Etichette

domenica 13 dicembre 2020

Lo Sapevate Che: Cina commemora i 300mila morti massacro di Nanchino

 Civili e soldati trucidati nel 1937 da truppe invasione Giappone

 

La Cina ha ricordato oggi il 79/mo anniversario del "massacro di Nanchino" del 1937, che vide le truppe imperiali nipponiche di occupazione commettere atrocità, soprattutto contro i civili: alla cerimonia ha partecipato Zhao Leji, componente del Politburo del Pcc, che ha rimarcato la "impossibilità all'oblio".
    "Qualsiasi azione per tentare di costruire o cambiare la storia o provare a trovare scuse per le atrocità commesse sarà condannata e respinta con sdegno dal popolo cinese e da tutti i popoli che guardano alla pace e alla giustizia", ha detto Zhao nel suo discorso, aggiungendo che l'uccisione di massa "non può essere negata" e che la Cina guarda alla memoria e alla verità del massacro costato la vita a 300mila persone.


    Zhao ha sottolineato la responsabilità delle truppe imperiali nipponiche nella città: il governo giapponese, non disconoscendo il gran numero di civili uccisi, ha obiettato negli anni la difficoltà a quantificare il numero.
   

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/12/13/la-cina-commemora-massacro-di-nanchino_bf5bfb2f-94c1-415e-95a0-4f8d1a7a35a 

 

venerdì 11 dicembre 2020

Lo Sapevate Che: 1969 - Strage di piazza Fontana (50 anni fa)


Piazza Fontana, 50 anni fa la strage che diede il via alla lunga stagione dei misteri d’Italia

La bomba che esplose a Milano il 12 dicembre 1969 provocò 17 morti e 88 feriti: un attacco che non ha precedenti nella breve storia della nostra Repubblica. Ancora oggi, per la giustizia, nessuno è stato riconosciuto colpevole. Molti, e fin da subito, i depistaggi

di Dario Ceccarelli

 

Quel giorno di 50 anni fa - il 12 dicembre 1969 - era un venerdì. Un venerdì con un grigio velo di nebbia, come capitava spesso a Milano in quegli inverni, allora ancora cattivi. Natale era vicino e il freddo si faceva sentire anche in piazza Fontana dove c'era la Banca dell'Agricoltura. Alle 16.30 tante gente vuole ancora entrare perché quella banca per i suoi clienti tiene aperto fino a tardi.

·        Strage Piazza Fontana, cosa è successo a Milano il 12 dicembre 1969

Sono clienti un po' speciali: agricoltori, allevatori di bestiame, venditori di sementi che vengono dal Lodigiano e dalla Lomellina, clienti che trasformano il grande salone della Banca in un brulicante mercato d’affari e contrattazioni. Pieno, molto pieno. Perfetto per farci esplodere una bomba (video) e trasformarlo in un mattatoio.

Ma chi ci pensa a morire quel giorno? Non è cosa. È venerdì pomeriggio, spuntano già i primi addobbi, i negozi sono affollati, e proprio quel giorno, lo riportano i giornali, «Il governo assicura che la tredicesima degli statali sarà pagata nonostante lo sciopero dei bancari». Una buona notizia in vista delle feste.

16.37: le lancette della Storia si fermano
Ma le lancette della Storia - e quelle del timer della bomba - si fermano alle 16.37. Pochi secondi prima un venditore di bestiame, Pietro Dondena di Lodi, arriva tutto affannato nel grande tavolo ottagonale del salone. E dice a un amico: «Non senti puzza di bruciato?»
Poi è l'inferno. Un enorme boato, il buio e un lungo silenzio rotto dai lamenti dei sopravvissuti. Una macelleria fumante.

«Ero paralizzato dalla paura», racconta Giampaolo Pansa, inviato della Stampa. «Guardavo la voragine piena di corpi mutilati che bruciavano ancora. Mi assalì un pungente odore d mandorle amare. Poi seppi che per la strage era stata usata la gelignite, un esplosivo che lascia nell’aria quel sentore».

12 dicembre 2019

·        Pietro Valpreda

·        Giuseppe Pinelli

·        Cornelio Rolandi

·        Roma (squadra)

La madre di tutte le stragi
Una strage. La madre di tutte le stragi, come ha scritto Benedetta Tobagi nel libro “Piazza Fontana, il processo impossibile”. Diciassette morti e 88 feriti, un attacco al cuore dell’Italia, a 200 metri dal Duomo e a fianco dell'Arcivescovado, che non ha precedenti nella breve storia della nostra Repubblica. La città è avvolta dalla paura, con le sirene delle ambulanze che lacerano i timpani.

