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martedì 5 maggio 2020

Lo Sapevate Che: Gino Bartali, icona dello sport praticato ad altissimi livelli


Intramontabile eroe del ciclismo

Campione del ciclismo eroico di una volta, Gino Bartali è stato probabilmente il più famoso e fiero rivale di Fausto Coppi (non solo in Italia) e, proprio come nel caso dell'avversario, la sua carriera venne interrotta dalla seconda guerra mondiale quando per entrambi si trattava di esprimersi negli anni migliori della loro condizione. I due fra l'altro gareggiarono anche nella stessa squadra, la Legnano, per poi separarsi e difendere i colori delle principali industrie: la Legnano appunto e la Bianchi.
Avendo spaccato l'Italia in due, creando delle inestinguibili quanto leali fazioni fra sostenitori dell'uno e tifosi dell'altro, i due scrissero con le loro battaglie alcune delle più famose pagine della storia del ciclismo.
Coppi e Bartali: due rivali, ma anche due atleti solidali fra loro. Sul loro rapporto c'è una famosa fotografia, quello del discusso e famoso passaggio della borraccia al Tour de France del 1952: un'immagine che è diventata per tutti il simbolo della solidarietà.
Mentre però lo sfortunato Coppi scomparve prematuramente, ucciso dalla malaria, la carriera ciclistica di Gino Bartali fu una delle più lunghe e piene di successo nella storia del ciclismo; si svolse in pratica dal 1935, quando si laureò campione d'Italia, fino al 1954: ventisette anni sempre in sella e sempre con lo stesso entusiasmo. Non a caso venne soprannominato "l'intramontabile".
Nato il 18 luglio 1914 a Ponte a Ema (Firenze), sposato con Adriana, ha avuto tre figli: Andrea, Luigi e Bianca. Salito in sella alla bici per la prima volta a tredici anni, Gino Bartali iniziò a correre insieme al fratello, che purtroppo morirà in un incidente nel 1936. Anche in questo caso, c'è da notare un'altra strabiliante analogia con il solito Fausto Coppi, che perse il fratello Serse in una disgrazia.
A partire dal 1935 Bartali cominciò ad inanellare una serie di vittorie a catena, culminate l'anno successivo salendo sul podio del Giro d'Italia. Poi arrivarono tutte le altre grandi vittorie che lo incoronarono re delle piste e lo proiettarono nell'immaginario italiano come simbolo eroico.
Su Bartali e le sue imprese sono stati scritti libri, centinaia di articoli e anche canzoni, come quella celeberrima di Paolo Conte.
Uomo di gran cuore e di indimenticabile schiettezza, semplice nel senso più alto del termine, profondamente amato per la sua purezza (come quando ai funerali commemorò il rivale Coppi con straordinaria intensità), Bartali si è spento il 5 maggio 2000.
Il giorno del suo commiato dal mondo, nella camera mortuaria della chiesa di S. Piero in Palco, nella fiorentina piazza Elia Dalla Costa, intorno alla sua bara sfilarono per tutta la giornata centinaia di persone giunte da ogni località per dargli l'ultimo saluto.
Le vittorie più importanti di Gino Bartali:
Tour de France (1938, 1948); 3 Giri d'Italia (1936, 1937, 1946), 4 Milano-Sanremo (1939, 1940, 1947, 1950); 3 Giri di Lombardia (1936, 1939, 1940); 2 Giri di Svizzera (1946, 1947); 4 maglie di campione d'Italia (1935, 1937, 1940, 1952); 5 Giri della Toscana (1939, 1940, 1948, 1950, 1953); 3 Giri del Piemonte (1937, 1939, 1951);
2 campionati di Zurigo (1946, 1948); 2 Giri dell'Emilia (1952, 1953); 2 Giri della Campania (1940, 1945); poi la Coppa Bernocchi (1935), la Tre Valli Varesine (1938), il Giro di Romandia (1949); il Giro dei Paesi Baschi (1935).
Bartali inoltre ha vinto 12 tappe del Tour de France e indossato 20 maglie gialle. Al Giro ha vinto 17 tappe e portato 50 volte la maglia rosa. Tra il 1931 e il 1954 corse 988 gare, ne vinse 184, 45 per distacco, ritirandosi 28 volte.

Speciale: Un pranzetto al “baffo”! … 🌹


Ciao amici! L’unico modo per mantenersi in buona salute è mangiare quello che non vuoi, bere ciò che non ti pace e fare ciò che non vorresti! (Mark Twain)

Paella di Verdure e Formaggio
Per 4 persone

Ingredienti:

250 gr. di zucchine, un mazzetto di asparagi, 250 gr. di cipolle, 4 cucchiai di olio, gr.250 di riso integrale, dl. 6 di brodo, 2 bustine di zafferano, uno spicchio d’aglio, gr. 150 di peperoni rossi, gr.250 di pomodori pelati, 10 olive, una tazza di fagioli lessati, gr.75 di mandorle, gr.180 di formaggio Emmental, sale, pepe.

