memoria di me stessa. La leggenda e le nostre madri narrano che la prima volta ci incontrammo nell’atrio del palazzo ’50 in cui vivevamo, lei al terzo io al primo piano. Lei, occhi azzurri e capelli biondo cenere, se ne stava appollaiata sul passeggino con ka curiosità pettegola e vorace dei suoi otto mesi. Io, minuscola, castana e torva, abitavo placida il candore di una carrozzina bianca e blu. Lei era nata a dicembre, io in aprile e per le arbitrarie ingiustizie del calendario ci separava un intero anno scolastico, che non riuscimmo mai a colmare nonostante la sua pervicace determinazione nel farsi bocciare agli esami di seconda elementare dichiarando con diabolica ma vana scaltrezza, che le rondini sono pesci. Fummo, l’una per l’altra, la sorella che non ci era toccata in sorte, la migliore amica, la confidente, la complice. Non ci scegliemmo ma ci trovammo e diventammo reciprocamente necessarie e inevitabili come il destino, per quelli che ci credono. Ai miei occhi incarnava la perfezione, aveva una bellezza diafana, algida, aristocratica, l’agilità di una trapezista, una mamma casalinga, un padre manager, un fratello sadico, la tessera del circolo del tennis, una casa in montagna. Era tutto quello che io, la figlia di genitori separati, accudita da cento baby sitter, impiastro nello sport, allevata a coltivare la mente ben più che il corpo, non sarei mai stata. Forse fu proprio la nostra distanza a intessere la trama del nostro legame. Nella fotografia della mia infanzia ci sono pomeriggi trascorsi a giocare alla maestra strega e all’alunna asina, al dottore sadico e al paziente masochista, all’elastico, alla casa di bambole, a nascondino e, più tardi, a Monopoli. Ci sono ore passate a parlare con una sincerità impudica e disarmata perché tra noi non c’era vergogna né rivalità né pregiudizio. Insieme eravamo libere di essere noi stesse, ombrose, impaurite, trepidanti, fallite, sfrenate. Ci scaldavamo al calore delle reciproche luci e, tenendoci per mano, ci proteggevamo dai rispettivi fantasmi. Completammo l’una accanto all’altra l’alba della nostra femminilità. Insieme ci furono mille prime volte: il primo viaggio in tram da sole, la prima mestruazione, la prima ceretta, la prima vacanza studio in Inghilterra, il primo reggiseno, il primo bazio, il primo amore. Se dovessi disegnare l’amicizia, avrebbe il suo volto, le sue mani affusolate, le sue lentiggini, i nostri silenzi, la nostra ridarella. Eravamo diverse, e nell’età in cui la diversità non è un valore ma un intralcio mettemmo il naso fuori dalla nostra bolla simbolica alla ricerca dell’uniformità che l’altra non poteva regalarci. Ci allontanammo, ci ritrovammo, ci inseguimmo, ci trascurammo, ci tradimmo, Eppure come ex coniugi che si ritrovano amanti, continuammo a riconoscerci in quel territorio clandestino in cui ci incontravamo casualmente. Restò tra noi una familiarità indelebile che non riuscimmo a ignorare neppure quando le nostre strade volutamente divergevano. Il nostro legame, sottotraccia o in superficie, restò lì, immutato a ricordarci chi eravamo. Fu un dono inestimabile e una condanna a vita. “Sono a Milano di passaggio. Ci vediamo?” disse al telefono un sabato mattina. Era passato tanto dall’ultima volta. Abitiamo case, lavori, famiglie e città diverse. Siamo cambiate. La vita fa questo effetto qui. Ci siamo date appuntamento in un posto estraneo e anonimo. Ci siamo abbracciate in fretta, come per sbrigare una pratica formale. “Ehi, ciao”. “ciao, era ora”. E di nuovo, tra noi, c’erano solo quattro mesi di differenza e due rampe di scale, la consuetudine, la prossimità, la consapevolezza che da qui non si scappa. Perché è così che funziona l’amicizia. Ed è per questo che è tanto preziosa.
Claudia de Lillo – Opinioni – Donna di La Repubblica – 28 ottobre 2017 -