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domenica 1 novembre 2020

Lo Sapevate Che: Lello Arena, con Massimo Troisi ed Enzo Decaro ha formato un trio comico, La Smorfia, tra i più riusciti della storia del teatro e modello per generazione di comici e cabarettisti


“Penso che Stan Laurel e Oliver Hardy siano veramente riusciti a rinnovare quello che era lo standard del tempo nel fare comicità. Loro hanno inventato una tecnica di comunicazione nell'ambito della comicità che era veramente inedita per quell'epoca, e che forse, è modernissima ancora oggi; anche perché nessuno potrebbe mai pensare di ripetere le cose che hanno fatto loro. Questo mentre nell'ambito dei canoni della comicità del tempo, tutti i maestri insegnavano che la comicità è fatta di ritmi più che di pause. Loro invece hanno dimostrato che una volta data una situazione, lavorando solo di mimica, solo di espressione e di intenzione, si può far ridere la gente senza fare apparentemente nulla.” Lello Arena

 

Lello Arena, il cui vero nome è Raffaele Arena, nasce il 1° novembre del 1953 a Napoli, figlio di due impiegati alla manifattura tabacchi. A dodici anni, insieme con la famiglia si trasferisce dal capoluogo campano a San Giorgio a Cremano, in provincia, ad appena dieci chilometri di distanza, anche se non è per nulla contento di questo spostamento.

Inizia a giocare a rugby ma abbandona ben presto i sogni di gloria agonistica, dedicandosi invece al teatro insieme con Massimo Troisi, suo giovane amico conosciuto ad appena tredici anni in occasione di uno spettacolo nel teatro parrocchiale della Chiesa di Sant'Anna.

Con Troisi e un altro ragazzo, Enzo Decaro, forma un trio comico, i Saraceni, che ben presto cambia nome ne La smorfia. Grazie a un forfait improvviso di Leopoldo Mastelloni, il gruppo debutta al Teatro San Carluccio di Napoli per poi arrivare a La Chanson, un cabaret romano.

Protagonisti di "Cordialmente insieme", una trasmissione radiofonica, i tre vengono notati da Giancarlo Magalli ed Enzo Trapani, che li fa debuttare nel programma tv "Non stop". Gli sketch messi in scena da Lello Arena e dai suoi due compagni propongono caricature e parodie di molteplici tipi sociali e umani e si basano non solo sul linguaggio verbale ma anche su quello non verbale, con una straordinaria varietà di gesti e movimenti che supportano un'ironia che abbraccia le tematiche più diverse, dalla religione ai rapporti umani.

Gli anni '80

Per tutti questi motivi il trio ottiene un notevole successo, e dopo "Non stop" prende parte anche a "La sberla" e a "Luna Park", trasmissione presentata da Pippo Baudo il sabato sera su Raiuno. La Smorfia si scioglie all'inizio degli anni Ottanta, e Lello Arena - così come i suoi due amici - intraprende la carriera di solista: nel 1981 viene chiamato da Troisi a recitare in "Ricomincio da tre", un film che conquista un ottimo successo di pubblico e viene apprezzato dalla critica, in cui veste i panni di Lello, l'invadente amico del protagonista interpretato da Troisi.

L'anno successivo recita nel film "No grazie, il caffè mi rende nervoso", per la regia di Lodovico Gasparini, del quale è il protagonista assoluto prestando il volto e la voce a un giornalista di nome Michele che comincia a uccidere tutti i partecipanti del Primo Festival Nuova Napoli, in seguito a un raptus.

Dopo avere preso parte al mediometraggio "Morto Troisi, viva Troisi!", interpretando l'Angelo Custode di Massimo Troisi, è di nuovo al suo fianco in "Scusate il ritardo", nel 1983: grazie alla sua performance si vede aggiudicare il David di Donatello come migliore attore non protagonista. Nel 1984 torna al cinema con Enrico Oldoini in "Cuori nella tormenta" e con Mario Monicelli in "Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno"; nel 1987, invece, recita per Leandro Castellani in "Il coraggio di parlare".