Tritate grossolanamente le cipolle e fatele rosolare in una casseruola con l’olio. Aggiungete il riso lasciatelo tostare, poi versate il brodo in una sola volta, lo zafferano sciolto in poca acqua e lo spicchio d’aglio. Portate a ebollizione e cuocete a fuoco basso per 15 minuti. Unite quindi le zucchine tagliate a rondelle, gli asparagi a pezzi eliminando la parte legnosa del gambo, i pomodori tritati grossolanamente e i peperoni a listerelle. Salate, pepate e cuocete ancora per ¼ d’ora, unendo se occorre, brodo o acqua calda.
Quando riso e verdure saranno giunti a cottura, unite le olive e i fagioli già cotti . Sistemate la paella in un bel contenitore da forno, cospargetela con le mandorle spezzettate e il formaggio tagliato a listerelle. Passate in forno per un paio di minuti e servite.


Tempura di Pollo in frittelle accompagnata da Julienne di Verdure crude
Per 4 persone

Ingredienti:

400 gr di pollo tagliato a julienne, 100 gr di porro, tagliato a julienne, 1 cucchiaino di peperoncino, farina, olio, sale. Per accompagnare verdure di stagione crude a julienne e yogurt cremoso naturale intero.

Preparare una pastella con la farina, 100 ml di acqua circa, il peperoncino, un pizzico di sale.
Lasciare riposare la pastella in frigorifero per un’ora. Poi unire la julienne di pollo e porri.
In una grande padella, portare ad ebollizione abbondante olio e tuffare un po’ del composto di julienne raccogliendolo con un cucchiaio e formando delle frittelle, ben distanziate. Farle dorare dalle due parti e farle asciugare su carta assorbente da cucina. Servire le frittelle accompagnate da julienne di verdure crude a piacimento, accompagnandole con yogurt cremoso naturale intero.


Bavarese all’Arancia
Per 6 persone,

Ingredienti:

2 dl di latte, un pezzo di vaniglia, scorza grattugiata e succo di 1 arancia, 3 tuorli, 3 cucchiai di zucchero, 4 fogli di colla di pesce, 3,5 dl di panna montata con 50 gr di zucchero a velo. Due scorze di arance candite ridotte e julienne per abbellire la bavarese.

Mettete la colla di pesce a bagno in poca acqua fredda. Portate a ebollizione il latte col pezzo di vaniglia che poi toglierete. Fate intiepidire. Poi unite al latte la scorza e il succo dell’arancia. Sbattete i tuorli con lo zucchero e amalgamateli al latte. Unite anche la colla di pesce strizzata e fate sciogliere a fiamma dolce senza far bollire. Montate la panna con lo zucchero a velo e unitela al composto, amalgamando il tutto delicatamente. Versate nello stampo. Mettete in frigorifero per almeno 2 ore. Capovolgete, sistemate in bellavista attorno e sopra la bavarese i filettini dell’arancia canditi. Servite.

lunedì 4 maggio 2020

Lo Sapevate Che: Hemingway vince il Pulitzer con “Il vecchio e il mare”

La lettura di un grande classico, il piacere di un grande autore. Passiamo al setaccio uno dei più grandi capolavori della storia della letteratura: Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway.
Ernest Hemingway nasce a Chicago, negli Stati Uniti, nel 1898. Dopo il diploma rinuncia all’università per fare il giornalista, che sarà la sua attività principale per tutta la vita. Dopo vari soggiorni in Europa, ritorna negli Stati Uniti; più tardi partirà come corrispondente di guerra in Spagna, durante la guerra civile. Nel1939 si stabilisce a Cuba, ma presto riprende a viaggiare come corrispondente di guerra prima nel conflitto Cino-Giapponese e poi in Europa dopo lo sbarco in Normandia.
Era un amante della caccia “grossa” e per questo si recava spesso in Africa. Nonostante la sua vita così impegnata, trovo il tempo per dedicarsi all’attività
letteraria, in cui ebbe grande successo tanto è che ricevette un premio Nobel per la letteratura nel 1954, dopo la pubblicazione de “Il vecchio e il mare”, che aveva già vinto un premio Pulitzer nel 1953
La sua vita fu sempre segnata da una grande sindrome depressiva (probabilmente ereditata dal padre che morì suicida), che si intensificò negli ultimi anni; infatti anche lui morì per sua mano nel 1961 nella sua casa di San Valley, nell’Idaho. Tra le sue opere più celebri si ricordano “Perché suona la campana”, “Verdi colline d’Africa” e “Addio alle armi”.