Sulle prime si parla di una caldaia. Ma la verità emerge presto. Achille Serra, giovane funzionario di polizia, poi prefetto di Roma, racconta: «Altro che caldaia! Quando vidi quello che era successo gridai al telefono che servivano 100 ambulanze. In questura non mi credevano. Alla fine di ambulanze ne arrivarono 98».

Ma non era l’unica bomba. In totale erano cinque. Due a Milano alla Banca dell’Agricoltura e nell’atrio della sede centrale della Banca Commerciale in piazza della Scala. E tre a Roma: una dentro un passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, le altre all’Altare della Patria, su entrambi i lati. Tutte esplose, tranne quella collocata alla Commerciale.

Il primo di molti depistaggi
Ecco una delle prime incongruenze. Una bomba non esplosa è una traccia, come lasciare una firma per arrivare a chi l’ha messa. L'ordigno, contenuto in una borsa di pelle nera, viene invece fatto brillare da un artificiere su indicazione di un sostituto procuratore che, quel venerdì, non era nemmeno di turno. «Se invece di farla saltare l’avessero aperta», dichiarò il giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio , «il caso sarebbe stato risolto in pochi giorni».

È il primo dei tanti depistaggi di una vicenda che subito puzza. E con una regia occulta che sposta dove vuole il timone della giustizia. Un timone che ha già individuato i colpevoli: gli anarchici. Un bersaglio facile, in un periodo costellato di forti tensioni sociali, di lotte e scioperi nelle fabbriche e nelle università. Siamo ancora in un mondo diviso in due blocchi: e il Partito Comunista è il secondo partito italiano in un contesto, quello mediterraneo, che non lo permette. In Grecia ci sono i colonnelli. In Spagna comanda ancora un dittatore di estrema destra: Francisco Franco.

Le indagini sugli anarchici
L'uomo giusto per finire nel tritacarne si chiama Pietro Valpreda, ha 37 anni, ed è un ballerino che galleggia tra Milano e la Capitale. A Roma fa parte del Circolo 22 Marzo, un gruppo con più neofascisti infiltrati che anarchici, uno dei quali è Mario Merlino, anche lui subito accusato. Valpreda è un chiacchierone, un ciacerun come dice di lui Giuseppe Pinelli, ferroviere di Porta Garibaldi, fermato dai poliziotti in una retata al circolo anarchico di via Scaldasole.

Due uomini molto diversi, ma entrambi poco credibili come ideatori e realizzatori di un piano così ambizioso e feroce. Valpreda è uno che la rivoluzione la fa al bar, dicono gli amici. Pinelli, invece, è un tipo quadrato: buon lavoratore, sposato, padre due figlie, amichevole perfino coi poliziotti.

Ma il tritacarne li fa a pezzi entrambi. Valpreda, descritto dai quotidiani come il “mostro”, viene inguaiato da un tassista, Cornelio Rolandi, milanesone di 47 anni. Rolandi, dopo diversi tentennamenti, dice d’averlo riconosciuto: che è lui l’uomo che ha portato alla Banca dell'Agricoltura con una borsa in mano prima dello scoppio. Curioso: che un attentatore per mettere una bomba si faccia accompagnare in taxi.

È il 16 dicembre: «Valpreda è uno dei colpevoli di Piazza Fontana», annuncia un giovanissimo Bruno Vespa dalla televisione. Un colpevole perfetto: anarchico, testa calda. Resterà tre anni in carcere da innocente. Rolandi, il tassista, muore invece all’improvviso, il 13 luglio 1971, prima di poter testimoniare in uno dei tanti processi successivi.

Il caso di Giuseppe Pinelli
Anche per Giuseppe Pinelli finisce male. «Un anarchico verso mezzanotte è caduto dalla questura», racconta trafelato Aldo Palumbo, cronista dell’Unità che fa il turno di notte. Al giornale, quando dice che Pinelli gli è quasi caduto addosso, pensano che Palumbo abbia bevuto. È la notte tra il 15 e il 16 dicembre. Il questore Guida spiega che Pinelli si è ucciso «quando ha capito di essere perduto».