L'anno successivo Arena si cimenta con la sua prima regia cinematografica, dirigendo "Chiari di luna", di cui cura anche la sceneggiatura.

Gli anni '90

Nel 1993 si dedica alla scrittura pubblicando il libro "I segreti del sacro papiro del sommo Urz"; nel 1995 ritrova dietro la macchina da presa Monicelli in "Facciamo paradiso", e conduce al fianco di Enzo Iacchetti "Striscia la notizia", di Antonio Ricci. Torna dietro il bancone del telegiornale satirico di Canale 5 anche l'anno successivo, quando è anche protagonista - sempre con Iacchetti - della sitcom "Quei due sopra il varano", in cui veste i panni di un agente di spettacolo dal successo modesto che deve gestire la carriera dell'attore Enzo.

Nel 1997 Lello Arena conduce, ancora su Canale 5, la quinta edizione di "Scherzi a parte", al fianco di Elenoire Casalegno e Massimo Lopez. Nel 1998 recita per i fratelli Taviani nell'episodio "I due sequestri" del film "Tu ridi", che vede nel cast anche Antonio Albanese e Sabrina Ferilli.

Lello Arena negli anni 2000 e 2010

Nel 2003, all'età di 50 anni, diventa padre di Leonardo e si cimenta con il doppiaggio, prestando la voce al personaggio di Pulcinella in "Totò Sapore e la magica storia della pizza", prima di ritrovare Paolo Taviani e Vittorio Taviani nel film tv "Luisa Sanfelice"; nel 2006, si sposa con la figlia di Vittorio, Francesca Taviani.

Nel 2008 è in "Ho ammazzato Berlusconi", di Gianluca Rossi, mentre nel 2011 è nella fiction di Claudio Norza "Baciati dall'amore". Due anni più tardi è a teatro con "Miseria e nobiltà", dove interpreta Pasquale, e ha il ruolo di Arpagone ne "L'avaro" di Claudio di Palma.

Torna al cinema nel 2014 con la commedia "La scuola più bella del mondo", diretta da Luca Miniero, al fianco di Christian De Sica, Rocco Papaleo e Angela Finocchiaro, e nel 2015 con "Maraviglioso Boccaccio", per la regia dei fratelli Taviani, al fianco di Riccardo Scamarcio, Paola Cortellesi e Kasia Smutniak. Nel 2016 si occupa della direzione artistica ed è uno degli autori di "Fatti unici", trasmissione comica in onda il martedì in seconda serata su Raidue, con protagonisti Maria Bolignano, Paolo Caiazzo, Costanza Caracciolo e Lorella Boccia                                                             

https://biografieonline.it/biografia-lello-arena

Lo Sapevate Che: ALDO FABRIZI, personalità simbolo della romanità nel cinema, è stato uno dei migliori attori italiani del Novecento Romano “de Roma”

Chi vince la battaglia con la coscienza, ha vinto la guerra dell'esistenza…

dal film C'eravamo tanto amati (1974) Aldo Fabrizi  Romolo Catenacci

 

Massimo esponente della romanità cinematografica, insieme ad Alberto Sordi e Anna Magnani, Aldo Fabrizi è stato regista, sceneggiatore, produttore e poeta dialettale. Ma soprattutto un attore che ha impresso un segno indelebile nella storia del cinema italiano, dando il suo contributo di brillante e versatile caratterista sia nell'ambito del Neorealismo che in quello della commedia all'italiana. Straordinariamente capace di equilibrare l'elemento comico con quello drammatico, ha manifestato in tutti i ruoli interpretati una naturale carica di bonaria umanità, che ha contraddistinto la sua intera carriera. Memorabile con quel fisico corpulento, la voce roca e affaticata, lo sguardo tra l'ironico e il malinconico, in grado come pochi di infondere vita a personaggi sornioni e disincantati, tratti dalla
Roma popolare o  piccolo borghese

 

