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sabato 29 dicembre 2018

Lo Sapevate Che: Cultura: Da quando l'anno comincia il primo gennaio?...Scoperto in Scozia il calendario più antico del mondo... Come sono nati i nomi dei giorni della settimana?...


Da quando l’anno comincia il primo gennaio?

Poiché non esiste nell’orbita terrestre nessun particolare punto che permetta di stabilire esattamente l’inizio e la fine di un anno, la scelta di una data precisa è in fondo arbitraria ed è mutata più e più volte con il passare del tempo. Anticamente l’inizio del nuovo anno veniva festeggiato in occasione dell’equinozio di primavera, che oggi corrisponde al 21 marzo, mentre per i romani cadeva il 25 marzo.
Inizio variabile. In seguito mancò a lungo una data accettata da tutti: qualcuno faceva incominciare l’anno nuovo dal primo gennaio, qualcuno da Natale o da Pasqua. Naturalmente questo creava problemi, dato che la Pasqua non cade in un giorno fisso, ma può oscillare tra il 22 marzo e il 25 aprile, e la lunghezza dell’anno variava quindi di continuo.
Il re bambino. Soltanto nel 1564 l’allora tredicenne Carlo IX, re di Francia, rese obbligatoria la data del primo gennaio come primo giorno dell’anno. Questa scelta venne via via accettata anche dagli altri Paesi cattolici mentre in quelli protestanti la resistenza fu più lunga perché non si voleva acconsentire a una decisione presa da un sovrano straniero.
In Gran Bretagna si continuò quindi a festeggiare l’inizio dell’anno il 25 marzo fino al 1751, lo stesso anno in cui venne accettato il calendario gregoriano, ordinato da Gregorio XIII nel 1582 per ristabilire la concordanza dell’anno con le stagioni.
(Focus - 28 GIUGNO 2002)


In vantaggio sui tempi

«Il sito suggerisce che le società di cacciatori-raccoglitori della Scozia avessero la necessità e le conoscenze per tenere conto del tempo durante gli anni e per correggere la deviazione stagionale dell'anno lunare» ha dichiarato Vince Gaffney, archeologo dell'Università di Birmingham che ha guidato lo studio. «Questo avveniva già 5 mila anni prima dei primi calendari formali conosciuti nel Vicino Oriente». (Focus)

Scoperto in Scozia il calendario più antico del mondo

Un sistema di buche risalente al Mesolitico serviva a tenere il computo delle fasi lunari. È il più antico rinvenuto in Europa e nel Vicino Oriente.

Il più antico calendario lunare del mondo, scavato nel suolo quasi 10 mila anni fa, sarebbe stato rinvenuto a Warren Field, un terreno presso il castello di Crathes nell'Aberdeenshire, in Scozia.

Il sito archeologico, portato alla luce nel 2004 dal National Trust for Scotland, è stato oggetto di recenti e approfonditi studi da parte di ricercatori dell'Università di Birmingham, secondo i quali questo sistema per scandire il tempo sarebbe più antico di 5 mila anni rispetto a un analogo reperto trovato in Mesopotamia.
Il calendario consiste in una serie di 12 buche ricavate nel terreno, distribuite ad arco su un tratto lungo circa 50 metri: i fossati, di diverse forme e dimensioni (fino a 2 metri di diametro) e scavati a diverse profondità, dovevano imitare la forma della Luna nelle varie fasi, e potevano all'occorrenza ospitare all'interno pali di legno.
Segnando di volta in volta la posizione della Luna, si teneva il conto del momento del mese in cui ci si trovava e lo scorrere dei mesi lunari lungo l'anno.

Poiché ogni anno solare comprende 12,37 mesi lunari, è verosimile che ogni buca rappresentasse un mese specifico e che l'intero arco simboleggiasse l'anno. Ma i mesi lunari sono più brevi di 11 giorni rispetto a quelli solari: per riallinearsi al moto della Terra e al ciclo delle stagioni, il calendario necessitava di una sorta di 
correzione, un evento astronomico significativo che scandisse il tempo regolarmente e segnasse la fine dell'anno in corso.
Per questo motivo, le popolazioni che idearono questo strumento allinearono il calendario anche al solstizio d'inverno, che doveva servire da Capodanno, da giorno zero dal quale far ripartire il computo dei mesi. (Focus)
  
Come sono nati i nomi dei giorni della settimana?

I nomi dei giorni furono assegnati dai Babilonesi ed ereditati dai Romani. Hanno origine dai nomi del Sole e dei pianeti perché gli astrologi dell’epoca pensavano che i corpi celesti...
I nomi dei giorni furono assegnati dai Babilonesi ed ereditati dai Romani. Hanno origine dai nomi del Sole e dei pianeti perché gli astrologi dell’epoca pensavano che i corpi celesti “governassero” a turno la prima ora di ogni giorno. Così il lunedì era il giorno della Luna (latino: Lunae dies), martedì di Marte (Martis dies), mercoledì di Mercurio (Mercuri dies), giovedì di Giove (Iovis dies), venerdì di Venere (Veneris dies). Sabato era in origine il giorno di Saturno (Saturni dies) tanto che la denominazione si ritrova nell’inglese Saturday. Però, con il diffondersi in Occidente del cristianesimo, il termine ebraico “shabbat”, ovvero “giorno di riposo”, sostituì in molte lingue il nome pagano. Analogamente il nome domenica (in latino Dominica, ovvero giorno del Signore) fu introdotto da Costantino, convertito al cristianesimo, in sostituzione del più antico Solis dies, giorno del Sole, che resiste nell’inglese Sunday e nel tedesco Sonntag.(Focus - 28 GIUGNO 2002)

Speciale: Primi piatti al "Baffo"!...