Si apre un altro mistero, uno dei tanti, rimasti ancora irrisolti e che introdurranno a una lunga stagioni di stragi e altri misteri. Una sentenza del 1975 stabilì che Pinelli era morto per un «malore attivo» che lo aveva spinto, incosciente, a cadere dalla finestra. Adesso, dopo 50 anni, due lapidi, una del Comune di Milano, l’altra di semplici cittadini, lo ricordano proprio in piazza Fontana. Sono vicine.

Nella lapide del Comune si legge: «A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico innocente morto tragicamente nei locali della questura di Milano il 15 dicembre 1969». Nell'altra lapide, al posto che “morto” è stato scritto “ucciso”. La diciottesima vittima della strage di Piazza Fontana.

Il colpevole? Per la giustizia non c’è
Ecco, a questo punto, chi è più giovane (e non solo) dirà: beh, chi è il colpevole? Chi ha ideato e organizzato la strage di Piazza Fontana?
Dopo mezzo secolo di infinite indagini e infinti depistaggi bisogna dire: “nessuno”. Nessun colpevole. Almeno per la giustizia. Una beffa sottoscritta perfino dalla Cassazione che nel 2005, dopo 36 anni e tre processi (con tanti spezzoni), il primo dei quali incredibilmente a Catanzaro, ha dovuto confermare che non poteva emettere un concreto giudizio di colpevolezza.

Poteva però, dal punto di vista storico, affermare la responsabilità eversiva dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo e quella più specifica di Franco Freda, all’epoca procuratore legale a Padova e di Giovanni Ventura, libraio a Castelfranco Veneto. Entrambi erano stati condannati in primo grado e poi assolti in Appello per lo stesso reato, insieme a Guido Giannettini, agente del Sid ed esperto di ambienti militari. Quindi tutti non più processabili perchè assolti in via definitiva.

Le molte domande aperte
Insomma, la madre di tutte la stragi, non ha una conclusione processuale. E tutto si perde nella nebbia. Senza rispondere alle domande più inquietanti. Perchè fu subito seguita la pista anarchica anche quando faceva acqua da tutte le parti? Perchè venne fatta scoppiare l’unica bomba inesplosa che poteva invece riportare agli attentatori? Perché i servizi segreti fecero di tutto per allontanare le indagini dai gruppi di estrema destra? Tante domande pesanti, non ultima quella sulle responsabilità politiche.

« I governi dell'epoca hanno negato a lungo che Giannettini fosse un agende del Sid», ha scritto Guido Salvini, giudice istruttore di una inchiesta sulle attività eversive dell’estrema destra: «È evidente che sapevano chi fosse Giannettini e che costituiva l’elemento di raccordo con la cellula padovana di Ordine Nuovo, quella di Freda e di Ventura. È anche

https://www.ilsole24ore.com/art/piazza-fontana-50-anni-fa-strage-che-diede-via-lunga-stagione-misteri-d-italia-ACcgEJ3per questo che Piazza Fontana si può definire una strage di Stato».

Lo Sapevate Che: Fëdor Michajlovič Dostoevskij, è stato uno scrittore e filosofo russo. È considerato, insieme a Tolstoj, uno dei più grandi romanzieri e pensatori russi di tutti i tempi. A lui è intitolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio. Wikipedia

  

Abitiamo in un paradiso, ma non ci curiamo di saperlo.” Fedor Dstoevskj

 

 La disciplina della lettarutura

Lo scrittore russo Fedor Mikhailovic Dostoevskij nasce a Mosca il giorno 11 novembre 1821, secondo di sette figli. Il padre Michail Andreevic (Michajl Andrevic), di origine lituana, è medico e ha un carattere stravagante nonchè dispotico; il clima in cui cresce i figli è autoritario. Nel 1828 il padre è iscritto assieme ai figli nel "libro d'oro" della nobiltà moscovita.

La madre Marija Fedorovna Necaeva, proveniente da una famiglia di commercianti, muore nel 1837 a causa della tisi: Fedor viene iscritto alla scuola del genio militare di Pietroburgo, pur non avendo nessuna predisposizione per la carriera militare.

Nel 1839 il padre, che si era dato al bere e che maltrattava i propri contadini, viene ucciso probabilmente da questi ultimi.

Con il suo carattere allegro e semplice la madre aveva educato il figlio all'amore per la musica, la lettura e la preghiera.