IL VECCHIO E IL MARE

Il vecchio e il mare fu concepito originariamente come parte di un’opera più vasta, che Hemingway chiamava “Il libro del mare” (The Sea Book). Poiché il progetto complessivo stentava a decollare, lo scrittore decise di pubblicare la storia separatamente. Il romanzo apparve contemporaneamente in volume e sulla rivista “Life” ed ebbe subito un successo strepitoso, soprattutto di pubblico. È considerato sia dai critici che dallo stesso Hemingway l’opera migliore che l’autore abbia mai scritto.
Narra la tormentata storia di un vecchio pescatore cubano: Santiago. Santiago era molto anziano ma aveva due occhi azzurri come il mare, che sembravano quelli di un ragazzo. Non riusciva a pescare niente niente da ottantaquattro giorni. Per i primi quaranta lo aveva aiutato un apprendista pescatore, Manolìn, ma poiché il vecchio non pescava nulla i genitori pensarono di mandarlo in una barca più fortunata. Tra il vecchio e il giovane era nato un rapporto profondo che non terminò neanche quando il ragazzo cambiò barca.
Un giorno il pescatore si spinse più a largo del solito. Dopo aver incontrato dei delfini e un gabbiano,lanciò le esche preparate con i pesci che gli aveva dato il ragazzo; all’improvviso abboccò un marlin, pesce simile ad un pescespada, di enormi dimensioni. Il vecchio provò a issarlo sulla barca ma il pesce era più forte di lui. Così trascinò la barca sempre più lontano dalla costa. A questo punto inizia la lotta tra il vecchio e il pesce, che con la sua enorme forza resisteva al pescatore. La lotta continuò per giorni e giorni, nessuno dei due si voleva rassegnare. Ma ad uscirne vincitore fu l’uomo che allo stremo delle forze lo arpionò. Il pesce era troppo pesante per lui solo, così dovette legarlo esternamente alla barca.
A causa della scia di sangue lasciata dal marlin, arrivarono i pescecani. Il vecchio reagì per difendere la sua preda; ma i pescecani erano troppi e quando riuscì a tornare al porto, del marlin era rimasta solo la sua enorme lisca. Santiago stremato e denutrito tornò a casa, mentre i pescatori increduli guardavano la gigantesca lisca.

SEMPLICE E ILLUMINANTE

Il romanzo è scritto in un linguaggio molto semplice. L’autore fa immedesimare il lettore facendo un ampio utilizzo del discorso diretto nei dialoghi e accompagnandolo nel flusso di ricordi e pensieri del vecchio pescatore. Il tema principale trattato nel romanzo è l’eterna lotta tra l’uomo e le difficoltà che impediscono di raggiungere il proprio obiettivo; Santiago, infatti, incarna perfettamente il ruolo dell’uomo che combatte una battaglia contro la vecchiaia, contro il pesce e contro la sfortuna senza perdersi d’animo e tenendo duro fino all’ultimo.
Alla fine del libro quando riporterà a casa solo la lisca, si sentirà in parte comunque vittorioso perchè sa di aver fatto del suo meglio. Si percepisce dai pensieri e dalle parole del vecchio, che il pesce non viene considerato solo come un avversario ma anche come un essere che cerca di sopravvivere alle avversità. Quindi viene trattato con molto rispetto. Nella lotta tra Santiago e le avversità si può intravedere la continua lotta di Hemingway contro la depressione. Nel complesso il romanzo mi ha appassionato e coinvolto perché mi ha saputo trasmettere le stesse emozioni provate da Santiago; emozioni che per la loro universalità, possono essere comuni a persone di tutte le età.
Federico Cecchini - http://www.wilditaly.net/il-vecchio-e-il-mare-hemingway-378/

Lo Sapevate Che: 70 anni fa la tragedia di Superga, persero la vita i campioni del Grande Torino



Era il 4 maggio 1949, l'aereo che trasportava la squadra si schiantò contro la collina

La più grande tragedia del calcio italiano avvenne poco dopo le 17 del 4 maggio 1949 quando l'aereo che trasportava i giocatori del Grande Torino di ritorno da una partita a Lisbona si schiantò contro la collina di Superga. Nell'impatto morirono tutte e 31 le persone a bordo: l'intera squadra granata con campioni del calibro di Mazzola, Loik, Gabetto, Ossola, il tecnico Erbstein, i dirigenti, gli accompagnatori, l'equipaggio e tre giornalisti, Casalbore, fondatore di Tuttosport, Tosatti padre e Cavallero. ​I primi a rendersi conto della tragedia furono gli abitanti della collina di Superga, che, dopo aver assistito allo schianto contro il terrapieno sul quale sorge la basilica, furono guidati dalla colonna di fumo nero davanti a uno spettacolo agghiacciante: un varco di quattro metri aperto dal velivolo in fiamme. 

La squadra dei record Il Grande Torino era la squadra regina del campionato, vincitrice di cinque scudetti consecutivi, dalla stagione 1942-1943 alla stagione 1948-1949, in un periodo difficile per il Paese, quello della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale. Mazzola, Gabetto, Loik, Bagicalupo oltre a vestire la maglia del Toro, difendevano anche i colori azzurri. Erano eroi per i bambini, idoli per la gente che, in quegli anni, si affidava anche al calcio (e al nascente totocalcio) per ricominciare a sognare una vita migliore dopo gli anni bui della guerra. 