Sformato di Semolino gratinato con sugo di Pomodoro
Per 4 persone

1 lt di latte, 250 gr. di semolino, 50 gr. di burro, 100 gr. di parmigiano grattugiato, scorza di limone, 3 uova, sale, pepe bianco. Per il sugo: un etto e ½ di salsiccia, 1 confezione di funghi porcini secchi, 2 etti di carne tritata di vitello, gusti, salsa di pomodoro, olio, sale, pepe, vino bianco.

In una casseruola mettere il latte, la scorza di limone, 1 cucchiaio di sale e portare ad ebollizione. Togliere dal fuoco e in una sola volta, unire il semolino e rimestare velocemente con un cucchiaio di legno. Rimettere sul fuoco, unire il burro, il parmigiano, e una macinata di pepe. Rimestare sino a quando l’impasto si stacca dalle pareti della casseruola, poi fuori dal fuoco unire un uovo per volta, sempre rimestando velocemente.
Stendere l’impasto su un piano inumidito, portandolo ad uno spessore di circa 1 cm e mezzo. Quando l’impasto sarà freddo, tagliarlo a piccole losanghe.
Preparare il sugo: in un tegame con due cucchiai di olio, far rosolare la salsiccia sbriciolata e la carne trita, con i gusti. Bagnare con mezzo bicchiere di vino bianco.
Avrete già messo a mollo in una tazza con del latte i funghi, preventivamente sciacquati sotto l’acqua corrente. Strizzarli, e tagliandoli grossolanamente, unirli alla carne. Far rosolare ancora per 5 minuti, unire la salsa di pomodoro, salare e pepare.
Far cuocere per 10 minuti.
In una teglia, imburrata, mettere uno strato losanghe di gnocchi, ricoprire con sugo, ripetere l’operazione sino a fine degli ingredienti. Nella parte superiore aggiungere fiocchetti di burro. Infornare a 180° per 20 minuti.

Riso, Carne, Pesce e Verdure alla Creola, ricetta Spagnola
Per 6 persone

300 gr. di gamberi sgusciati, 450 gr. di filetti di merluzzo, ½ peperone verde, 350 gr. di riso, 100 gr. di prosciutto cotto in una sola fetta, gr.30 di burro, gr.150 di polpa di granchio in scatola, ½ cipolla, 200 gr. di pollo lessato, una costola di sedano, un cucchiaio di salsa Worcester, gr.250 di pomodori pelati, un cucchiaio di farina, uno spicchio d’aglio, un pizzico di timo e di alloro, prezzemolo, ½ litro di brodo, sale e pepe.

Scottate il peperone sulla fiamma, pelatelo e tagliatelo a pezzi.
Tagliate a dadini anche il prosciutto e il pollo.
In una pirofila fate sciogliere il burro, aggiungetevi prosciutto e pollo e fate rosolare per alcuni minuti, poi unite cipolla, aglio e sedano, tritati finemente e la farina. Dopo qualche minuto aggiungete anche i gamberi e i filetti di merluzzo, tagliati a pezzi, la polpa di granchio, scolata e i pomodori. Insaporite con sale e pepe; bagnate con il brodo e portate a ebollizione. Aggiungete il riso, la salsa Worcester, il timo, l’alloro. Trasferite il recipiente in forno, già caldo a 180° per 20 minuti. Prima di servire spolverizzare con prezzemolo tritato. Delizioso piatto unico!


Rotolo alle Verdure
Per 6 persone

350 gr di farina, 1 kg di zucca già pulita, ½ cavolo verza, 3 scalogni, 4 uova, brodo vegetale, parmigiano grattugiato, noce moscata, burro, olio sale, pepe.

Mettere la farina a fontana in una grossa terrina, mettere al centro 3 uova, 1 cucchiaio d’olio, un cucchiaino di sale. Lavorare gli ingredienti con le mani sino ad avere un impasto omogeneo. Avvolgere la pasta in una pellicola e lasciare riposare per ½ ora. Lavare la zucca e ridurla a tocchetti. Pulire la verza eliminando le foglie brutte esterne e tagliarlo a listerelle. Pulire gli scalogni ed affettarli finemente.
In un tegame con 2 cucchiai d’olio e 30gr di burro, far soffriggere ½ degli scalogni, far soffriggere e aggiungere la zucca, lasciar insaporire, aggiungere un bicchiere e mezzo di brodo caldo, salare e lasciare cuocere a tegame coperto per 10 minuti. Togliere le verdure dal fondo di cottura e unirvi l’altra metà degli scalogni e la verza. Mescolare e cuocere le verdure coperte per 10 minuti. Aggiustare di sale, e a tegame scoperto fare asciugare il fondo di cottura. Frullare la prima preparazione di zucca e scalogni. Mettere il composto in una terrina, unirvi l’uovo, 60 gr di parmigiano grattugiato, 1 grattata di noce moscata. Mescolare bene e unirvi la seconda preparazione di cavolo e scalogni con il loro fondo di cottura. Se l’impasto risultasse troppo asciutto, aggiungere per poterlo amalgamare bene ancora un po’ di brodo caldo. Aggiustare di sale e pepe. Appoggiare la pasta su di un piano di lavoro infarinato e stenderla in una sfoglia rettangolare ad uno spessore di 1 millimetro abbondante.
Trasferirla su un canovaccio pulito. Mettervi nel centro il composto di verdure, lasciando attorno un bordo libero di 3 cm. Arrotolare la pasta sul ripieno facendo attenzione a non far fuoriuscir il ripieno. Chiudere perfettamente il rotolo nel canovaccio e legare con refe da cucina.
In una casseruola che possa contenere comodamente il rotolo, portare abbondante acqua salata in ebollizione ed immergervi il rotolo. Cuocere a casseruola coperta per 35 minuti. Scolare delicatamente il rotolo, togliere il refe e il canovaccio.
Tagliarlo a fette e appoggiarle in una pirofila unta di burro. Cospargere le fette con burro fuso e parmigiano grattugiato. Mettere in forno preriscaldato a 220° e far grigliare per 8 minuti.

venerdì 28 dicembre 2018

Lo Sapevate Che: Apocalisse a Messina, il terremoto più drammatico nella storia d'Italia...