Gli interessi di Fedor sono per la letteratura e, terminati gli studi di ingegneria militare, abbandona questo settore rinunciando alla carriera che il titolo gli offrirebbe; i pochi soldi che possiede sono il ricavato dei suoi lavori di traduzione dal francese.

Lotta contro la povertà e la salute cagionevole: inizia a scrivere il suo primo libro, "Povera gente", che vede la luce nel 1846 e che avrà importanti elogi critici. Nello stesso periodo conosce Michail Petrasevkij, convinto sostenitore del socialismo utopistico di Fourier, conoscenza che influenza la stesura del suo primo lavoro.

Nel 1847 si manifestano gli attacchi epilettici di cui lo scrittore soffrirà per tutta la vita.

Dostoevskij inizia a frequentare i circoli rivoluzionari: nel 1849 viene arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo con l'accusa di cospirazione; si ritiene che faccia parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. Dostoevskij viene condannato insieme ad altri venti imputati alla pena di morte mediante fucilazione. E' già in posizione per la propria esecuzione quando giunge un ordine dell'imperatore Nicola I che cambia la condanna in quattro anni di lavori forzati. Dostoevskij parte così per la Siberia.

La dura esperienza lo segna fisicamente e moralmente. Terminata la pena viene mandato a Semipalatinsk in qualità di soldato semplice; dopo la morte dello zar Nicola I diventerà ufficiale. Qui conosce Marija, già moglie di un compagno; si innamora di lei: la sposerà nel 1857 quando questa rimarrà vedova. Per motivi di salute nel 1859 Dostoevskij viene congedato e si trasferisce a Pietroburgo.

Torna così alla vita letteraria: durante l'estate inizia a scrivere il suo secondo romanzo, "Il sosia", storia di uno sdoppiamento psichico. Il lavoro non raccoglie il consenso del primo romanzo; nel novembre successivo scrive, in una sola notte, "Romanzo in nove lettere".

Fedor Dostoevskij muore il 28 gennaio 1881, in seguito ad un peggioramento dell'enfisema polmonare di cui è affetto. La sua sepoltura, nel convento Aleksandr Nevskij, è accompagnata da una folla immensa.

Tra le sue opere più note vi sono "Memorie dal sottosuolo", "Delitto e castigo", "L'idiota", "Il giocatore", "I fratelli Karamazov".

https://biografieonline.it/biografia-fedor-dostoevskij

giovedì 10 dicembre 2020

Lo Sapevate Che: Carlo Azeglio Ciampi: Toscano di Livorno, è stato per un quarto di secolo un esponente di primo pano della vita economica dell’Italia, terzo capo dello Stato nella storia della Repubblica Italiana

 


 I nomi del Risorgimento sono vivi, sono dentro di noi, ci appartengono. Ovunque vada, in questo lungo viaggio in Italia, mi rendo conto che gli italiani sono sempre orgogliosi della loro storia. Carlo Azeglio Ciampi

 

Consensi record

Carlo Azeglio Ciampi, eletto al Quirinale il 13 maggio 1999 in prima votazione e con un numero record di consensi, è il terzo capo dello Stato nella storia della Repubblica a essere eletto al primo scrutinio dopo Enrico De Nicola e Francesco Cossiga. Al momento della votazione, ha totalizzato 707 voti, 33 in più del quorum richiesto, ovvero dei due terzi del Parlamento riunito in seduta comune.

Ciampi è nato a Livorno il 9 dicembre 1920. Dopo due lauree in Lettere e in Giurisprudenza conseguite alla prestigiosa Normale di Pisa (la prima nel '41, la seconda nel '46), ad appena ventisei anni entra a far parte dell'altrettanto prestigiosa famiglia di via Nazionale: detto altrimenti, entra nel selezionatissimo team della Banca d'Italia, assunto e chiamato a prestare servizio in diverse filiali, svolgendo attività amministrativa e di ispezione ad aziende di credito.

Nel 1960 è stato chiamato all'amministrazione centrale della Banca d'Italia, presso il Servizio Studi, di cui ha assunto la direzione nel luglio 1970. Segretario generale della Banca d'Italia nel 1973, vice direttore generale nel 1976, direttore generale nel 1978, nell'ottobre 1979 è stato nominato Governatore della Banca d'Italia e presidente dell'Ufficio Italiano Cambi, funzioni che ha assolto fino al 28 aprile 1993. Dall'aprile 1993 al maggio 1994 è stato Presidente del Consiglio, presiedendo un governo chiamato a svolgere un compito di transizione.