L’esordio nel teatro di rivista e le commedie al cinema

Aldo Fabrizi nasce a Roma l'1 novembre 1905 da una famiglia umile. La madre gestisce un banco di frutta e verdura a Campo de' Fiori e il padre, un vetturino, muore quando il piccolo Aldo ha solo undici anni. Costretto ad abbandonare gli studi per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia, che comprende anche cinque sorelle, il ragazzino si adatta a fare i lavori più disparati, dal fattorino al meccanico, dal decoratore al guardiano notturno e al postino. Nonostante le difficoltà economiche, la vocazione artistica di Fabrizi non tarda a esprimersi: scrive monologhi in dialetto sui popolani della Roma che frequenta e nel 1928 riesce a pubblicare un volumetto di poesie in romanesco. Nello stesso periodo comincia a calcare le scene teatrali, prima con la Filodrammatica Tata Giovanni, poi come dicitore delle sue stesse poesie. Dal 1931 partecipa a spettacoli di varietà, in cui sfrutta il materiale elaborato per le sue poesie. La sua attività di macchiettista, nei piccoli teatri della capitale e in giro per l'Italia, lo rende ben presto popolare, tanto da spingerlo a fondare una propria compagnia. Spontaneo e spassoso con le sue grottesche caricature in romanesco, Fabrizi è già una star del teatro di rivista quando debutta al cinema nel 1942 nella commedia Avanti c'è posto di Mario Bonnard, dove prende in prestito il personaggio di un suo sketch per incarnare un bigliettaio dal cuore d'oro, ma sfortunato in amore. Collabora anche alla sceneggiatura, così come farà in diversi dei film interpretati. Nella sua attività cinematografica riproporrà spesso questi suoi personaggi spiritosi, scettici, ma anche pervasi da una vena di malinconia, come il pescivendolo di Campo de' fiori (1943) di Mario Bonnard, in cui non riesce a conquistare il cuore di un'elegante signora e deve accontentarsi di una fruttivendola verace, interpretata dall'altra romana doc, Anna Magnani, con cui farà spesso coppia fissa sullo schermo. Proprio come ne L'ultima carrozzella (1943) di Mario Mattoli, in cui l'attore veste i panni del vetturino.

Roma città aperta e il Neorealismo

La vena di Fabrizi, però, non è soltanto comica. L'attore romano sa anche essere toccante, commovente. Lo dimostra perfettamente in Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, film manifesto del Neorealismo. Qui Fabrizi interpreta il ruolo più significativo e intenso della sua carriera, quello di don Pietro Pellegrini, fucilato dai nazisti per aver preso parte alla Resistenza. Questo personaggio drammatico, venato di arguzia popolare, è ispirato alle figure dei sacerdoti romani don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo, entrambi fucilati nel 1944, durante l'occupazione nazista della capitale. Questa difficile prova è brillantemente superata dall'attore, che costruisce una figura eroica e umanissima, che lo ha reso celebre in tutto il mondo e ha costituito il culmine della sua carriera. Negli anni seguenti Fabrizi torna ai ruoli comici a lui congeniali, ma con risvolti sempre più amari, spesso nell'ambito del Neorealismo: come la figura del bidello che vede coronato il sogno di avere un figlio insegnante, ma viene da lui respinto, in Mio figlio professore (1946) di Renato Castellani, o quella del mite e coraggioso contadino che si sacrifica per salvare il proprio paese da una rappresaglia nazista in Vivere in pace (1947) di Luigi Zampa. Nel 1947 è il protagonista di Tombolo, paradiso nero di Giorgio Ferroni, singolare contaminazione tra i temi del Neorealismo e le atmosfere della cronaca nera e del melodramma. Il delitto di Giovanni Episcopo (1947) di Alberto Lattuada - in cui incarna un modesto impiegato d'archivio che finisce nelle grinfie di un avventuriero - è una delle sue prove drammatiche più riuscite, per la quale viene premiato alla Mostra di Venezia. Si aggiudica il Nastro d'argento come attore protagonista di Prima comunione (1950) di Alessandro Blasetti, in cui interpreta un burbero nuovo ricco che deve ritirare l'abito della prima comunione della figlia. Dà ancora prova di un istrionismo velato da una sottile amarezza in Vita da cani (1950) di Steno e Mario Monicelli. In Francesco giullare di Dio (1950) di Roberto Rossellini lo vediamo in un ruolo per lui insolito, quello di Nicolaio, un grottesco signorotto che vuole uccidere un frate e massacrare l'intera popolazione del suo borgo, un personaggio stravagante e quasi fiabesco.