Oltre cent’anni fa un terremoto uccise tra 50 e 100 mila persone in Sicilia e Calabria. La tragedia rivissuta nelle testimonianze dell’epoca.

  

“Sia male! Deve venire il terremoto che scelga le sue vittime, e che ammazzi voi e tutta Messina”. Era la sera del 27 dicembre 1908 quando, secondo la leggenda, una donna, alla quale avevano arrestato il figlio, correndo per le strade maledì la città siciliana.


La mattina dopo, il 28 dicembre, Messina, Reggio Calabria e i territori intorno alla zona dell’epicentro, lo stretto di Scilla e Cariddi, cambiarono faccia per sempre. Giovambattista Rizzo, direttore dell’Osservatorio geodinamico e astronomico di Messina, scampato al sisma, rilevò l’ora della prima scossa: erano le 5:20'27''. Di intensità pari al 10° grado della scala Mercalli (che ne ha 12), il sisma uccise – si stima – fra 50 e 100 mila persone sulle due coste dello stretto. Il 90 per cento di Messina fu rasa al suolo: case, chiese, caserme, ospedali, strade, ferrovie.


VOCI DAL PASSATO. Cent’anni dopo, i giornali dell’epoca restituiscono oggi la voce dei testimoni. “Ero in letto allorquando sentii che tutto barcollava intorno a me e un rumore di sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia, come ero, balzai dal letto e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva. Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come un vortice, si inabissò, e tutto disparve in un nebbione denso, traversato come da rumori di valanga e da urla di gente che precipitando moriva”. A raccontare la sua esperienza all’Avanti! era il futuro deputato Gaetano Salvemini, docente all’università, che quella mattina perse la moglie, i 5 figli e una sorella. Fu l’unico sopravvissuto della sua famiglia.


 La regina dei terremotati
Subito dopo il terremoto la regina Elena, principessa del Montenegro divenuta sovrana d’Italia sposando nel 1896 Vittorio Emanuele III, si recò a Messina con il marito per soccorrere i feriti. Sulle navi della Regia Marina, trasformate in ospedali, la regina aiutò i terremotati fasciando ferite, aggiustando ossa, assistendo i medici, portando conforto a chi aveva perso tutto. Sono molte le testimonianze che lo attestano. “Da due giorni la regina Elena fa la suora di carità” raccontò un ufficiale russo il 2 gennaio del 1909 al Corriere della Sera. “Io l’ho vista ovunque, nei punti in cui maggiore era il pericolo, nelle localitàin cui nessuno mai prima di lei aveva osato avventurarsi”.


 SPETTATORI FAMOSI. Tra i testimoni oculari dei soccorsi c’era anche un bambino di 7 anni, futuro premio Nobel per la letteratura: Salvatore Quasimodo, che nella poesia Al padre (1955-58) ricorderà: “Il terremoto ribolle da due giorni, è dicembre d’uragani e mare avvelenato”.

Il padre di Quasimodo, Gaetano, era infatti ferroviere e fu mandato, con la famiglia al seguito, a ripristinare le linee ferroviarie. E il piccolo Salvatore visse nei vagoni dei treni, insieme a molti terremotati.

SOLIDARIETÀ. Il resto del mondo, a parte i pennini di molti sismografi europei e nordamericani che rilevarono la scossa senza riuscire a localizzarla precisamente, non sapeva ancora nulla. Solo nel pomeriggio del 28 una delle imbarcazioni militari presenti a Messina, la Spica, riuscì, dopo essere uscita a fatica dal porto invaso dai detriti e aver finalmente raggiunto Marina di Nicotera, in Calabria, a mandare un telegramma a Roma.

Il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti mise in moto l’organizzazione dei soccorsi, che giunsero nella mattinata del 29. Come succede in questi casi, si mobilitarono le massime cariche dello Stato.


GARA DI SOLIDARIETÀ. Il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena partirono per la città distrutta, dove arrivarono la mattina del 30. Mentre il sovrano sbarcò, a bordo della nave Slava la regina approntò un ospedale dove furono ricoverati moltissimi superstiti. Anche diverse navi straniere che si trovavano nel Mediterraneo per motivi militari e commerciali si diressero verso lo stretto per prestare aiuto. Inglesi e russi furono i primi ad arrivare, anche prima degli italiani. Poi fu la volta di tedeschi, americani, francesi e spagnoli.

Nei giorni successivi al sisma, il mare dello stretto si riempì di centinaia di navi che portavano viveri, coperte, legname, generi di conforto di ogni tipo e braccia per scavare sotto le macerie, dove erano ancora intrappolate centinaia di persone. Dalle zone terremotate i feriti furono trasportati nelle città vicine, ma anche a Napoli e a Roma.


BARACCHE E MICHELOPOLI. «Una volta diffusa la notizia iniziò, per la prima volta nella Storia, una corsa all’aiuto per i terremotati» spiega D’Angelo. Ma ci fu anche un’altra novità. «In tutta Italia si crearono centinaia di comitati spontanei per portare soccorsi, sia in denaro sia in generi di prima necessità ». In molte città e paesi del regno, nelle prime settimane del 1909, furono organizzate le cosiddette “passeggiate di beneficenza” (raccolte itineranti di fondi), lotterie, spettacoli teatrali per raccogliere denaro.