Durante la XIII legislatura è stato Ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica, nel governo Prodi (dall'aprile 1996 all'ottobre 1998) e nel governo D'Alema (dall'ottobre 1998 al maggio 1999). Dal 1993 Governatore onorario della Banca d'Italia e dal 1996 membro del consiglio di amministrazione dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana.

Ha ricoperto numerosi incarichi di rilevanza internazionale, tra cui quelli di: presidente del Comitato dei governatori della Comunità europea e del Fondo europeo di cooperazione monetaria (nel 1982 e nel 1987); vice presidente della Banca dei regolamenti internazionali (dal 1994 al 1996); presidente del Gruppo Consultivo per la competitività in seno alla Commissione europea (dal 1995 al 1996); Presidente del comitato interinale del Fondo Monetario Internazionale (dall'ottobre 1998 al maggio 1999).

Dall'aprile 1993 al maggio 1994, Carlo Azeglio Ciampi ha governato durante una fase di difficile transizione istituzionale ed economica. Il referendum elettorale e la congiuntura sfavorevole caratterizzata da un rallentamento della crescita economica richiedevano immediate risposte.

Il governo Ciampi ha garantito l'applicazione della nuova legge elettorale approvata dal Parlamento, attraverso il complesso lavoro per la determinazione dei collegi e delle circoscrizioni elettorali, e il passaggio da un Parlamento profondamente rinnovatosi tra la XI e la XII legislatura. Sul piano economico gli interventi più significativi sono stati rivolti a costituire il quadro istituzionale per la lotta all'inflazione, attraverso l'accordo governo-parti sociali del luglio del 1993, che segnatamente ha posto fine ad ogni meccanismo di indicizzazione ed ha individuato nel tasso di inflazione programmata il parametro di riferimento per i rinnovi contrattuali.

Inoltre il governo Ciampi ha dato avvio alla privatizzazione di numerose imprese pubbliche, ampliando e puntualizzando il quadro di riferimento normativo e realizzando le prime operazioni di dismissione (tra cui quelle, nel settore bancario, del Credito italiano, della Banca commerciale italiana, dell'IMI). Come Ministro del Tesoro e del Bilancio del governo Prodi e del governo D'Alema Ciampi ha dato un contributo determinante al raggiungimento dei parametri previsti dal Trattato di Maastricht, permettendo così la partecipazione dell'Italia alla moneta unica europea, sin dalla sua creazione.

Tra i provvedimenti più significativi di questo periodo si ricorda la manovra correttiva della politica di bilancio varata nel settembre del 1996 dal governo Prodi, che ha consentito un abbattimento di oltre 4 punti percentuali del rapporto indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni rispetto al prodotto interno lordo, il parametro di Maastricht di più arduo conseguimento per il nostro Paese.

Il 13 maggio del 1999 è stato eletto, come detto in prima votazione, decimo Presidente della Repubblica Italiana.

Carlo Azeglio Ciampi è anche autore, oltre che di numerosi interventi e articoli, anche di alcune pubblicazioni, fra cui si segnalano "Considerazioni Finali del Governatore della Banca d'Italia dal 1979 al 1993", "Sfida alla disoccupazione: promuovere la competitività europea" e "Un metodo per governare".

Il suo mandato è terminato nel maggio 2006. Il suo successore, undicesimo Presidente è stato Giorgio Napolitano.

Carlo Azeglio Ciampi si è spento a 95 anni il 16 settembre 2016, in una clinica di Roma.

https://biografieonline.it/foto-carlo-azeglio-ciampi#foto-carlo-azeglio-ciampi-3

Lo Sapevate Che: Emily Dickinson,la maggior poetessa della storia americana , il cui principale merito fu di innovare il linguaggio letterario, influenzando tutta la letteratura successiva


Lasciarsi è tutto quanto sappiamo del paradiso, e quanto ci basta dell'inferno.

Emily Dickinson

 

Toglietemi tutto ma non la poesia

Nata il 10 dicembre 1830 ad Amherst (Massachusetts) Emily Elizabeth Dickinson, secondogenita di Edward Dickinson, stimato avvocato destinato a diventare deputato del Congresso, e di Emily Norcross, donna dalla personalità fragile, ricevette dalla famiglia un'educazione piuttosto libera e completa per la sua epoca.