La regia

Nel 1949 Fabrizi esordisce nella regia, riservandosi il ruolo di protagonista (come in tutti i film da lui diretti), con Emigrantes, girato in Argentina, film sulla nostalgia per la patria lontana, che mescola buffo e patetico, commedia e melodramma. Commedia modesta e sentimentalista, ma simpatica, è Benvenuto, reverendo! (1949), su un ex detenuto perseguitato dalla sfortuna. Ottiene un grande successo la serie sulle disavventure di un padre di famiglia piccolo-borghese: La famiglia Passaguai (1951), La famiglia Passaguai fa fortuna (1952) e Papà diventa mamma (1952), in cui Fabrizi fa riferimento alla sua esperienza nel teatro dialettale e nel varietà. Ritorna poi al registro melodrammatico con Una di quelle (1953), con Peppino De Filippo e Totò. Hanno rubato un tram (1954) è una commedia che ripropone uno dei suoi più riusciti personaggi teatrali, il conducente. Dirige anche "Marsina stretta", un episodio del film collettivo Questa è la vita (1954), tratto da alcune novelle di Luigi Pirandello. L'accorato e malinconico Il maestro (1957) è la sua ultima regia, da molti considerata la sua opera migliore, la cui vena crepuscolare e popolaresca si colora di una dimensione mistica, nella storia di un maestro di scuola che, perso il figlio, si chiude in sé stesso, finché l'arrivo di un nuovo scolaro non lo farà uscire dal suo guscio.


La commedia all’italiana

Nel 1951 l'attore romano recita nella commedia neorealista Guardie e ladri di Mario Monicelli e Steno, in cui per la prima volta la sua ironia disincantata viene messa a confronto con l'incontenibile comicità di Totò. Fabrizi incarna un bonario brigadiere, costretto, per non perdere il posto, all'incessante inseguimento di un ladruncolo napoletano (Totò) che non gli risparmia alcuna provocazione, ma con cui scopre di avere diversi problemi in comune. Qui anche in veste di co-sceneggiatore, viene premiato al Festival di Cannes. Con questo film dà il via a una serie di apprezzate interpretazioni che lo rendono uno dei protagonisti più importanti della commedia all'italiana. Considerato nell'ambiente del cinema una personalità difficile, che non risparmia critiche a colleghi e registi, l'attore romano nutre per Totò un'incondizionata stima e un profondo affetto. Lo ritrova ne I tartassati (1959) di Steno, Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi (1960) di Mario Mattoli, Totò contro i quattro (1963) di Steno. Lo vediamo spesso anche accanto a Peppino De Filippo: Signori, in carrozza! (1951) di Luigi Zampa, in cui è un capotreno dalla doppia vita, Accadde al penitenziario (1955) di Giorgio Bianchi e Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) di Mauro Bolognini, con Alberto Sordi. Fabrizi è un attore straordinariamente prolifico e ottiene quasi sempre un buon successo, privilegiando i ruoli brillanti e comici, ma senza disdegnare le parti drammatiche. Ma, da metà degli anni Cinquanta, ripiega per lo più su personaggi collaudati: grassi e gioviali brontoloni in abiti da piccolo-borghese o in divisa di sottufficiale, che difendono i valori di un tempo ed esaltano il passato. Diversi sono, invece, i ruoli interpretati nei due film diretti dal regista austriaco Georg Wilhelm Pabst nella sua parentesi italiana: La voce del silenzio (1953) e il bizzarro Cose da pazzi (1953), in cui veste i panni di un matto che crede di essere un primario ospedaliero. Negli anni Sessanta Fabrizi prosegue un'intensa attività cinematografica e compare spesso in televisione, per lo più come ospite d'eccezione, dilettando il pubblico con i suoi madrigali in romanesco. Trova anche il tempo per il teatro, in cui trionfa, nella stagione 1962-1963, con il ruolo del boia papalino Mastro Titta nella commedia musicale "Rugantino", che culmina in una memorabile trasferta negli Stati Uniti, a Broadway, dove lo spettacolo registra il tutto esaurito. Negli anni Settanta si dedica alla poesia di argomento gastronomico, sua grande passione, ma continua anche con il cinema, lavorando in due film importanti: La Tosca (1973) di Luigi Magni, in cui è il governatore di Roma, e soprattutto C'eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola, in cui incarna il suocero di Vittorio Gassman, Romolo Catenacci, ex capomastro rude, disonesto e senza scrupoli, nostalgico fascista divenuto ricco palazzinaro. L'attore offre una caratterizzazione grottesca e ricca di sfumature psicologiche e si aggiudica il suo secondo Nastro d'argento. Ritiratosi dalle scene negli anni Ottanta, Fabrizi muore a Roma il 2 aprile 1990, due anni dopo avere ricevuto il David di Donatello alla carriera.

