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lunedì 2 agosto 2021

Lo Sapevate Che: William Burroughs: Personaggio chiave della beat generation, è stato uno degli scrittori più originali della controcultura americana degli anni Cinquanta e Sessanta, e un'icona hippy per la sua condotta

 

Tutto è permesso

William Seward Burroughs, il "drogato omosessuale pecora nera di buona famiglia", lo sperimentatore di ogni sostanza stupefacente esistente sulla faccia della terra, il padre spirituale riconosciuto della beat generation, nasce il 5 febbraio 1914 a St. Louis, Missouri.

 

Rampollo di una ricca famiglia conosciuta in tutto il mondo per la produzione di macchine calcolatrici, si laureò ad Harward, una ben singolare e "conformistica" laurea per uno degli artisti più trasgressivi del Novecento. Animale letterario con pulsioni omosessuali, una forte attrazione verso le pistole ed il crimine, unite ad una naturale inclinazione ad abbattere tutte le regole, Burroughs non sembrava proprio strutturato per conformarsi ad una società che lui riteneva troppo "normale". I suoi genitori, tuttavia, sembrarono accettare lo stravagante stile di vita del figlio, e dopo la laurea appunto, continuarono inizialmente a supportarlo finanziariamente, seppur di malavoglia, nella continua ed incessante sperimentazione dei più svariati e allucinati stili di vita.

Tutta l'opera letteraria di Burroughs si basa sulla sua triplice esperienza di intossicazione, omosessualità e esilio. La sessualità in generale è il punto di partenza delle sue esplorazioni, a partire dalle teorie di liberazione sessuale di Willelm Reich, un punto importante che ne nutrirà le mitologie letterarie. Prima di diventare scrittore, e dopo aver perso il supporto familiare, Burroughs non si fa mancare il classico itinerario da scrittore maledetto: lavora come barista, operaio, detective privato, reporter e pubblicitario a New York (dove fra l'altro ha modo anche di unirsi al mondo sommerso della criminalità cittadina).

Nel 1943 conosce Allen Ginsberg (il celebre poeta, simbolo per antonomasia della beat generation), allora studente del Columbia College, che per il suo parlare così ampiamente erudito lo classificò come "intellettuale aristocratico", mentre Kerouac, l'altra icona dei figli dei fiori, capì subito il genio che si celava in Burroughs.

Lo scrittore in erba divenne dunque per Kerouac e Ginsberg l'anziano e saggio maestro, conoscitore delle droghe e dei diversi risvolti della vita criminale, oltre che gran visionario intellettuale e critico sociale. Ad un certo momento si sposò addirittura con Joan Vollmer (malgrado le sue propensioni omosessuali e il lungo flirt con Ginsberg stesso), ed i due partirono verso luoghi più ospitali di New York per la vita da tossicodipendenti, finendo a Città del Messico dove scrisse "Junky", il suo primo romanzo. Purtroppo, però, quello è un periodo tragico, segnato da eccessi di ogni tipo. Un episodio lo fa capire molto bene. Cercando di mostrare ad alcuni amici la sua abilità con la pistola, imita con esiti sfortunati l'impresa di Guglielmo Tell, uccidendo la moglie sul colpo. Il loro figlio va dunque a vivere con i genitori di lui, mentre lo scrittore comincia a girare il mondo, vagando dal Sud America fino a Tangeri.

Kerouac e Ginsberg lo vanno a trovare proprio nella città marocchina e lo trovano fra migliaia di fogli scritti, del tutto sconnessi fra di loro: riuniti quei frammenti, prende corpo "Pasto Nudo" (Naked Lunch), poi pubblicato nel 1958 (1964 in Italia).

In realtà, Burroughs non fece altro che inventare il famoso "cut-up", una tecnica che rappresenta una specie di montaggio casuale tra i testi, la cui provenienza può essere la più disparata. Il libro presenta infatti una trama spezzata, stravolta da incisi, digressioni e flashback. Nel suo intento, questo modo di operare avrebbe dovuto proteggerlo dai luoghi comuni, di cui la letteratura dell'epoca sovrabbondava (sempre secondo Burroughs), e dall'eccessivo razionalismo. La stessa idea, ma funzionò molto meno, Burroughs la trasferì nella pittura: sparava barattoli di vernice contro tele immacolate. "Pasto Nudo", ad ogni modo, trasformò di fatto Burroughs in una celebrità, dando vita a quel culto che è ben alimentato ancora oggi in ogni parte del mondo, soprattutto fra le culture underground e rock.