 Il record, che ancora resiste, è dell'11 maggio del 1947 quando 10 granata su 11 furono schierati in maglia azzurra nel match vinto 3-2 sull'Ungheria del giovane ma già promettente Ferenc Puskas. Mancava solo il portiere Bacigalupo sostituito dallo juventino Sentimenti IV. I due giocatori erano amici per la pelle: i resti di Bacigalupo furono riconosciuti a Superga soltanto perché nel suo portafoglio fu trovata la foto dei due portieri assieme. Nazionale a parte, a distanza di tantissimo tempo, sono ancora numerosi i primati, rimasti a oggi imbattuti, collezionati dal Grande Torino: dal 10-0 inflitto in casa all'Alessandria alla vittoria in trasferta più rilevante (0-7 alla Roma). C'e' poi la chicca della tripletta più veloce che Mazzola mise a segno in tre minuti (dal 29esimo al 31esimo) in un Torino-Vicenza 6-0. E poi ci sono, ovviamente, record ormai raggiunti, ma che all'epoca fecero impressione come la conquista di uno scudetto con cinque turni di anticipo, o la prima volta di un'accoppiata vincente Campionato-Coppa Italia (1942-43).  Un altro record "impossibile", che nessuna squadra italiana è stata in grado di uguagliare, è quello dell'imbattibilità interna: per 6 anni e 9 mesi (dal 31 gennaio del 1943 al 23 ottobre del 1949) cioè per 100 partite, di cui 3 giocate dai ragazzi della Primavera subito dopo la tragedia di Superga e 4 dalla nuova squadra nel campionato successivo, i granata non conobbero sconfitte: 89 vittorie e 11 pareggi con 363 gol realizzati e 80 incassati. Ben 88 incontri furono disputati al Filadelfia (impianto risorto grazie al presidente Urbano Cairo). 

I campioni del Grande Torino Furono diciotto i calciatori della formazione che persero la vita. Tra questi, il portiere Valerio Bacigalupo, al quale è stato intitolato lo stadio di Savona. Specialista in interventi acrobatici e nel parare i calci di rigore, aveva vinto quattro campionati nazionali con la squadra e, insieme ai compagni Danilo Martelli e Mario Rigamonti, faceva parte del celebre Trio Nizza, dal nome della via di Torino in cui dividevano l'appartamento. Martelli, mediano e mezz'ala a cui è stato intitolato lo stadio di Mantova, vinse invece 3 campionati con il Torino: era molto amato dai compagni, tant'è che, quando i dirigenti pensarono di venderlo per riassestare le proprie finanze, i colleghi organizzarono una specie di autotassazione pur di far rimanere Danilo in granata. Il terzo componente del Trio Nizza era infine il difensore Mario Rigamonti, al quale sono stati dedicati lo stadio del Brescia Calcio e lo stadio di Lecco. Anche lui vinse quattro campionati con il Torino, per il quale giocò 140 partite in Serie A.

Nella lista delle vittime anche i fratelli Aldo e Dino Ballarin: il primo, terzino ottimo sia in difesa che in attacco, era uno dei pilastri della squadra, con la quale vinse quattro scudetti. Dino, invece, era arrivato dai dilettanti come terzo portiere, chiamato dal fratello, e non giocò mai nessuna partita ufficiale col Torino, per il quale, comunque, serbava una grande dedizione. In ricordo della scomparsa dei fratelli Ballarin, i comuni di Chioggia e di San Benedetto del Tronto hanno intitolato il proprio stadio comunale con il nome dei due atleti. Anche l'attaccante Emile Bongiorni, uno dei migliori marcatori di Francia, perse la vita nella tragedia. Morì anche il mediano Eusebio Castigliano, ricordato per le sue incredibili doti tecniche: era solito palleggiare con una monetina da venti Lire che riusciva poi a far cadere nel taschino della sua giacca con un colpo di tacco. Al centrocampista Rubens Fadini, è stato intitolato lo stadio comunale di Giulianova. Passato al Torino poco più che ventenne, perse la vita dopo aver vinto la Serie A 1948-1949 con i granata. L'attaccante Guglielmo Gabetto giocò sia nella Juventus del quinquennio d'oro che nel Grande Torino. Fu uno dei marcatori più prolifici della storia del calcio italiano, oltre ad essere stato uno dei soli tre calciatori, insieme ad Alfredo Bodoira e Eugenio Staccione, ad aver vinto il campionato italiano con entrambe le squadre torinesi. Con i granata, Gabetto vinse sia una Coppa Italia che cinque scudetti. Sull'aereo anche il centravanti francese Ruggero Grava. Un altro campione che perse la vita fu Giuseppe Grezar, soprannominato la "Gazzella". Il comune di Trieste intitolò alla sua memoria lo stadio Comunale. Una Coppa Italia e cinque scudetti del Grande Torino furono possibili anche grazie alla mezzala destra Ezio Loik: i tifosi lo chiamavano Elefante per il suo modo di procedere lento e possente e lo consideravano "l'uomo dei gol impossibili". Con 70 gol totali in maglia granata, è tra i più prolifici del club torinese. Perse poi la vita anche uno dei più grandi terzini della storia del calcio italiano, nonché tra i migliori difensori europei della propria epoca, ovvero Virgilio Maroso, cui è stato intitolato lo stadio di Marostica. Su quell'aereo, il 4 maggio, c'era anche un altro campione, Valentino Mazzola, uno dei più grandi calciatori della storia del calcio mondiale, capitano e simbolo del Grande Torino.