Le città più vicine, come Catania e Siracusa, ospitarono nei propri ospedali, ma anche nelle scuole e nelle case private, centinaia di feriti. Furono in molti, personaggi noti e persone comuni, a partire alla volta di Messina per prestare il loro aiuto. Lo fece come crocerossina Constance Hopcraft, moglie inglese del patriota Ricciotti Garibaldi (figlio di Giuseppe). Già madre di 13 figli, volle adottare tre bambine rimaste orfane. Partì per Messina anche il piemontese don Luigi Orione, filantropo e fondatore del Cottolengo di Torino. In pochi giorni, a Messina, apparvero le antenate delle baraccopoli cui ci hanno abituati i terremoti italiani del secondo dopoguerra: le “michelopoli”.

A farle costruire fu il giovane deputato emiliano Giuseppe Micheli che, con i soldi donati dalla Cassa di risparmio di Parma, costruì alcune casupole in piazza Cairoli. Non solo, fondò anche Ordine e notizie, primo quotidiano pubblicato a Messina dopo il terremoto. «Quello che può stupire, considerando i tempi, è che non si mobilitò solo l’Italia per aiutare i terremotati» racconta D’Angelo. Quando la notizia raggiunse le capitali europee, in molti rimasero sconvolti. «Messina era allora una città conosciuta, vivace e ricca intellettualmente. Con un sistema economico basato sul commercio marittimo ospitava, già da qualche generazione, comunità inglesi, svizzere e tedesche». Numerosi stranieri visitavano la città, ricca di chiese e capolavori medioevali e barocchi. Anche americani.

  
ARRIVANO I LORO. Theodore Roosevelt, presidente degli Stati Uniti, convocò d’urgenza il Congresso. All’unanimità si decise di stanziare 50 mila dollari dollari e di mandare 16 navi della flotta americana nelle zone terremotate. Tra i più solerti ci fu il kaiser di Prussia e Germania, Guglielmo II. Entusiasta visitatore abituale di Messina (ci era stato, prima del terremoto, ben 4 volte) Guglielmo aveva un amico, ex console tedesco a Napoli allora ormai in pensione e residente in Germania con la famiglia, che aveva sposato la figlia di un mercante inglese residente a Messina. Nella città siciliana aveva dunque molti conoscenti. Venuto a sapere del terremoto, il kaiser inviò un telegramma all’ex diplomatico per avere altre informazioni. Finì con una gaffe: il console non ne sapeva ancora nulla. Forse per rimediare, il sovrano inviò navi, viveri e sei casette in legno che vennero erette in piazza Indipendenza a Palermo, dove molti profughi furono trasferiti. Il kaiser non fu l’unico a regalare baracche.

Da quei nuclei provvisori nacquero piccoli quartieri che furono chiamati “lombardo”, “svizzero”, “americano” a seconda di chi ne aveva finanziato la costruzione. Il quartiere lombardo, eretto in muratura, resiste ancora oggi a Messina. Come l’ospedale Piemonte. È rimasto persino uno chalet alpino, uno dei 21 donati dalla Confederazione elvetica.
 
SCIACALLI. Il disastro naturale, però, non suscitò solo solidarietà. «Non mancarono casi di sciacallaggio» spiega D’Angelo. «C’erano disperati, ma anche approfittatori e delinquenti, che vagavano per la città razziando quello che si trovava tra le macerie. Diverse persone colte sul fatto vennero fucilate dai militari». Il mercato nero prosperò. Molti giornali e testimoni criticarono poi il governo di Roma per la disorganizzazione dei soccorsi, l’inefficienza dei militari, l’ambigua distribuzione degli aiuti e gli abusi di potere. Il fattore più critico fu però la mancanza di coordinamento tra gli aiuti che fece perdere tempo prezioso. Si scatenarono le polemiche: un po’ di organizzazione avrebbe salvato molte vite. Ma il primo embrione della futura Protezione civile nascerà solo nel 1925, forse anche per rimediare a quella débâcle.
28 DICEMBRE 2016 | PAOLA GRIMALDI


Scala Mercalli e Richter: qual è la differenza?

La scala Mercalli, dal nome dell'omonimo sismologo italiano, classifica l’intensità di un terremoto in base ai suoi effetti visibili sulle costruzioni. Solo a partire dal 4° grado di questa scala...

La scala Mercalli, dal nome dell'omonimo sismologo italiano, classifica l’intensità di un terremoto in base ai suoi effetti visibili sulle costruzioni. Solo a partire dal 4° grado di questa scala le scosse sono avvertite dalla maggior parte delle persone e si hanno lievi lesioni ai fabbricati, mentre col 7° i danni agli edifici si fanno seri. Il grado massimo, il 12°, prevede la totale distruzione di ogni opera umana.


SCUOLA AMERICANA. La scala ideata dal sismologo statunitense Richter, che classifica la cosiddetta magnitudo di un terremoto, intende invece fornire una valutazione più oggettiva e consente di conoscere la quantità di energia liberata dalla scossa e la sua distruttività. Si ottiene misurando l’ampiezza delle oscillazioni del suolo registrate dai sismografi. Ha come punto di partenza, grado zero, il terremoto che produce un sismogramma di ampiezza massima uguale a un millesimo di millimetro, registrato da un sismografo che si trova a 100 chilometri di distanza dall’ epicentro.

L’energia liberata cresce all’aumentare della magnitudo: una unità in più nella scala significa un’energia trenta volte più grande e corrisponde a un’ ampiezza di oscillazione dieci volte più grande.
Focus.it

 Al padre

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.
La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.
Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo
cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.
Salvatore Quasimodo
Scritta in occasione dei 90 anni del padre, esalta anche la bellezza della terra siciliana e racconta la tragedia del 28 dicembre 1908, quando Messina fu distrutta dal terremoto e maremoto.
Immagine: Giovanni Fattori, Tramonto sul mare (1890-95)

Speciale: Deliziosi piatti con Pesce!....


Salmone con broccoletti
Per 4 persone

4 tranci di filetto di salmone di circa 100 gr l’uno, 700 gr di broccoletti, 2 limoni non trattati, origano, olio, sale, pepe.