Inoltre, per capire il livello di devianza che presentano i libri di Burroughs, basti dire che David Cronenberg ha tratto da "Pasto Nudo" una controversa pellicola dall'omonimo titolo ("Il pasto nudo", 1991).

A questo suo principale romanzo seguirono processi per oscenità che, fortunatamente, si conclusero bene per lo scrittore. Egli passò un periodo vivendo a Parigi con lo scrittore-poeta Brian Gysin; qui Burroughs proseguì nell'esplorazione del metodo compositivo del "cut-up". I risultati sono "The Soft Machine", "The Ticket That Exploded" e "Nova Express". Il suo libro più recente è "My Education: A Book of Dream", pubblicato nel 1994.

William Burroughs, a discapito della vita folle e travagliata che lo ha visto protagonista, ha fatto una fine fra le più normali che si possano immaginare. E' morto il 4 agosto 1997 nel Memorial Hospital di Lawrence (Kansas) per un attacco cardiaco all'età di 83 anni.

Bibliografia essenziale di William Burroughs

  • Pasto nudo, Adelphi, 2001
  • La scimmia sulla schiena, Rizzoli, 1998
  • Checca, Adelphi, 1998
  • Città della notte rossa, Arcana, 1997
  • La febbre del ragno rosso, Adelphi, 1996
  • Il gatto in noi, Adelphi, 1995
  • Scrittura creativa, SugarCo, 1994
  • Terre occidentali , SugarCo, 1994
  • La morbida macchina, SugarCo, 1994
  • Interzona, SugarCo, 1994
  • Lettere dello Yage, SugarCo, 1994
  • Sterminatore!, SugarCo, 1994
  • Nova Express, SugarCo, 1994
  • Strade morte, SugarCo, 1994
  • Diverso, SugarCo, 1994
  • Porto dei santi, SugarCo, 1994
  • È arrivato Ah Pook, SugarCo, 1994
  • Le ultime parole di Dutch Schultz, SugarCo, 1994
  • Il biglietto che è esploso, SugarCo, 1994

su William Burroughs:

  • Conrad Knickerbocker, Intervista con William Burroughs. Introduzione di Gino Castaldo, minimum fax, 1998
  • R. Scelsi (a cura di), William Burroughs - Brion Gysin, Shake, 1997

https://biografieonline.it/biografia-william-burroughs

Lo Sapevate Che: Strage della stazione di Bologna:Alle 10,25 del 2 agosto 1980, una bomba esplose nella stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 218. Un giorno maledetto per la sotira dell’Italia repubblicana!

 

Dopo 41 anni si cerca ancora la verità sui mandanti della strage di Bologna

In corso un nuovo processo per far piena luce sull'attentato più sanguinario del dopoguerra che causò 85 morti e oltre 200 feriti. Per la Procura generale a finanziarlo sarebbe stata la loggia P2

 

AGI  – “Svelare mandanti e depistatori nascosti nelle strutture dello Stato rafforza la nostra democrazia e restituisce dignità al Paese”: è schietto il manifesto scelto dai parenti delle vittime per il  della strage del 2 agosto 1980.

Un appello alla piena verità che affianca il nuovo processo sui mandanti dell’attentato più sanguinario dal Dopoguerra.

La mattina di sabato 2 agosto, alle 10.25, una bomba di grande potenza esplode alla stazione ferroviaria di Bologna. La deflagrazione fa crollare un tratto del fabbricato lungo 50 metri, che ospita i locali del ristorante e delle sale di attesa di prima e seconda classe.

I morti sono 85 e oltre 200 i feriti. Tra le macerie alla ricerca dei corpi sepolti scavano anche a mani nude, pompieri, vigili urbani, forze di polizia, ma anche semplici cittadini. Polvere, grida e sangue.