Altri quattro giocatori morirono a Superga: Romeo Menti, Pierino Operti, Franco Ossola e Julius Schibert. A Menti, chiamato anche Menti III per non confonderlo con i fratelli maggiori, sono stati dedicati quattro stadi italiani: quello di Vicenza, di Castellammare di Stabia, di Nereto, nel Teramano, e di Montichiari. Operti, era un abile terzino sinistro esperto soprattutto nei colpi di testa, ebbe tempo di vincere uno scudetto con la squadra. Ossola, al quale è intitolato lo Stadio di Varese, segnò 85 gol totali con la maglia del Toro. 

 Sul luogo del disastro aereo c'è una lapide con i nomi dei caduti che ogni anno il capitano del Toro commemora citandoli uno per uno. I calciatori: Valerio Bacigalupo (25 anni, portiere), Aldo Ballarin (27, difensore), Dino Ballarin (23, portiere), E'mile Bongiorni (28, attaccante), Eusebio Castigliano (28, mediano), Rubens Fadini (21, centrocampista), Guglielmo Gabetto (33, attaccante), Roger Grava (27, centravanti), Giuseppe Grezar (30, mediano), Ezio Loik (29, mezzala destra), Virgilio Maroso (23, terzino sinistro), Danilo Martelli (25, mediano e mezzala), Valentino Mazzola (30, attaccante e centrocampista), Romeo Menti (29, attaccante), Piero Operto (22, difensore), Franco Ossola (27, attaccante), Mario Rigamonti (26, difensore), Julius Schubert (26, mezzala). E poi i dirigenti: Egidio Agnisetta (55, Direttore Generale), Ippolito Civalleri (66, accompagnatore), e Andrea Bonaiuti (36, organizzatore delle trasferte) e lo staff tecnico, Egri Erbstein (50, direttore tecnico), Leslie Lievesley (37, allenatore) e Ottavio Cortina (52, massaggiatore). Tra le vittime anche i giornalisti Renato Casalbore (Tuttosport), Renato Tosatti (la Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (la Nuova Stampa) e i membri dell'equipaggio Pierluigi Meroni (primo pilota), Cesare Bianciardi (secondo pilota), Celeste D'Inca' (motorista) e Antonio Pangrazzi (radiotelegrafista). 

Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l'ultimo saluto ai giocatori. Da allora ogni anno nella Basilica di Superga si celebra una Messa in ricordo della tragedia.

Così scrisse Indro Montanelli, il 7 maggio del 1949, sul Corriere della Sera: "Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta". 

Speciale: Verdure in compagnia! … 🌹


Ciao amici! Nun se vive de solo amore, ce vole anche ‘na carbonara! (aforismi romani)

Sformato di Verdure accompagnato da Scaloppine di Vitello alle mandorle
Per 4 persone

Ingredienti:

200 gr di zucchine, 200 gr di melanzane, 1 peperone rosso, 1 peperone giallo, 100 gr di piselli sgranati,100 gr di asparagi polposi, 200 gr di mozzarella di bufala, 50 gr di pinoli tostati, olio, sale e pepe.

Spuntare le melanzane e le zucchine, lavarle, asciugarle e tagliarle a fette. Farle grigliare dai due lati e insaporire con sale. Far scottare i piselli in acqua salata per 5 minuti, far scottare anche gli asparagi eliminando la parte legnosa per 5 minuti.
Fare abbrustolire i peperoni, pelarli e ridurli a listerelle.
Foderare il fondo e i lati di una pirofila rotonda, unta di olio, con le melanzane e le zucchine, sovrapponendole un poco e facendole debordare, lasciandone anche per poter poi ricoprire completamente lo sformato.
Adagiare sopra metà dei peperoni, i piselli, gli asparagi a tocchetti e i pinoli, salare leggermente e unire i dadini di mozzarella. Terminare con i peperoni residui, ripiegando poi sopra le zucchine e le melanzane e ricoprendo con quelle tenute da parte. Cuocere in forno già caldo a 180° per 15 minuti. Capovolgere la torta, tiepida e servirla accompagnata dalle scaloppine alle mandorle. (segue ricetta)


Scaloppine alle Mandorle
Per 4 persone

Ingredienti:

12 fettine di vitello, 160 gr di mandorle sgusciate e spellate, 2 uova, farina, olio, sale.
Fare tostare in forno a 180° le mandorle, appoggiate su un foglio di carta da forno. Toglierle dal forno quando saranno dorate, lasciarle raffreddare e ridurle finemente e appoggiarle distese in un piatto piano. Appoggiare la carne tra due fogli di pellicola e batterla leggermente. Mettere in un piatto piano la farina, battere in un piatto fondo le 2 uova. Passare le fettine di carne da entrambi le parti, prima nella farina, poi nelle uova e infine nelle mandorle tritate, premendo bene con le mani perché aderiscano alla scaloppina. In una padella con abbondante olio in ebollizione, adagiarvi le fettine e cuocerle per 3 minuti da entrambi le parti, finché saranno dorate. Prelevarle con un mestolo forato e farle scolare, appoggiarle su un foglio di carta da cucina a perdere l’olio in eccesso. Salarle, appoggiarle su un piatto di servizio


Giardiniera di Ortaggi con Capperi, Olive e Spiedini di tacchino al rosmarino
Per 4 persone

Ingredienti:

200 gr di asparagi, 100 gr di piselli sgranati, 100 gr di carote, 100 gr di sedano, 100 gr di cimette di cavolfiore, 100 gr di cipolline di Ivrea pulite, 60 gr di olive taggiasche, 30 gr di capperi giganti sott’aceto, olio evo, sale, pepe.