Dal 1840 al 1947 frequenta la Amherst Academy e successivamente si iscrive alle scuole superiori di South Hadley da cui viene ritirata dal padre dopo un anno. Manifesta un carattere contraddittorio e complesso, venato da una fierezza irriducibile. Per motivi tuttora non chiari a soli ventitrè anni decide di scegliere una vita solitaria e appartata. I numerosi studiosi che dopo la sua morte ebbero a interrogarsi sulle vere ragioni di questa sua lunga e ostinata segregazione, giunsero alla pressoché unanime conclusione che non poteva trattarsi di "delusioni d'amore", né tanto meno di invalidità fisica.

Rimane quindi irrisolto il mistero Emily Dickinson, affidato all'insondabilità della sua coscienza più profonda.

Gli studi della grande poetessa si svolgono per lo più come autodidatta, orientata nelle letture anche da un assistente del padre, Benjamin Newton, con il quale resterà in seguito in corrispondenza. Scrivere lettere sarà un'attività fondamentale per la poetessa, un modo intimo per entrare in contatto coni il mondo: non a caso molte delle sue poesie verranno allegate ad esse.

Nel 1852 conosce Susan Gilbert, con la quale stringe un forte legame, testimoniato da importanti lettere.

Nel corso degli anni successivi compie qualche raro viaggio. Incontra il reverendo Charles Wadsworth, un uomo sposato, del quale (a quanto pare) si innamorerà vanamente.

Nel 1857 fa un altro importante incontro, quello con lo scrittore e filosofo trascendalista Ralph Waldo Emerson, ospite di Austin e Susan, sposi da pochi mesi.

La poetessa entra in amicizia con Samuel Bowles, direttore dello "Springfield Daily Republican" giornale su cui appariranno (a partire dal 1861) alcune sue poesie. Conosce anche Kate Anton Scott. Sia con Bowles sia con quest'ultima stabilisce un profondo rapporto, personale ed epistolare, come d'abitudine per la sensibile Emily. La casa dei Dickinson è praticamente il centro della vita culturale del piccolo paese, dunque uno stimolo continuo all'intelligenza della poetessa, che in questo periodo incomincia a raccogliere segretamente i propri versi in fascicoletti.

Il 1860 è l'anno del furore poetico e sentimentale. Compone qualcosa come circa quattrocento liriche e si strugge vanamente per un amore che gli storici della letteratura identificano con Bowles. Nello stesso anno avvia una corrispondenza con il colonnello-scrittore Thomas W. Higginson, a cui si affida per un giudizio letterario: egli rimarrà impressionato dall'eccezionalità dello spirito, dell'intelligenza e del genio della poetessa, pur ritenendo "impubblicabili" le sue opere. D'altronde ella non intese mai dare alle stampe i propri versi.

Tra il 1864 e il 1865 Emily Dickinson trascorre alcuni mesi a Cambridge, Massachusetts, ospite delle cugine Norcross, per curare una malattia agli occhi. La tendenza ad autorecludersi si acuisce sempre di più, diminuendo i contatti umani, soprattutto quelli meramente superficiali.

Mantiene invece viva la corrispondenza con amici ed estimatori, divenendo sempre più esigente e cercando, a un tempo, intensità ed essenzialità.

Intanto continua a scrivere poesie. La sua produzione, pur non raggiungendo la quantità del 1862, rimane cospicua.

Nel 1870 riceve la prima visita, molto attesa, di Higginson, che tornerà a trovarla nel 1873.

A partire dall'anno successivo inizia un periodo durissimo. Vede infatti scomparire nel giro di pochi anni prima il padre, poi l'amato Bowles (nello stesso periodo in cui la madre aveva fra l'altro sviluppato una grave malattia). Fortunatamente sembra che verso la fine del 1879 (l'anno prima era appunto morto Bowles), Emily si riprenda grazie ad un nuovo amore, quello per Otis Lord, un anziano giudice, vedovo, amico del padre, anche se molte perplessità rimangono sulla loro misteriosa relazione, frutto più di ricostruzioni e congetture.

Intanto può anche godere dell'ammirazione della scrittrice Helen Hunt Jackson. Nel 1881 i coniugi Todd si trasferiscono ad Amherst: Mabel Todd diventerà l'amante di Austin, creando dissidi nella famiglia Dickinson.