Dopo 41 anni il tassello mancante sul fronte delle verità processuali è sempre legato ai mandanti. Tuttavia parenti e istituzioni confidano su un capitolo ancora tutto da scrivere che, ormai dal 16 aprile scorso, va in scena ogni mercoledì e venerdì davanti ai giudici della Corte di assise di Bologna.      

Nel nuovo processo sulla strage del 2 agosto, il principale imputato è Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale, ritenuto dalla Procura generale tra gli esecutori dell’attentato che agì come ‘quinto uomo’ in concorso con gli ex Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva) e con Gilberto Cavallini (condannato in primo grado). 

Seguendo la ‘pista’ dei soldi, i pg hanno dato un nome a quelle che ritengono le quattro ‘menti’ della strage. Così, da morti sono stati accusati Licio Gelli, maestro venerabile della loggia massonica P2 e Umberto Ortolani come mandanti-finanziatori; l'ex capo dell'ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato indicato come mandante-organizzatore; Mario Tedeschi, direttore della rivista “Il Borghese” ed ex senatore dell’Msi considerato organizzatore per aver coadiuvato D’Amato nella gestione mediatica della strage - preparatoria e successiva - nonché nell’attività di depistaggio delle indagini.

 

Per la procura generale l'attentato fu finanziato dalla P2

Per la procura generale, la strage di Bologna fu quindi finanziata da un flusso di milioni di dollari di matrice piduista e l’attentato, sempre secondo questa interpretazione dell’accusa ancora al vaglio dei giudici, non fu ascrivibile allo spontaneismo armato.

Il nuovo processo parte da lontano. La Procura generale di Bologna, infatti, aveva avocato a sé l’inchiesta sui mandanti nell’ottobre del 2017 dopo che la Procura ordinaria aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo. Determinante per l’inchiesta è stato il contributo dell’Associazione dei familiari delle vittime che presentò una corposa memoria. 

La prima svolta nel nuovo processo c’è stata il 21 luglio scorso quando l’ex moglie di Paolo Bellini ha riconosciuto l’allora marito come l’uomo che compare in un filmato amatoriale girato da un turista straniero alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 poco dopo lo scoppio della bomba.

Dal canto suo l’ex Primula nera, nella prima udienza, ha concesso poche ma significative parole ai cronisti: “Mi sento come Sacco e Vanzetti” ha detto Bellini paragonandosi dunque ai due anarchici italiani giustiziati da innocenti sulla sedia elettrica a Boston nel 1927. 

Intanto, dopo lo stop dovuto alla pandemia torna il tradizionale corteo per celebrare l’anniversario. E in strada sfilerà ancora l’autobus 37: è uno degli emblemi della reazione di Bologna-comunità al terrorismo perché si trasformò, subito dopo lo scoppio della bomba, in un improvvisato pronto soccorso mobile, e nelle ore successive in un vero e proprio carro funebre per le vittime dell'attentato terroristico facendo da spola, fino a notte fonda, dalla stazione all'obitorio.

A fianco del bus ci sarà, per la prima volta anche la storica autogru Fiat Cristanini dei Vigili del fuoco, uno dei primi mezzi ad arrivare in stazione per rimuovere le macerie e cercare i sopravvissuti.

https://www.agi.it/cronaca/news/2021-07-31/cerca-ancora-verita-mandanti-strage-bologna-13447625/

domenica 1 agosto 2021

Lo Sapevate Che: Herman Melville: Nato a New York, trasse dal suo vissuto di marinaio l'ispirazione per la produzione letteraria di scrittore, poeta e critico letterario


“Un sorriso è il mezzo scelto per ogni ambiguità.” Herman Melville

 

Metafore di avventure vissute

Al tempo in cui morì il suo autore, era stato quasi del tutto dimenticato, poi il capolavoro del 1851 "Moby Dick" sarebbe stato rilanciato nel 1921 grazie a una biografia di Raymond Weaver; oggi quel romanzo è ritenuto uno dei massimi capolavori dell'Ottocento. Il suo autore è Herman Melville, scrittore, poeta e critico letterario statunitense, nato il giorno 1 agosto 1819 a New York. Amico di Nathaniel Hawthorne, "Moby Dick" come le altre opere di Melville sarebbero state ispirate dalla produzione più tarda dell'amico.