Fare lessare i broccoletti per 8 minuti, scolarli e tenerli al caldo.
Foderare il cestello per la cottura a vapore con qualche foglia di bietola e cuocere ogni trancio per 10 minuti.
Nel frattempo preparare la salsina: sbattere con i rebbi di una forchetta il succo e la buccia grattugiata di 1 limone con 4 cucchiai d’olio, una grattugiata di pepe e ½ cucchiaio di origano. Mescolare bene e versare sul pesce, servire subito. Semplice, veloce e facile!


Vongole in Tegame
Per 4 persone

1 kg di vongole, 1 dl di vino bianco secco, 1 spicchio d’aglio, 1 limone, un rametto di finocchietto, maggiorana, un ciuffo di prezzemolo, olio, sale.

Sciacquate ripetutamente le vongole sotto l’acqua corrente e lasciatele a bagno in un contenitore pieno d’acqua, leggermente salata, per un’ora.
Sciacquatele, scolatele e mettetele in una padella con il vino bianco e il finocchietto. Coprite con un coperchio e cuocete a fiamma alta per 3 minuti, finché non si apriranno. Scolate le vongole dalla loro acqua di cottura, eliminate quelle rimaste chiuse e filtrate il liquido di cottura da un colino coperto con una garza.
Tritate 2 cucchiai di prezzemolo, uniteci un pizzico di maggiorana secca e lo spicchio d’aglio, anch’esso tritato finemente. In una padella scaldate 4 cucchiai d’olio e unite il trito preparato. Lasciate insaporire, mescolando in continuazione con un cucchiaio di legno. Aggiungete le vongole e la loro acqua di cottura filtrata. Mescolate per qualche secondo e servite subito, accompagnando con fettine di limone. Una vera delizia

Zuppa di Pesce alla Finlandese, ricetta Finlandese
Per 4 persone

2 cipolle, 6 grani di pepe di Giamaica, 5 patate, ½ kg di filetto di salmone (o in mancanza pesce bianco come filetti di merluzzo), 1,5 lt di acqua, aneto, erba cipollina, prezzemolo. Per accompagnare cipolle, burro, pane di segale.

Pulire e lavare le cipolle e tagliarle a pezzi, metterle in una casseruola con l’acqua assieme ai grani di pepe e portare a ebollizione. Cuocere per 10 minuti in modo da fare insaporire il brodo.
Sbucciare le patate, lavarle e tagliarle a pezzetti. Lavare il filetto (o i filetti) di pesce e ridurlo a cubetti.
Con la schiumarola rimuovere nella casseruola le cipolle e i grani di pesce dal brodo, aggiungere le patate, lasciare bollire per 10 minuti la zuppa, unire il pesce e continuare a cuocere per circa 10 minuti. Tritare le erbe aromatiche e aggiungerle alla zuppa. Servire accompagnando con burro fuso, cipolle tritate e fettine di pane di segale.

giovedì 27 dicembre 2018

Lo Sapevate Che: Erode e l'uccisione degli Innocenti...


Erode: chi era costui ?