https://www.mymovies.it/biografia/?a=662

Lo Sapevate Che: Alda Merini, la maggiore poetessa italiana del secondo Novecento, autrice di versi di rara intensità in equilibrio tra dolore e follia


“Ogni poeta vende i suoi guai migliori.” Alda Merin1

 

Più bella della poesia

Alda Merini, poetessa milanese, nasce nel capoluogo lombardo il 21 marzo 1931.

Minore di tre fratelli, le condizioni della famiglia sono modeste. Alda frequenta le scuole professionali all'Istituto "Laura Solera Mantegazza"; chiede di essere ammessa presso il liceo Manzoni, ma - sembra incredibile - non supera la prova di italiano. In questi anni dedica molto tempo anche allo studio del pianoforte.

Spinta da Giacinto Spagnoletti, suo vero scopritore, esordisce come autrice alla tenera età di quindici anni. Spagnoletti sarà il primo a pubblicare un suo lavoro, nel 1950: nella "Antologia della poesia italiana 1909-1949" compaiono le sue poesie "Il gobbo" e "Luce".

Nel 1947 incontra quelle che definirà come "prime ombre della sua mente": viene internata per un mese all'ospedale psichiatrico di Villa Turno.

Nel 1951, anche su suggerimento di Eugenio Montale, l'editore Scheiwiller stampa due poesie inedite di Alda Merini in "Poetesse del Novecento".

In questo periodo frequenta per interesse di lavoro ma anche per amicizia Salvatore Quasimodo.

Sposa Ettore Carniti, proprietario di alcune panetterie di Milano, nel 1953. Esce poi il primo volume di versi intitolato "La presenza di Orfeo". Due anni dopo publica "Nozze Romane" e "Paura di Dio". Sempre nel 1955 nasce la primogenita Emanuela: al medico pediatra dedica la raccolta "Tu sei Pietro" (pubblicata nel 1961).

La poetessa inizia poi un triste periodo di silenzio e di isolamento: viene internata al "Paolo Pini" fino al 1972, periodo durante il quale non manca comunque di tornare in famiglia, e durante il quale nascono altre tre figlie (Barbara, Flavia e Simonetta).

Dopo alternati periodi di salute e malattia, che durano fino al 1979, la Merini torna a scrivere; lo fa con testi intensi e drammatici che raccontano le sue sconvolgenti esperienze al manicomio. I testi sono raccolti in "La Terra Santa", pubblicato da Vanni Scheiwiller nel 1984.

Nel 1981 muore il marito e, rimasta sola, la Merini dà in affitto una camera della sua abitazione al pittore Charles; inizia a comunicare telefonicamente con il poeta Michele Pierri che, in quel difficile periodo del ritorno nel mondo letterario, aveva dimostrato numerosi apprezzamenti sui suoi lavori.

I due si sposano nel 1983: Alda si trasferisce a Taranto dove rimarrà tre anni. In questi anni scrive le venti "poesie-ritratti" de "La gazza ladra" (1985) oltre ad alcuni testi per il marito. A Taranto porta a termine anche "L'altra verità. Diario di una diversa", suo primo libro in prosa.