Studia a New York e matura la passione per l'avventura ascoltando i racconti del padre Allan, ricco commerciante dal carattere espansivo, che in passato molto aveva viaggiato. Nei racconti del padre erano spesso presenti figure quali gigantesche onde marine e alberi di navi che si spezzavano come fuscelli. Dopo una vita trascorsa in sostanziale tranquillità economica, nell'estate del 1830, l'attività del padre fallisce: Allan Melville manifesta in seguito una malattia psichica che lo porterà alla morte. Il fratello tenta di riprendere gli affari del padre, ma fallisce: la famiglia è composta di otto figli tra fratelli e sorelle (Herman è il terzogenito): si riduce in miseria e si trasferisce al villaggio di Lansingburgh, sul fiume Hudson.

Qui Herman lascia definitivamente la scuola per iniziare a lavorare nell'azienda di uno zio; lavora poi nel negozio del fratello maggiore e infine come maestro in una piccola scuola.

La mancanza di una prospettiva lavorativa stabile, unita al desiderio di viaggiare, spingono il futuro scrittore ad imbarcarsi come mozzo su una nave ancorata al porto di New York, in partenza per Liverpool. E' il mese di giugno del 1839: Melville attraversa l'oceano e giunge a Londra. Tornerà poi in patria con la stessa nave. Questo viaggio ispirerà il suo romanzo "Redburn: il suo primo viaggio" (Redburn: His First Voyage), pubblicato a dieci anni di distanza.

Tornato a casa, riprende la professione di insegnante. All'inizio dell'anno 1841 si arruola di nuovo come marinaio: parte dal porto di New Bedford (in Massachusetts) sulla nave baleniera Acushnet, diretto verso l'Oceano Pacifico. Il viaggio durerà un anno e mezzo. Una volta raggiunte le Isole Marchesi (nella Polinesia Francese), Melville diserta; il racconto di "Taipi" (Typee) come la sua continuazione "Omoo", saranno testimonianza di questa vicenda.

Dopo un soggiorno alle Isole della Società, Melville si dirige a Honolulu, dove resta per quattro mesi lavorando come impiegato in un ufficio. Si unisce poi all'equipaggio della fregata americana "United States", che naviga in direzione Boston, facendo scalo presso un porto peruviano nell'ottobre del 1844. Descriverà questa esperienza insieme alla nave con il nome di "Neversink" (L'inaffondabile) in "Giacchetta bianca o il mondo visto su una nave da guerra" (White Jacket: or, The World in a Man-of-War, 1850).

Il 4 agosto 1847 a Boston, Herman Melville sposa Elizabeth Shaw, evento che pone termine alle avventure marinaresche dello scrittore. La coppia si stabilisce a New York dove rimane fino all'anno 1850, quando acquistano una fattoria a Pittsfield (Massachusetts); proprio nel febbraio dello stesso anno inizia a scrivere "Moby Dick", l'opera che lo proietterà nella storia della letteratura americana e mondiale.

Durante i tredici anni passati a Pittsfield, Melville tiene conferenze presso le scuole, dedicandole principalmente alle sue avventure nei mari del sud.

Le sue opere non riusciranno a raggiungere un pubblico vasto, così Melville non avrebbe guadagnato molto dalla sua attività di scrittore. Economicamente molto doveva alla famiglia della moglie; in seguito lavorerà anche come doganiere a New York, dove si trasferirà con la moglie.

Dopo una malattia che dura diversi mesi, Herman Melville muore nella sua casa di New York, nelle prime ore della mattina del 28 settembre 1891. La sua salma viene sepolta nel Woodlawn Cemetery, nel quartiere del Bronx.

https://biografieonline.it/biografia-herman-melville

Lo Sapevate Che: Yves Saint Laurent: Nato a Orano, nell'Algeria nordoccidentale, è una delle firme più prestigiose della moda francese del Novecento


L'arte di vivere

Un nome che è diventato un logo, l'inconfondibile suono delle tre parole che compongono il suo nome non possono che significare, in tutte le lingue, una sola cosa: moda. O meglio, Alta moda. Sì perchè Yves Saint Laurent, oltre ad essere uno dei padri della moda francese è anche l'uomo che ha fatto dell'Haute Couture il suo marchio di fabbrica, uno stile di vita che dalle sue boutique si è sparso in tutto il mondo contagiando migliaia di persone.