L'episodio dei Magi coinvolge la figura del re Erode.
Un sovrano con questo nome lo troviamo nel contesto della nascita di Gesù ed alla fine, durante la passione. Pilato, "saputo che Gesù era galileo e che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò a Erode, che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme" (Lc., 23, 7). Fu questo secondo a far decapitare Giovanni il Battista. 
Si tratta però di due 'Erodi' diversi, in quanto quello della nascita e dei Magi era morto quando Gesù era ancora bambino (cfr. Mt., 2, 19-20). 
Questo Erode, denominato 'Il Grande', era il padre di quello della passione, Erode Antipa (4 a.C-9 d.C.), che aveva avuto dalla samaritana Maltace. 
Le notizie ci vengono riferite specialmente dallo storico Giuseppe Flavio nelle due opere: La Guerra Giudaica e Le Antichità Giudaiche.
Suo padre si chiamava Antipatro, giudeo dell'Idumea (regione a sud della Galilea) e la madre Kypros, di origine araba. 
Antipatro raggiunse una posizione molto influente in Giudea dopo la conquista romana (63 a.C.) e nel 47 a.C. fu nominato procuratore da Giulio Cesare. 
Antipatro ebbe due figli: Fasael ed Erode, nato verso il 73 a.C. 
Il nome Erode significa 'discendente da eroi'. 
Erode fu certamente un eroe di operosità e tenacia, di sontuosità e magnificenza, ma fu soprattutto un genio di crudeltà e brutalità. Da sfondo faceva una smisurata ambizione ed una frenesia di dominio.
Antipatro, in seguito alla sua nomina a procuratore nominò il figlio Erode a prefetto militare della Galilea. 
A questo Erode nel 40 a.C. il senato conferì il titolo di 'Re dei Giudei'. Tuttavia solo dopo tre anni di lotte ininterrotte e di terribili stragi (26) poté ascendere al trono di Giudea e regnare per 33 anni (dal 37 a.C. al 4 a.C.). 
In positivo il suo nome è legato alla ricostruzione del Tempio di Gerusalemme, iniziata nel 20/19 a.C. La sua dedicazione avvenne dieci anni dopo. Seppure le rifiniture durarono ancora molto tempo (sostanzialmente fino al governo del procuratore Albino, 62-64 d.C.), doveva essere ugualmente bellissimo se gli apostoli un giorno al tramonto del sole dissero affascinati al Signore: "Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!" (Mc., 13,1). 
Questo tempio era il terzo: il primo quello costruito da Salomone e distrutto nella campagna di Nabucodonosor nel 586 a.C.; il secondo fu edificato dopo il ritorno dall'esilio babilonese ed inaugurato nel 515 a.C.; questo tempio al tempo di Erode era così decadente che si ritenne meglio abbatterlo e costruirne uno completamente nuovo. Questo terzo tempio fu distrutto nella famosa guerra giudaica nel 67-70 d.C.
Ma, insieme al Tempio, Erode fece costruire anche altri edifici pagani in onore della dea Roma e del divino Augusto a Samaria, a Cesarea al Panion ed altrove.
Questa prodigalità non deve far supporre che si trattava di sentimenti religiosi sinceri. La corte di Erode a Gerusalemme era pagana. Per la corruzione ed oscenità triviale superava di gran lunga le altre corti orientali.
Inoltre si impegnò molto ad abbellire le città con grandi costruzioni e nuovi monumenti civili. 
A Gerusalemme costruì un teatro ed un anfiteatro; abbellì la fortezza Baris dei Maccabei, dandole il nome di Antonia in onore del suo protettore Marco Antonio; edificò lo splendido palazzo reale a nord-ovest della città; restaurò la città di Samaria, che chiamò Sebaste in onore di Augusto (Augustus è la latinizzazione del nome greco Sebastos); edificò il palazzo-fortezza Haerodium a sud di Betlemme, ed altro; fondò la nuova capitale Cesarea Marittima, sulla sponda del Mediterraneo. 
Siffatta attività gli valse il titolo di Grande.
Ma, nonostante questo, Erode sapeva benissimo che i suoi sudditi lo odiavano e che godevano di qualunque disgrazia familiare che si rovesciava sulla corte, perché Erode non amava il popolo. Al mancato affetto dei sudditi, il monarca suppliva con la coscienza della propria forza; ad ogni manifestazione di rancore popolare rispondeva con ulteriori rivalse e vendette. 
Purtroppo Erode è uno degli uomini il cui bene realizzato è offuscato da tantissimo male. Espongo alcune sue 'malefatte' non per gusto di cronaca nera, ma per evidenziare come l'ordine da lui impartito dell'uccisione dei bambini di Betlemme non è un fatto isolato e tantomeno inventato ma del tutto collimante con il suo agire precedente.
Un certo Malico uccise suo padre Antipatro facendolo avvelenare (43 a.C.). Erode per vendicare la morte del padre fece uccidere l'assassino presso Tiro (27).
Inoltre fece imprigionare il fratello Fasael, il quale per disperazione si suicidò fracassandosi la testa contro un muro (28) 
Dopo aver ordinato l'uccisione di sua moglie Mariamne I (29 a.C.) (29) nel 7 a.C. dispose la stessa sorte per i due figli avuti da lei: Alessandro ed Aristobulo (30).
Cinque giorni prima di morire fece giustiziare un altro suo figlio Antipatro, avuto da Doris, una delle sue mogli (31).
Infine, sentendo ormai prossima la morte, progettò un ultimo atto di crudeltà. Sapeva che i suoi sudditi avrebbero gioito per la sua scomparsa. Questo lui non lo poteva accettare: tutti dovevano piangere la sua morte. Per questo ordinò alla sorella Salome di convocare a Gerico (dove si trovava ammalato al momento della morte) tutti i grandi del regno, conferendole il mandato di farli uccidere tutti appena lui fosse spirato. 
Così ci riferisce Giuseppe Flavio: Erode, sentendosi prossimo alla morte, "giunse al punto di deliberare un'azione ch'era fuor di ogni legge. Radunati infatti da ogni borgata di tutta la Giudea gli uomini più insigni, comandò che fossero chiusi dentro al luogo chiamato Ippodromo; chiamata poi la sorella Salome con suo marito Alexa disse: So che i Giudei faranno festa per la mia morte; eppure io posso essere pianto per altre ragioni ed ottenere uno splendido funerale, qualora voi vogliate seguire le mie commissioni. Questi uomini che stanno rinchiusi, voialtri, quando io sarò spirato, ammazzateli tutti, dopo averli fatti circondare dai soldati, cosicché tutta la Giudea e tutte le famiglie anche non volendo verseranno lacrime per me" (32).
Per fortuna in questo caso la sorella si dimostrò meno crudele del fratello: morto il re rimise tutti i dignitari in libertà. 
Erode morì a Gerico nell'aprile del 750 di Roma (= 4 a.C.), all'età di circa 70 anni, dopo sei mesi di atroce malattia. 
Il suo cadavere, già in vita roso dai vermi, fu trasportato con grandi onori all'Erodion, palazzo-fortezza che aveva fatto costruire, divenne suo mausoleo. 
Sempre secondo Giuseppe Flavio, il funerale si svolse nel modo più splendido possibile: "Erode fu posto su di una lettiga d'oro tempestata di perle preziose e molteplici gemme di diversi colori e una coperta di porpora; anche il morto era vestito con un abito di porpora, portava un diadema sul quale era sistemata una corona d'oro, sul lato destro giaceva il suo scettro" (33).
Erode fu sempre tenacemente attaccato alla sua corona acquistata a gran prezzo e non esitò a sopprimere chiunque potesse considerare un suo ipotetico rivale, fossero anche amici, parenti o gli stessi familiari.