Dopo aver nuovamente sperimentato gli orrori del manicomio, questa volta a Taranto, torna a Milano nel 1986: si mette in terapia con la dottoressa Marcella Rizzo alla quale dedicherà più di un lavoro.

Dal punto di vista letterario questi sono anni molto produttivi: naturale conseguenza è anche la conquista di una nuova serenità.

Negli anni, diverse pubblicazioni consolideranno il ritorno sulla scena letteraria della scrittrice.

Nel 1993 riceve il Premio Librex-Guggenheim "Eugenio Montale" per la Poesia, come altri grandi letterati contemporanei prima di lei, tra i quali Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Franco Fortini.

Nel 1996 le viene assegnato il "Premio Viareggio" per il volume "La vita facile"; l'anno seguente riceve il "Premio Procida-Elsa Morante".

Nel 2002 viene pubblicato da Salani un piccolo volume dal titolo "Folle, folle, folle d'amore per te", con un pensiero di Roberto Vecchioni il quale nel 1999 aveva scritto "Canzone per Alda Merini".

Nel 2003 la "Einaudi Stile Libero" pubblica un cofanetto con videocassetta e testo dal titolo "Più bella della poesia è stata la mia vita".

Nel febbraio del 2004 Alda Merini viene ricoverata all'Ospedale San Paolo di Milano per problemi di salute. Un amico della scrittrice chiede aiuto economico con un appello che le farà ricevere da tutta Italia, e-mail a suo sostegno. La scrittrice ritornerà successivamente nella sua casa di Porta Ticinese, vicino ai Navigli.

Nel 2004 esce un disco che contiene undici brani cantati da Milva tratti dalle poesie di Alda Merini.

Il suo ultimo lavoro è datato 2006: Alda Merini si avvicina al genere noir con "La nera novella" (Rizzoli).

Alda Merini muore a Milano il giorno 1 novembre 2009 nel reparto di oncologia dell'ospedale San Paolo a causa di un tumore osseo.

In memoria della sua persona e della sua opera, le figlie Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta, hanno dato vita al sito internet www.aldamerini.it, un'antologia in ricordo della poetessa, un elogio all'"ape furibonda", alla sua figura di scrittrice e madre.

Nel 2016, in occasione della ricorrenza della sua nascita, Google le ha dedicato un logo.

https://biografieonline.it/biografia-alda-merini

Speciale: Festa di Ognissanti: il menù della giornata! …🌹

 

Il giorno di tutti i Santi, noto popolarmente anche come Ognissanti, è una festa cristiana che celebra insieme la gloria e l’onore di tutti i santi, comprendendo anche quelli non canonizzati.

La festa di Ognissanti si celebrava fin dal quarto secolo, in coincidenza con il capodanno celtico. Papa Bonifacio IV la spostò al 13 maggio quando nel 610 dedicò il Pantheon e Maria e a tutti i martiri. Papa Gregorio IV nell’835 la riportò all’1 novembre. Infine papa Sisto IV nel 1475 ne estese l’obbligo a tutta la cristianità.

 

 

Vitello tonnato

Per 6 persone

 

Ingredienti:

 

Un girello di vitello di gr 800, tonno sott’olio o al naturale, gr 160, 2 uova, 5 filetti di acciuga sott’olio, 1 cucchiaio di capperi, cetriolini per decorare, 1 carota, 1 cipolla, 2 coste di sedano, 2 foglie di alloro, 2 limoni, 2 bicchieri di vino bianco, olio, sale e pepe.

 

Legate la carne con refe da cucina, in modo che mantenga la sua forma. In un tegame mettete la carota, la cipolla, il sedano, puliti e tagliati a pezzi, unite la carne, un filetto di acciuga, le foglie di alloro, il vino bianco, e tanta acqua fredda che basti a coprire la carne. Unire anche il succo di ½ limone. Salate e fate cuocere a fuoco basso per circa un’ora, togliete dal fuoco e fate raffreddare la carne nel tegame.

Mettete 2 tuorli in una terrina e incorporate poco alla volta, sempre mescolando, 2 dl di olio e il succo di 1 limone. Dovrà risultare una maionese abbastanza solida.