Spuntare le carote, privare il sedano dai filamenti, lavarli e tagliarli a dadini. Metterli in una ciotola e cospargerli con un pizzico di sale, lasciandoli riposare per qualche ora in frigorifero.
Nel mentre pulire gli asparagi, privarli della parte dura, lavarli, tagliarli a pezzetti, lasciando le punte intere e cuocerli al dente a vapore. Lavare i piselli e cuocerli a vapore. Cuocere a vapore anche le cimette di cavolfiore. Scottare per 5 minuti le cipolline.
Togliere le carote e il sedano dal frigorifero, aggiungere i cipollotti, i piselli, gli asparagi, le cimette di cavolfiore, le olive, i capperi e il timo, qualche foglia di basilico, 2 cucchiai di olio evo, un pizzico di sale e pepe. Mescolare delicatamente gli ingredienti. Servire con spiedini di tacchino. (segue ricetta).





Spiedini di Tacchino al Rosmarino 

Per 4 persone

Ingredienti:

Per 12 spiedini: 350 gr di fesa di tacchino tagliata a dadini di 2 cm, 1 limone, rosmarino, olio, sale.

In un piatto fondo, spremete il limone e mescolate il sugo con olio, un pizzico abbondante di sale e rosmarino tritato finemente. Lasciatevi marinare i bocconcini per 30 minuti, rigirandoli ogni tanto. Scolate bene i bocconcini e infilateli su spiedini di legno o metallo.
Scaldate bene una bistecchiera o una padella e cuocete gli spiedini, finché saranno ben dorati da tutti i lati. Durante la cottura, a piacere, si possono bagnare con la loro marinata. Serviteli subito in compagnia del piatto di giardiniera.

domenica 3 maggio 2020

Lo Sapevate Che: Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista e docente molto apprezzato in campo accademico, in ambito sia filosofico che antropologico