L'eccidio 

E' in questo contesto che si può inquadrare il suo turbamento (Mt., 2, 3) circa la notizia ricevuta dai Magi riguardante la nascita del 're dei Giudei' e la seguente reazione nelle strage degli innocenti, i bambini di Betlemme dai due anni in giù. 
Circa il numero di questi bambini sono state fatte diverse ipotesi. Forse la più probabile è quella riportata dal Fernández, che lo stabilisce tra i 30 e 40 (34).
Tuttavia il Ricciotti (35) tende ad abbassarlo a 20-25, in quanto probabilmente furono uccisi soltanto i bambini di sesso maschile. 
Perché soltanto Luca ne parla? 
Queste notizie non facevano molta impressione. Sembra che la stessa Roma di Augusto appresa la notizia (almeno così riferisce lo storico Strabone nel V sec. d.C. nei Saturnalia (II, 4, 11), non ne rimase molto sconvolta: anche a Roma giravano voci di fatti simili. Un episodio interessante ci viene riferito da Svetonio. Costui ci narra che pochi giorni prima della nascita di Augusto, avvenne a Roma un portento interpretato come preannuncio che stava per nascere un re per il popolo romano. Allora il Senato, repubblicano, allarmato da questa notizia, diede ordine che nessun bambino nato in quell'anno fosse allevato e cresciuto, il che significava che dovevano essere abbandonati alla morte. 
Quella dei bambini era praticamente una vita senza valore. Commenta il Ricciotti: "Se nell'Urbe arrivò la notizia della strage di Bethlehem sarà stata accolta con sghignazzamenti, quasicché il vecchio monarca avesse ammazzato niente più che una ventina di pulci. La realtà storica è questa: e non si poteva certo pretendere che i Quiriti, per una ventina di piccoli barbari scannati, si commovessero più che per centinaia dei loro propri figli che avevano corso un somigliante pericolo" (36).
Poteva far cronaca eventualmente l'uccisione di un personaggio illustre, non certo quella di alcuni bambini, per lo più non cittadini romani. 
Autore Mattioli, Vitaliano – Curatore Mangiarotti, Don Gabriele -
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Speciale: Di tutto un pò!...


Zuppa di Verdure e Tofu, ricetta Thailandese
Per 4 persone

½ kg di zucca, 300 gr di broccoli, 150 gr di pomodorini, una costa di sedano, 300 gr di tofu, 2 foglie di limone, 2 foglie di limone, 2 cucchiai di salsa di pesce, 4 cucchiai di salsa di soia, 1 cucchiaino di zucchero, 5 foglie di basilico, 3 scalogni, 2 spicchi d’aglio, 2 peperoncini piccanti, olio.

Preparare il condimento speziato Sbucciare gli scalogni e l’aglio, affettarli e metterli in un mortaio, unire i peperoncini e pestare fino ad ottenere una pasta fine. Eliminare semi e scorza dalla zucca, tagliarla a dadini, affettare i broccoli e tagliare a rondelle il sedano.
Lavare i pomodori, eliminare i semi e tagliarli a spicchi, lavare bene le foglie di limone. In una casseruola scaldare 3 cucchiai d’olio, aggiungere il condimento speziato, far rosolare 2 minuti, mescolando spesso, versare ½ lt di acqua tiepida, la salsa di soia, la salsa di pesce e lo zucchero e portare a ebollizione.
Versare nel brodo le verdure, le foglie di limone, il basilico. Proseguire la cottura per 10 minuti.
Tagliare il tofu a dadini piccoli e incorporarlo alla zuppa prima di spegnere.


Crema di Carote all’Arancia
Per 4 persone

800 gr di carote, 2 scalogni, un’arancia non trattata, 4 dl di brodo vegetale, 60 gr di burro, 100 gr di panna, salvia, sale e pepe.

Pulire le carote e tagliarle a rondelle sottili.
In una padellina con 30 gr di burro, fate dorare gli scalogni, tritati finemente. Mettete in una pentola 2 dl di brodo, il succo dell’arancia, le carote e gli scalogni soffritti. Fate cuocere per 25 minuti e poi passate al frullatore. Rimettete nella casseruola, unite il resto del brodo, la panna, salate, pepate e fate cuocere per 10 minuti. Fate cuocere per 10 minuti in poca acqua la scorza d’arancia ridotta a filettini.
In un padellino mettete 40 gr di burro, i filettini scolati e qualche foglia di salvia ben lavata. Lasciate cuocere per qualche minuto.
Servite la crema di carote accompagnata con la salsina all’arancia e burro.


Polpette di petto  con salsa alle Verdure
Per 4 persone

450 gr di petto di pollo, 200 gr di prosciutto cotto, 2 uova, parmigiano grattugiato, 2 spicchio d’aglio, un ciuffo di prezzemolo, 2 carote, una costa di sedano, una cipolla, una scatola di piselli al naturale, alloro, dado vegetale, burro, olio, sale e pepe.

Lessate le carote e tagliatele a cubetti, tagliate a cubetti il sedano e affettate la cipolla, scolate i piselli in scatola dal liquido di conservazione. Frullate il tutto aggiungendo un dl di brodo vegetale. Versate il passato in un tegame con 20 gr di burro, 2 foglie di alloro e fate restringere. Salate e pepate.
Passate al mixer il petto di pollo e il prosciutto cotto. Mettete l’impasto in una terrina, amalgamatevi 2 uova, 60 gr di parmigiano, uno spicchio d’aglio e un ciuffo di prezzemolo tritati, sale e pepe.
Formate delle polpette rotonde e lessatele per 10 minuti in un brodo ottenuto con dado vegetale. Servitele accompagnate dalla salsa di verdure.

mercoledì 26 dicembre 2018

Lo Sapevate Che: Oggi Santo Stefano...


Cultura

"DOPO LA MORTE DI STEFANO, LA STORIA DELLE SUE RELIQUIE ENTRÒ NELLA LEGGENDA"
Santo Stefano, perché il 26 dicembre si festeggia
"Fino al 1960 si celebrava anche la festa della "Invenzione" (cioè "rinvenimento", dal latino invenio) delle reliquie di santo Stefano il 3 agosto"