Passate al mixer il tonno, 4 filetti di acciuga e qualche cappero. Incorporatelo alla maionese, mescolate bene e se necessario aggiustate di sale.

Affettate finemente il vitello, disponete le fette su un piatto da portata, copritele con la salsa preparata.

Decorate il piatto distribuendo sulla superficie fettine di limone, capperi e cetriolini affettati. Tenete la preparazione in frigorifero coperto, sino al momento di servire.

 

 

Nervetti all’insalata

Per 4 persone

 

Ingredienti:

 

1 piedino di vitello, 500 gr di girello di manzo, 2 spicchi d’aglio, un ciuffo di prezzemolo, 1 carota, 1 costa di sedano, 1 piccola cipolla, aceto, olio e sale

 

Mettere sul fuoco una pentola che possa contenere le carni, riempirla per 2/3 di acqua, aggiungere il sedano, la carota raschiata, la cipollina pelata e il sale q.b. Quando l’acqua comincerà a bollire, tuffatevi il piedino, raschiato e ben lavato, il girello. Cuocetele per 2 ore e mezzo. Dovranno presentarsi molto morbidi.

Scolate dal brodo le carni, staccate dal piedino i nervetti, tagliandoli, insieme alla carne, a pezzetti minuti, che metterete in una terrina. Conditeli con aglio e prezzemolo tritati, olio, sale e aceto. Servite.

 

 

Scampi speziati e Spaghetti integrali

Per 6 persone

 

Ingredienti:

 

1 kg di scampi, 2 spicchi d’aglio, 3 cm di zenzero fresco tagliato a fettine, 1 peperoncino rosso, la scorza di un limone grattugiata, un pizzico abbondante di zafferano, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato, 500 gr di spaghetti integrali, olio, sale.

 

Sgusciare e pulire del filo nero (sbudellino) gli scampi, lasciando loro le code. Metterli in una ciotola e condirli con l’aglio tritato, lo zenzero a fettine, il peperoncino privato dei semi e tritato, la scorza del limone. Spolverizzare con lo zafferano e condire con 4 cucchiai d’olio, mescolare bene e lasciare marinare in frigorifero per 2 ore.

Dopo questo tempo, saltare gli scampi in un tegame con 2 cucchiai d’olio per 2 minuti. In una casseruola con abbondante acqua salata in ebollizione, fare cuocere al dente gli spaghetti integrali, scolarli e condire la pasta in una zuppiera ovale con il sugo di cottura degli scampi.

Guarnire col prezzemolo tritato, posare in superficie gli scampi e servire subito.

 

 

Monte Bianco di Castagne

 

Ingredienti:

 

 

1 kg di castagne, panna montata, granella di cioccolato, una noce di burro, 1 bicchiere di latte, sale, 1 marron glassato per guarnire, 1 cucchiaino di semi di finocchio.

 

Sbucciate le castagne e lessatele in acqua calda con i semi di finocchio. Scolatele e ancora calde pelatele e passatele al setaccio. Versate la purea in un tegame con il burro e il latte e mescolate a fuoco dolce, fino a quando la massa si staccherà dalle pareti. Mettete la purea in uno schiacciapatate lasciate cadere il passato a piramide su un piatto da portata. (si può fare anche con una siringa da pasticciere).

Coprite con panna montata dolce e guarnite con granella di cioccolato e sulla cupola il marron glassato

Lo Sapevate Che: OGNISSANTI, LA FESTA CHE UNISCE CIELO E TERRA

 Con questa solennità la Chiesa pellegrina sulla terra venera in unico giubilo di festa la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio e allietata dalla loro protezione. La festa si diffuse nell’ Europa latina dall’ VIII secolo

 

 

La festa di tutti i Santi il 1° novembre si diffuse nell’ Europa latina nei secoli VIII-IX. Poi si iniziò a celebrarla anche a Roma, fin dal secolo IX. Un’ unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente sulla terra. Quella di Ognissanti è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.

 

Qual è il significato di questa festa?

Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze. Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’ amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.

 

Cosa dice il Martirologio Romano?