Nato in Algeria il giorno 1 agosto 1936 come tutti i talenti mostra una passione assai precoce per l'arte che lo porterà alla gloria. L'attrazione per i tessuti e per le passerelle è in lui fortissima e così, al posto di bighellonare o passare il tempo a tirare calci ad un pallone (con il rischio oltretutto di lordarsi i vestiti), si impratichisce con stoffe, tessuti e aghi. Dove? Nientemeno che alla Maison Dior dove, dopo il diploma all'Ecole de la Chambre Syndicale de la Couture di Parigi, sostituisce il maestro Christian Dior, morto d'infarto in un albergo di Montecatini. Una grande responsabilità, considerando che all'epoca Dior era già "Dior"; ma Yves non si fa intimorire più di tanto.

Si getta a capofitto nel lavoro e nasce così la sua prima collezione, denominata "Trapezio". Ma neanche nei suoi sogni più rosei il giovane stilista poteva sperare che fosse un tale successo, tanto che sulle copertine dei giornali specializzati si parla di lui come enfant prodige. Purtroppo qualcosa di inaspettato arriva ad interrompere l'idillio, a bloccare temporaneamente quella strada in discesa che sembrava ormai senza più ostacoli. La sua patria di origine infatti lo chiama per svolgere il servizio militare: un'interruzione molto grave dei suoi impegni che infatti significherà la fine del suo rapporto con la casa Dior (la maison lo sostituirà con Marc Bohan).

Fortunatamente Yves non si scoraggia, deciso a perseguire la sua vocazione. Torna a Parigi nel 1962 e in un batter d'occhio presenta la prima collezione con il suo nome, caratterizzata dalla scelta di linee stilizzate e molto semplici, prive di fronzoli. Tutti i presenti rimangono colpiti dalla qualità della fattura degli abiti, una particolarità a cui lo stilista francese dedicherà sempre particolare atternzione.

Ma c'è un altro elemento che solleva numerose discussioni sulla collezione Saint Laurent: i pantaloni per donna. Una scelta stilistica che lo pone in quel momento fuori da ogni schema, facendo di lui un vero e proprio rivoluzionario. Yves Saint Laurent riveste la donna, le conferisce nuova dignità e una nuova dimensione di libertà, quella libertà che proviene dal poter scegliere con sicurezza cosa indossare. Senza dimenticare i suoi meravigliosi tailleur, vicini al modello di Chanel.

Gli anni che verranno non saranno altro che gli anni della consacrazione definitiva. Ossessionato dal lavoro e tendenzialmente introverso (se non misantropo), questo genio della moda ha posto in essere una serie impressionante di operazioni innovative, molte delle quali ispirate dalla sua grande cultura.

Nel 1965, per esempio, trasforma il vinile in tessuto per impermeabili dal taglio rigoroso, ispirati a Mondrian. Nel 1966 crea abiti dall'aria pop art. La collezione per l'autunno inverno 1971-72 ha abiti in taffettà che si rifanno alle opere di Marcel Proust. I balletti russi sono lo spunto per la collezione del 1976 che il New York Times definisce "rivoluzionaria, destinata a cambiare il corso della moda." Nel 1979 disegna rifacendosi a Picasso e nel 1981 a Matisse, senza dimenticare il mondo arabo di origine, a cui lo stilista francese ha sempre guardato, lasciandosi profondamente influenzare.

Nel 1966 dà vita finalmente anche ad una linea di prêt-à-porter e, nel 1972 ad una linea di cosmetici e di profumi, anch'esse baciate da gran successo.

Nel gennaio del 2002 l'ormai anziano stilista francese ha annunciato in una commovente conferenza stampa che avrebbe lasciato l'alta moda. La gloriosa Maison dell'Avenue Marceau, dunque, ha chiuso i battenti.