Tra uomo e tecnologia
Umberto Galimberti nasce a Monza il 3 maggio del 1942. È un filosofo, oltre che psicoanalista e docente molto apprezzato in campo accademico, in ambito sia filosofico che antropologico, per giunta autore di numerose pubblicazioni di divulgazione scientifica, soprattutto in campo filosofico e saggistico.
La sua carriera di studioso e divulgatore comincia verso la fine degli anni sessanta, materializzandosi di fatto con incarichi e pubblicazioni di rilievo verso la metà degli anni '70. È allievo di Emanuele Severino, uno dei punti di riferimento della filosofia italiana del dopoguerra, ma è sui testi di Karl Jaspers, oltre che di Heidegger, che Galimberti costruisce la propria forza filosofica, divenendone un vero e proprio interprete e divulgatore a tutto spiano.
Il rapporto con Jaspers si può far risalire ai primi anni '70, quando cominciano le loro frequentazioni. Da quel momento l'intellettuale italiano si impegna anche in una mirabile opera di traduzione delle opere del filosofo tedesco, favorendone la diffusione in Italia.
Nel frattempo, poco più che trentenne, Umberto Galimberti dà vita alla sua prima opera importante, la quale si intitola "Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente". Il libro esce nel 1975 ed è l'esito dei suoi studi non solo giovanili, ma rafforzati dalla sua frequentazione con Jaspers, da cui prende le mosse nel suo celebre trattato di stampo chiaramente filosofico. È la prima di tante indagini nella quale si evidenzia, in maniera critica, la relazione che sussiste, tutt'altro che attivamente per quanto concerne l'uomo, tra questi appunto, e la macchina o, per meglio dire, tra l'essere umano contemporaneo e la cosiddetta società della tecnica.
In quest'opera, così come nelle successive, il tributo alla lezione di Severino (e, dunque, di Heidegger) è evidente: Galimberti sostiene già negli anni '70 l'uscita dal centro dell'universo dell'animale umano, lontano dai dettami umanistici che ne facevano un punto centrale di ogni chiave filosofica. Tutto, infatti, va riconsiderato in relazione e in funzione della società tecnologica, sempre più avviluppante.
L'anno dopo la sua prima pubblicazione, nel 1976, Galimberti viene nominato professore incaricato di antropologia culturale per l'Università Ca' Foscari di Venezia. Fino al 1978 insegna filosofia nel liceo Zucchi di Monza, attività che, per l'aumentare degli impegni accademici e delle pubblicazioni, deve lasciare proprio in quell'anno.
Nel 1979 esce un altro libro importante, nel quale è evidente anche il suo debito nei riguardi di un'altra disciplina a lui cara: la psichiatria. Il titolo è "Psichiatria e Fenomenologia", cui segue solo quattro anni dopo, nel 1983, un altro lavoro specifico, "Il corpo". La tecnica, in senso lato, diviene punto focale e interpretativo per guardare l'Occidente, posta chiaramente al centro di tutto il discorso filosofico dello studioso lombardo, inteso come luogo della razionalità assoluta, tale da liberare il campo dalle passioni e dalle pulsioni, nella quale è l'organizzazione a dettare il tempo di ogni cosa.
Anche grazie alla sue pubblicazioni, nell'ateneo veneziano Galimberti diventa professore associato di filosofia della storia a partire dal 1983. Passeranno circa sedici anni prima che, nel 1999, diventi ordinario di filosofia della storia e di psicologia dinamica.
Nel 1985 dopo aver dato alle stampe il libro "La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo", datato 1984, diventa anche membro ordinario dell'International Association for Analytical Psychology.
A chiudere la prima parabola di pubblicazioni poi, nel 1987, è un altro libro molto interessante, ancora oggi oggetto di consultazioni e di critiche, non sempre favorevoli: "Gli equivoci dell'anima".
Da questo momento in poi, sino al decennio del 2000, Umberto Galimberti si fa conoscere anche dal grande pubblico dei lettori di giornali, collaborando con diverse testate, come il Sole24 Ore e La Repubblica. Tiene rubriche, scrive brevi rapporti di saggistica di ampia diffusione, risponde a domande di tipo psicologico e filosofico, dando la propria impronta personale su diverse questioni legate alla quotidianità.
Per il giornale fondato da Eugenio Scalfari, con cui avrà un rapporto più duraturo e fruttuoso, oltre a scrivere anche di cultura e attualità, viene chiamato a ricoprire il ruolo di curatore della rubrica epistolare dell'inserto "D, la Repubblica delle donne", uno dei più seguiti a livello nazionale.
Nel 2002, dopo aver ripreso le pubblicazioni con il libro "L'uomo nell'età della tecnica", che riassume e amplia le proprie considerazioni di un decennio prima, viene insignito del premio internazionale "Maestro e traditore della psicanalisi". L'anno dopo, viene nominato vicepresidente dell'Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica "Phronesis"; e tre anni dopo, nel 2006, diventa docente alle Vacances de l'Esprit a Soprabolzano, in provincia di Bolzano.
È datato 2008 invece l'inizio di una serie di critiche a molte sue opere, accusate, secondo un'inchiesta mossa dal quotidiano Il Giornale, di aver copiato parti imponenti da altri autori e filosofi a lui coevi.
Nel libro "L'ospite inquietante", per ammissione dello stesso Galimberti, sarebbe stato violato il copyright dell'autrice Giulia Sissa.
Dopo questo episodio, anche il filosofo Giulio Zingari avrebbe reclamato il suo, all'interno del libro dal titolo "Invito al pensiero di Heidegger", datato 1986. Anche qui, il docente lombardo avrebbe ammesso i propri debiti intellettuali.
La querelle con il quotidiano di Berlusconi sarebbe continuata. Sul Giornale infatti, dopo qualche mese, sono comparse altre accuse sull'operato di Galimberti, colpevole, secondo il foglio, di aver copiato e plagiato altri autori anche in occasione delle sue pubblicazioni presentate all'ateneo di Venezia, per l'ottenimento della cattedra di filosofia, intorno al 1999.
Nel giugno del 2010 infine, anche la rivista "L'Indice dei libri del mese" pubblica online un nuovo articolo nel quale viene criticato aspramente uno dei lavori più apprezzati del filosofo di Monza, uscito proprio in quel periodo e dal titolo "I miti del nostro tempo". Secondo la rivista, il saggio sarebbe composto per circa il suo 75% da un "riciclaggio" di suoi scritti precedenti, mentre la restante parte non sarebbe altro che una nuova stesura, ben rielaborata, di pensieri e paragrafi presi indebitamente in prestito da altri autori e colleghi dello stesso Galimberti.   

Lo Sapevate Che: Dario Vergassola, l’ironia incalzante e pungente, ne fanno uno dei comici italiani più acclamati. Artista eclettico (cantautore, umorista e attore italiano)