Con la Solennità di tutti i Santi uniti con Cristo nella gloria in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni.

 

Cos'è la comunione dei santi?

«La nostra partecipazione alla redenzione del Cristo», ha scritto don Divo Barsotti, «implica una partecipazione all'uomo della vita divina, di una grazia però che non è un bene esclusivo e non lo diviene mai, ma tanto più si partecipa quanto più anche diviene comune. Ora, proprio per questo motivo, la comunione delle cose sante diviene naturalmente e necessariamente la Comunione dei santi. Se la grazia di Dio non si comunica all'uomo che aprendo l'uomo ad una universale comunione, ne viene precisamente che, quanto più l'uomo partecipa di questi doni divini, tanto più anche comunica con gli altri uomini, vive una comunione di amore con tutti quelli che partecipano ai medesimi beni. Per la carità di Dio l'uomo non si apre soltanto a Dio, non entra in comunione soltanto con la divinità, ma acquista una sua trasparenza onde l'anima può comunicare con tutte le altre anime, può vivere un rapporto di amore anche con tutti i fratelli. Il peccato ci ha divisi, ci ha opposti gli uni agli altri e ci ha separati, ci ha reso opachi, impenetrabili all'amore; la grazia invece ci dona questa nuova trasparenza, ci dona questa nuova possibilità di comunione di amore. Ed è questo precisamente allora l'effetto della grazia divina: che cioè noi viviamo la vita di tutti e tutti vivono della nostra medesima vita; non c'è più nulla di proprio che non sia, anche qui, di tutti. Quanto più noi siamo ricchi e partecipiamo agli altri i nostri beni, tanto più dell'altrui bene noi viviamo. Un santo tanto più è santo quanto più è privo di ogni difesa nel suo amore, quanto meno è chiuso nella sua ricchezza».

 

Cosa dice il Catechismo della Chiesa cattolica sulla comunione dei santi?

La comunione dei santi è precisamente la Chiesa. Ecco cosa dice: «Poiché tutti i credenti formano un solo corpo, il bene degli uni è comunicato agli altri. [...] Allo stesso modo bisogna credere che esista una comunione di beni nella Chiesa. Ma il membro più importante è Cristo, poiché è il Capo. [...] Pertanto, il bene di Cristo è comunicato a tutte le membra; ciò avviene mediante i sacramenti della Chiesa». 

«L'unità dello Spirito, da cui la Chiesa è animata e retta, fa sì che tutto quanto essa possiede sia comune a tutti coloro che vi appartengono».

Il termine « comunione dei santi » ha pertanto due significati, strettamente legati: «comunione alle cose sante (sancta) e «comunione tra le persone sante (sancti)». «Sancta Sanctis!» – le cose sante ai santi – viene proclamato dal celebrante nella maggior parte delle liturgie orientali, al momento dell'elevazione dei santi Doni, prima della distribuzione della Comunione. I fedeli (santi) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo e comunicarla al mondo.
 Antonio San Francesco

https://m.famigliacristiana.it/articolo/ognissanti-la-festa-che-unisce-cielo-e-terra_231.htm

 

Messaggi di Papa Francesco

 “La speranza è un po’ come il lievito, che ti fa allargare l’anima; ci sono momenti difficili nella vita, ma con la speranza l’anima va avanti e guarda ció che ci aspetta”.

 “Vedo la santità in una donna che alza i suoi figli. In un uomo che lavora per portare il pane a casa. Negli ammalati. In religiosa …. Questa è la santità comune”.

Messaggi di Madre Teresa de Calcutta

“La santità non è un privilegio di alcuni, ma un obbligo di voi e di me”.

 “La vera santità consiste nel fare la volontà di Dio con il sorriso”.

Messaggi di Papa San Clemente I

 “Seguite i Santi, perché quelli che li seguono diventeranno santi”.

Messaggio di Padre Pio

 “Ogni sacrificio che fa la tua anima, ogni bene che fa è diretto a Dio per la santificazione di tutti “.

https://whatsappare.net/buon-ognissanti-tutti-i-santi-2018-immagini-e-frasi-di-auguri/