Per giustificare questa decisione, Pierre Bergè, suo compagno di vita e di lavoro da gran tempo, ha spiegato che: "L'alta moda è finita. Non è un'arte che si appende come un quadro. Ma è qualcosa che ha senso se accompagna l'arte di vivere. Oggi, tempo di jeans e di nike, l'arte di vivere non esiste più".

Dopo una lunga malattia si spegne a Parigi la notte del 1 giugno 2008, all'età di 71 anni.

https://biografieonline.it/biografia-yves-saint-laurent

 

Lo Sapevate Che: Adriano Sofri: È uno scrittore, opinionista e attivista italiano, ex leader di Lotta Continua, condannato a ventidue anni di carcere – dopo un lungo iter giudiziario – quale mandante, assieme a Giorgio Pietrostefani, dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, avvenuto nel 1972. Wikipedia

 

“I decenni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai.” Adriano Sofri

 

Le sue prigioni

Parlare di Adriano Sofri significa inevitabilmente parlare di quello che, da più parti, e in maniera assai autorevole, è stato definito come una sorta di "Caso Dreyfus" italiano. Ed equiparare il "Caso Sofri" con quello del povero ufficiale francese significa nientemeno che qualificarlo come uno scandalo che grida giustizia davanti al sommo tribunale della storia.

Inevitabile quindi ripercorrere le tappe che hanno determinato questa vera e propria "stortura" giuridico-istituzionale.

Adriano Sofri, nato il primo agosto del 1942, negli anni settanta è stato il massimo esponente del movimento extraparlamentare di sinistra "Lotta Continua", ma la genesi della sua carcerazione è però da far risalire all'episodio del celebre omicidio Calabresi, generatosi nel clima acceso degli anni settanta.

Più precisamente, il motore di tutto fu la bomba che scoppiò il 12 dicembre del 1969 alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in P.zza Fontana, nel pieno centro di Milano. Nell'attentato morirono sedici persone. Polizia, carabinieri e governo accusarono gli "anarchici" del delitto. Dopo varie indagini, venne convocato in questura per un colloquio un semplice ferroviere di nome Giuseppe Pinelli, esponente dell'anarchia milanese. Era il presunto colpevole. Purtroppo però, una notte di tre giorni dopo, durante uno dei tanti interrogatori a cui era stato sottoposto, Pinelli morì sfracellato nel cortile della questura. Da quel momento, ebbe luogo la tragica pantomima che cercò di stabilire le cause e le responsabilità della morte. Il questore interpretò il gesto, di fronte alla stampa, come un suicidio, causato dal senso di colpevolezza di Pinelli e dal suo sentirsi ormai alle corde. Gli anarchici e la sinistra, invece, accusarono appunto il commissario Calabresi di aver "suicidato" il povero Pinelli.

Per quanto riguarda la strage, in seguito, la questura designò come colpevole il ballerino anarchico Pietro Valpreda, poi scagionato dopo un estenuante processo durato anni (oggi invece si sa che un ruolo decisivo è da attribuire a gruppi fascisti).

Ad ogni buon conto, tornando a Pinelli, Lotta Continua scatenò una violenta campagna di propaganda contro Calabresi. Sofri stesso sul suo giornale cercava in ogni modo di costringere il commissario alla querela, unico strumento, secondo il leader di Lotta Continua, per aprire un'inchiesta sulla morte dell'anarchico.

Calabresi querelò effettivamente Lotta Continua e, nel 1971, cominciò il tanto atteso processo. Poliziotti e carabinieri furono chiamati a testimoniare. Ma proprio mentre il processo volgeva al termine, al giudice istruttore fu tolta la causa poiché l'avvocato di Calabresi sostenne di aver sentito il giudice dichiarare di essere convinto della colpevolezza del commissario.

Date queste premesse, dunque, era impossibile andate avanti e il processo si sgonfiò appunto su se stesso come un pallone senz'aria.

La conseguenza fu che la mattina del 17 maggio 1972, il commissario Calabresi venne trucidato per strada, sempre a Milano. Lotta Continua diventa immediatamente la sospettata numero uno. Nel 1975 venne fatto un nuovo processo che si concluse con la condanna di LC per aver diffamato il commissario Calabresi. La sentenza sosteneva che i funzionari di polizia avevano effettivamente mentito per avallare la tesi di Calabresi, ma che Pinelli era comunque caduto dalla finestra in seguito ad un "malore attivo", termine che i critici più accesi della sentenza hanno sempre sostenuto essere vago e non ben definito.