 Chi gliela darebbe?
Comico dalla vena improvvisativa ed imprevedibile, Dario Vergassola nasce il 3 maggio del 1957 a La Spezia. Dopo aver fatto vari lavori fra cui l'operaio, approda nel mondo dello spettacolo partecipando a "Professione Comico", la manifestazione diretta da Giorgio Gaber, nella quale ottiene sia il premio del pubblico che quello della critica.
Nel '90 prende parte a "Star 90" (Rete4) classificandosi per la finalissima della trasmissione, nel '91 registra numerosi "TG delle vacanze " (Canale 5).
Nel marzo del '92 vince il Festival di "San Scemo" e l'anno dopo, sull'onda dell'apprezzamento che le sue canzoni demenziali ottengono, pubblica il suo primo album "Manovale gentiluomo" pubblicato nientemeno che dalla Polygram. Dal disco viene estrapolato il divertente brano remix dal titolo "Non me la danno mai (lamento dell'armonizzatore)". Sempre nel '93, grazie alla collaborazione con il suo conterraneo Stefano Nosei, un altro menestrello dalla surreale vena comica, nasce lo spettacolo a due "Bimbi belli", portato in varie piazze d'Italia sempre con notevole apprezzamento di pubblico.
Instancabile, nel '94 è la volta di un altro spettacolo teatrale "La vita è un lampo" (per la regia di Massimo Martelli), che vede impegnato il comico spezino in una nuova massacrante tourné, fatta di oltre duecento repliche. In questa occasione si presenta da solo ma la voglia di tornare a fare spettacoli in coppia è forte. Dopo il sodalizio con Nosei, lo si è visto dunque sul palco con vari personaggi di spicco fra cui è da segnalare David Riondino in "Recital per due", e in seguito lo stralunato Diego Parassole e il mostro sacro Enzo Jannacci.
Nel' 95 è invitato come ospite a Sanremo al "Premio Tenco", un appuntamento sul palco dell'Ariston che si rinnova ogni anno in occasione del Premio. Nel '96 è coautore (assieme ad Arnaldo Bagnasco) ed interprete della trasmissione televisiva "Tenera è la notte" (RAI 2), in onda anche nel 1997. Sempre del 1996 è il suo nuovo spettacolo "Comici" e la partecipazione al film per la TV "Dio vede e provvede" di Enrico Oldoini.
La sua popolarità va aumentando sempre di più, piace il suo stile scanzonato, condito da allusioni sessuali, e il più delle volte dolcemente irriverente. Piatto forte della sua comicità, insomma, sono i doppi sensi e il gusto "perverso" di mettere le persone in imbarazzo con domande scottanti. Tutti ingredienti che si sposano a meraviglia con lo storico talk-show di Maurizio Costanzo, che infatti non se lo fa scappare. Nel '97 è ospite sempre più ricorrente sul palco del Parioli (dove, tutte le sere va in onda appunto il Maurizio Costanzo Show), un sodalizio che dura tutt'oggi, mentre, in parallelo, partecipa, in veste di coautore, alla trasmissione "Facciamo Cabaret" e come ospite a "Mai dire goal" (Italia 1).
All'interno del suo carnet artistico, però, non manca di collezionare esperienze cinematografiche, partecipando in veste di protagonista ad un cortometraggio dal titolo "L'anima di Enrico" di Stefano Saveriano, al film per la TV "Nuda proprietà" di Enrico Oldoini, al film "Affetti smarriti" di Luca Manfredi.
Nella stagione 1997/1998 è stato ospite ricorrente a "Quelli che il calcio" (Rai Tre), partecipando inoltre alla seconda serie del film per la TV "Dio vede e provvede" di Enrico Olodoini ed alla trasmissione radiofonica Radiorisate, in onda su Radio 2.
A novembre del 1999 ha pubblicato con la Epic Sony Music il suo nuovo album "Lunga vita ai pelandroni", tratto dal suo spettacolo di cabaret che ha girato tra il 1999 e 2000, anno in cui fra l'altro ha pubblicato per i tipi Piemme "Lunga vita ai pelandroni", finito puntualmente nelle alte vette delle classifiche di vendita, anche grazie al fenomeno del boom di vendite che i libri dei comici televisivi hanno riscontrato da qualche anno a questa parte.
Tutti incentivi che hanno spinto Vergassola a diventare un appuntamento fisso nell'editoria italiana, se è vero che, immancabile, nella primavera 2002 ha pubblicato in collaborazione con Marco Melloni, presso Mondadori, un altro successo, "Me la darebbe?" raccolta delle celebri e scabrose interviste realizzate a Zelig.
Tra le altre sue esperienze dopo il 2000 sono da segnalare il commento per Rai Tre di tutte le tappe del Giro d'Italia e l'arruolamento fra i protagonisti della nuova serie TV "Carabinieri". Dal 7 febbraio 2003, inoltre, conduce su Raidue con Federica Panicucci "Bulldozer" un programma dedicato ai nuovi comici e pensato sulla falsariga del grande successo che ha investito l'analoga trasmissione di Italia 1, Zelig (di cui Vergassola, fra le altre cose, è stato uno dei primi protagonisti).
Dopo una stagione (2004) trascorsa prevalentemente lavorando per la TV satellitare Sky, dal 2005 è al fianco di Serena Dandini nella conduzione della trasmissione di Rai 3 "Parla con me". Il ruolo di Vergassola è ancora una volta soprattutto quello di intervistatore: interviene al termine dell'intervista ufficiale condotta dalla Dandini e scherzosamente tocca tutti gli argomenti che l'intervistato di turno avrebbe volentieri evitato. La fanno da padrone i soliti doppi sensi e i riferimenti alla sfera sessuale tipici della sua comicità.
Oltre a condurre o intervenire in diversi programmi radiofonici, non trascura il cinema, partecipando in veste di protagonista a "L'anima di Enrico" di Stefano Saveriano, "Nuda proprietà" di Enrico Oldoini, "Affetti smarriti" di Luca Manfredi, "Il mattino ha l'oro in bocca" (2008) di Francesco Patierno. https://biografieonline.it/biografia-dario-vergassola