Stefano (… – Gerusalemme, 36) è stato il primo dei sette diaconi scelti dalla comunità cristiana perché aiutassero gli apostoli nel ministero della fede.
Venerato come santo da tutte le Chiese che ammettono il culto dei santi, fu il protomartire, cioè il primo cristiano ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli dove appare evidente sia la sua chiamata al servizio dei discepoli sia il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso prima della conversione.
La celebrazione liturgica di Stefano è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio furono posti nel martirologio i comites Christi, cioè i più vicini nel suo percorso terreno, i primi a renderne testimonianza con il martirio.
Di Stefano si ignora la provenienza. Si suppone che fosse greco: in quel tempo Gerusalemme era infatti un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse; il nome Stefano in greco ha il significato di “coronato”. Si è pensato anche che fosse un ebreo educato nella cultura ellenistica. Certamente non era pagano, ma fu uno dei primi giudei della diaspora a diventare cristiano e a seguire gli apostoli. In ragione della sua cultura e saggezza, e considerata la genuinità della sua fede, era molto apprezzato nella prima comunità cristiana di Gerusalemme.
Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7, narrano i suoi ultimi giorni: qualche tempo dopo la Pentecoste, il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero anche dei dissidi fra gli ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le loro vedove venivano trascurate. Allora i dodici apostoli riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel “servizio delle mense”, trascurando così la predicazione della parola di Dio e la preghiera. Pertanto questo compito doveva essere affidato a un gruppo di sette di loro, così gli apostoli avrebbero potuto dedicarsi di più alla preghiera e al ministero. Il resoconto negli Atti degli Apostoli prosegue quindi con l’accettazione della proposta: vennero eletti Stefano, uomo pieno di fede e Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola di Antiochia; a tutti, gli apostoli imposero le mani. La Chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del ministero diaconale, ma la questione tra gli esegeti è dibattuta.
Gli Atti degli Apostoli raccontano quindi come nell’espletamento di questo compito Stefano fosse pieno di grazia e di fortezza, e come compisse grandi prodigi tra il popolo, non limitandosi al lavoro amministrativo ma essendo attivo anche nella predicazione, soprattutto fra gli ebrei della diaspora, che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto.
Verso l’anno 36 gli ebrei ellenistici, vedendo il gran numero di convertiti, sobillarono il popolo e accusarono Stefano di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”. Gli anziani e gli scribi, secondo quanto riportato dagli Atti, lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio e con falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”. E alla domanda del Sommo Sacerdote “Le cose stanno proprio così?”, il diacono Stefano pronunziò un lungo discorso, il più lungo degli Atti degli Apostoli, in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti l’avvento di Gesù, e che gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore. Rivolto direttamente ai sacerdoti del Sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”.
Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentava contro di lui, Stefano, ispirato dallo Spirito, alzò gli occhi al cielo e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”. A quel punto i presenti lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo con pietre. I loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saulo (in ebraico Shaʾùl, il futuro “apostolo delle genti”, Paolo di Tarso), che assisteva all’esecuzione.
In realtà non fu un’esecuzione, in quanto il Sinedrio non aveva la facoltà di emettere condanne a morte, ma non fu in grado nemmeno di emettere una sentenza in quanto Stefano fu trascinato fuori dal furore dei presenti, quindi si trattò probabilmente di un linciaggio. Gli Atti ricordano come, mentre crollava sotto i colpi degli aguzzini, Stefano pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, “Signore non imputare loro questo peccato”. Gli Atti riportano infine che alcune persone pie lo seppellirono, non lasciandolo in preda alle bestie, com’era consuetudine allora; mentre nella città di Gerusalemme si scatenò una violenta persecuzione contro i cristiani, comandata da Saulo.
Tra la nascente chiesa e la sinagoga ebraica il distacco si fece sempre più evidente, fino alla definitiva separazione; la Sinagoga si chiudeva in sé stessa per difendere e portare avanti i propri valori tradizionali; la Chiesa, sempre più inserita nel mondo greco-romano, si espandeva iniziando la diffusione del Vangelo.
La datazione della morte
È possibile fissare con una certa sicurezza la data della sua morte per la modalità con cui avvenne: il fatto che non sia stato ucciso mediante crocifissione (ovvero con il metodo usato dagli occupanti romani), bensì tramite lapidazione, tipica esecuzione giudaica, significa che la morte di Stefano è avvenuta nel 36 d.C., durante il periodo di vuoto amministrativo seguito alla deposizione di Ponzio Pilato, il quale si era irrimediabilmente inimicato la popolazione per l’eccesso di violenza usata per sedare la cosiddetta rivolta del monte Garizim. In quel periodo a comandare in Palestina era quindi il Sinedrio, che eseguiva le condanne a morte tramite lapidazione, secondo la tradizione locale. In particolare, nella Bibbia è scritto che Stefano si inimicò alcuni liberti, cosiddetti probabilmente perché discendenti di quegli Ebrei che Pompeo aveva schiavizzato (69 a.C.) e che poi avevano ottenuto la libertà. Una esecuzione di questo tipo, così come la morte di Giacomo sempre per lapidazione, erano contrarie al diritto romano, in quanto nelle provincie dell’impero i romani si riservavano in esclusiva i processi capitali e la pena di morte.
Il culto
Dopo la morte di Stefano, la storia delle sue reliquie entrò nella leggenda; il 3 agosto 415 si narra che un sacerdote di nome Luciano di Kefar-Gamba ebbe in sogno l’apparizione di un venerabile vecchio in abiti liturgici, con una lunga barba bianca e con in mano una bacchetta d’oro con la quale lo toccò chiamandolo tre volte per nome. Gli svelò che lui e i suoi compagni erano dispiaciuti perché sepolti senza onore, che volevano essere sistemati in un luogo più decoroso e che volevano fosse dato un culto alle loro reliquie, allora Dio avrebbe salvato il mondo destinato alla distruzione per i troppi peccati commessi dagli uomini. Luciano domandò chi fosse e il vecchio rispose di essere il dotto Gamaliele che istruì san Paolo, i compagni erano il protomartire Stefano che lui aveva seppellito nel suo giardino, Nicodemo suo discepolo, seppellito accanto a Stefano, e Abiba, figlio di Gamaliele, seppellito vicino a Nicodemo; anche lui si trovava seppellito nel giardino vicino ai tre santi, come da suo desiderio testamentario.