La catena delle tragedie riprende: muoiono la madre a Wadsworth (1882), l'amatissimo nipotino Gilbert (1883) ed il giudice Lord (1884).

Emily è prostrata. Nel 1885 si ammala; muore il 15 maggio 1886 nella casa di Amherst.

La sorella Vinnie scopre i versi nascosti e incarica Mabel Todd di provvedere alla loro pubblicazione, che sarà sempre parziale fino all'edizione critica completa del 1955 curata da Thomas H. Johnson e comprendente 1775 poesie.

Una rivelazione editoriale che, grazie all'enorme potenza sensitiva, mentale e metafisica della poesia di Emily Dickinson, ha dato il via ad un vero e proprio fenomeno di culto.

https://biografieonline.it/biografia-emily-dickinson

domenica 6 dicembre 2020

Lo Sapevate che: Incendio alle acciaierie Thyssen: All’una di notte di giovedì 2007, alla linea 5 delle acciaierie Thyssenkrupp si scatena un drammatico incendio che investe in pieno gli otto operai in servizio

Oggi, 6 dic 2010 — E' stata inaugurata questa mattina in corso Valdocco la lapide in ricordo delle sette vittime del rogo della Thyssenkrup. ... riunisce colleghi e familiari delle vittime è stata resa possibile grazie al contributo della Città di Torino

 

La storia del rogo della ThyssenKrupp

 

Cosa successe a Torino la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, come si è arrivati alle condanne di ieri

 

La ThyssenKrupp è un’azienda tedesca, la più importante azienda d’Europa nel settore siderurgico. Tra le molte società che controlla c’è la Acciai Terni, i cui stabilimenti di Terni e Torino nel 1994 sono stati privatizzati e acquistati in parte da imprenditori italiani e in parte proprio dalla ThyssenKrupp. Ieri la Corte d’Assise di Torino ha condannato a 16 anni e mezzo di reclusione l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi. Tutto per quanto accaduto la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007.

L’incidente
Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino, sette operai vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, all’1.15 arrivano le ambulanze del 118, i feriti vengono trasferiti in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone. Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.

Le denunce
I sindacati denunciano immediatamente l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento. Le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul posto dell’incidente parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario. Lo stabilimento Thyssen di Torino era in via di dismissione: emerge che da tempo l’azienda non investiva adeguatamente nelle misure di sicurezza, nei corsi di formazione. Questo il racconto dell’incidente – e di quello che non funzionò – reso il giorno dopo da Antonio Boccuzzi.

La reazione dell’azienda
La ThyssenKrupp nega di avere alcuna responsabilità e mostra fin dal primo momento un atteggiamento piuttosto ostile alla magistratura e all’opinione pubblica, scossa dalla gravità dell’incidente. Accusa gli operai morti di avere provocato l’incidente con delle loro distrazioni e addirittura con “colpe”, poi si corregge e parla di “errori dovuti a circostanze sfavorevoli”. Nel corso delle indagini, la Guardia di Finanza sequestra ad Harald Hespenhahn, amministratore delegato, un documento riservato in cui si legge che Antonio Boccuzzi – che intanto continua a raccontare quanto ha visto sui giornali e in tv – “va fermato con azioni legali”. Il documento critica pesantemente il pm di Torino, Raffaele Guariniello, e l’allora ministro del Lavoro Cesare Damiano, sul quale non poter fare affidamento perché schierato dalla parte dei lavoratori.

Il rinvio a giudizio, il processo
Le indagini si chiudono in un tempo relativamente breve, la procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda tedesca e il giudice dell’udienza preliminare accoglie le tesi dell’accusa: il presunto reato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso. Incendio doloso e omicidio colposo con colpa cosciente per gli altri imputati, dirigenti dello stabilimento di Torino. Questo perché, si leggeva nel dispositivo, “pur rappresentadosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti” e “accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5”, i dirigenti avrebbero “cagionato” la morte dei sette operai omettendo “di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi”. Si va a processo a gennaio del 2009. Durante le udienze emergono altri particolari del funzionamento dello stabilimento. Un operaio racconta che la fabbrica veniva pulita solo in corrispondenza alle visite della ASL. Un altro operaio racconta che l’impianto si fermava solo in caso di problemi alla produzione, se no si interveniva con la linea in movimento. Altri testimoni raccontano che gli incendi sulla linea 5 erano molto frequenti ma gli operai venivano invitati a usare il meno possibile il pulsante di allarme.

Risarcimento danni e sentenze
Il primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp ha versato quasi 13 milioni di euro alle famiglie dei sette operai uccisi, e queste si sono impegnate a non costituirsi parte civile. Ieri è arrivata la sentenza di primo grado della seconda corte d’assise di Torino. Come abbiamo detto, l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi.

Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

https://www.ilpost.it/2011/04/16/la-storia-del-rogo-della-thyssenkrupp/

Lo Sapevate Che: Incendio alle acciaierie Thyssen: All’una di notte di giovedì 2007, alla linea 5 delle acciaierie Thyssenkrupp si scatena un drammatico incendio che investe in pieno gli otto operai in servizio

 La storia del rogo della ThyssenKrupp

 

Cosa successe a Torino la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, come si è arrivati alle condanne di ieri

 

La ThyssenKrupp è un’azienda tedesca, la più importante azienda d’Europa nel settore siderurgico. Tra le molte società che controlla c’è la Acciai Terni, i cui stabilimenti di Terni e Torino nel 1994 sono stati privatizzati e acquistati in parte da imprenditori italiani e in parte proprio dalla ThyssenKrupp. Ieri la Corte d’Assise di Torino ha condannato a 16 anni e mezzo di reclusione l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi. Tutto per quanto accaduto la notte tra il 5 e il 6 dicembre del 2007.

L’incidente
Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino, sette operai vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, all’1.15 arrivano le ambulanze del 118, i feriti vengono trasferiti in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone. Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.

Le denunce
I sindacati denunciano immediatamente l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento. Le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul posto dell’incidente parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario. Lo stabilimento Thyssen di Torino era in via di dismissione: emerge che da tempo l’azienda non investiva adeguatamente nelle misure di sicurezza, nei corsi di formazione. Questo il racconto dell’incidente – e di quello che non funzionò – reso il giorno dopo da Antonio Boccuzzi.

La reazione dell’azienda
La ThyssenKrupp nega di avere alcuna responsabilità e mostra fin dal primo momento un atteggiamento piuttosto ostile alla magistratura e all’opinione pubblica, scossa dalla gravità dell’incidente. Accusa gli operai morti di avere provocato l’incidente con delle loro distrazioni e addirittura con “colpe”, poi si corregge e parla di “errori dovuti a circostanze sfavorevoli”. Nel corso delle indagini, la Guardia di Finanza sequestra ad Harald Hespenhahn, amministratore delegato, un documento riservato in cui si legge che Antonio Boccuzzi – che intanto continua a raccontare quanto ha visto sui giornali e in tv – “va fermato con azioni legali”. Il documento critica pesantemente il pm di Torino, Raffaele Guariniello, e l’allora ministro del Lavoro Cesare Damiano, sul quale non poter fare affidamento perché schierato dalla parte dei lavoratori.

Il rinvio a giudizio, il processo
Le indagini si chiudono in un tempo relativamente breve, la procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda tedesca e il giudice dell’udienza preliminare accoglie le tesi dell’accusa: il presunto reato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso. Incendio doloso e omicidio colposo con colpa cosciente per gli altri imputati, dirigenti dello stabilimento di Torino. Questo perché, si leggeva nel dispositivo, “pur rappresentadosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti” e “accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5”, i dirigenti avrebbero “cagionato” la morte dei sette operai omettendo “di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi”. Si va a processo a gennaio del 2009. Durante le udienze emergono altri particolari del funzionamento dello stabilimento. Un operaio racconta che la fabbrica veniva pulita solo in corrispondenza alle visite della ASL. Un altro operaio racconta che l’impianto si fermava solo in caso di problemi alla produzione, se no si interveniva con la linea in movimento. Altri testimoni raccontano che gli incendi sulla linea 5 erano molto frequenti ma gli operai venivano invitati a usare il meno possibile il pulsante di allarme.

Risarcimento danni e sentenze
Il primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp ha versato quasi 13 milioni di euro alle famiglie dei sette operai uccisi, e queste si sono impegnate a non costituirsi parte civile. Ieri è arrivata la sentenza di primo grado della seconda corte d’assise di Torino. Come abbiamo detto, l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi.

Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

https://www.ilpost.it/2011/04/16/la-storia-del-rogo-della-thyssenkrupp/