Il primo arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani (gli altri due esponenti di punta di Lotta Continua accusati di aver preso parte all'omicidio), è avvenuto nel 1988, a sedici anni dai fatti, in seguito alle confessioni esposte alla Procura dal "pentito" Salvatore Marino, anch'egli aderente negli anni "caldi" all'organizzazione Lotta Continua. Marino sostiene di esser stato lui a guidare la macchina servita per l'attentato. L'esecutore materiale invece, sempre secondo la ricostruzione di Marino, priva di qualunque contraddittorio diretto, di altre testimonianze, sarebbe Bompressi. Le responsabilità di Pietrostefani e di Sofri sarebbe invece di ordine "morale" dato che, essendo i leader carismatici del movimento e quelli che dettavano gli ordini, sarebbero stati i mandatari.

L'interpretazione di Sofri come "mandatario" è sottoscritta pure da quelli che, in questi anni, hanno negato il coinvolgimento diretto del leader (ossia di essere il mandatario cosciente), a cui tuttavia imputano una responsabilità morale in qualità di "cattivo maestro". Una figura insomma che, almeno stando alla sua personalità del tempo, avrebbe traviato le coscienze e influenzato i suoi adepti con teorie sbagliate.

Marino, dunque, si dichiara anch'egli colpevole e ha denunciato i suoi presunti complici dopo settimane di incontri notturni con i carabinieri, mai verbalizzati.

Dopo un'infinita sequela di processi e di dibattimenti, che ha sempre visto perdente la linea difensiva (il che ha dello sconcertante, tenuto conto che la stessa Cassazione, nella sua massima espressione ossia le Sezioni Riunite, aveva ritenuto del tutto inattendibile la denuncia di Marino e aveva pienamente assolto gli imputati), Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi si sono consegnati spontaneamente al carcere di Pisa. La Cassazione ha infatti emesso infine nei loro confronti una condanna a 22 anni di detenzione.

A conti fatti, i protagonisti della vicenda, colpevoli o innocenti che siano, scontano la loro pena a oltre trent'anni dal fatto.

Bisogna poi sottolineare che il verdetto è però basato sulle parole di un unico "pentito". Il vasto movimento di opinione che si è creato a favore di Sofri, poi, sostiene che le parole di Marino siano largamente smentite dai fatti e prive di qualsiasi riscontro specifico.

In occasione della pubblicazione di un libro di Sofri "Altri Hotel", e riprendendo il tema della doverosa Grazia che andrebbe doverosamente concessa a Sofri (in considerazione del tempo trascorso ma anche di quello che Sofri ha dimostrato di essere in questi anni, ossia un intellettuale di grandissimo spessore, senza contare il suo interessamento diretto in occasione della guerra Yugoslava), ma che Sofri stesso è ben lontano dal chiedere, Giuliano Ferrara ha scritto su Panorama parole che ci permettiamo di riportare quasi integralmente:

Che ancora non si riesca a tirare fuori di galera uno così, uno che non muove un dito per sé nel senso della banale convenienza, uno che si rispetta ma preferisce combattere a suo modo l'annientamento della propria esistenza piuttosto che concedere un centimetro del proprio senso dell'integrità, è davvero doloroso. Doloroso in senso civile, e molto frustrante.

È ovvio che i verdetti penali definitivi non si discutono più se non in sede storica. È ovvio che nessuno può pretendere di avere la libertà perché è tanto una brava persona o perché ha tanti amici in Italia e nel mondo. È ovvio che questo non è l'unico caso di una giustizia che si realizza nell'ingiustizia, e che dovrebbe essere costituzionalmente completata da un provvedimento di grazia. Queste tautologie sono piccole perle di una casistica da minorati morali o semplici pettegolezzi. Il problema non è di Adriano Sofri, che non pretende niente come questo suo libro dimostra in modo indiretto, ma perfetto. Il prigioniero si taglia le unghie, gioca al calcio, legge, scrive, guarda la televisione, e il fatto che viva la più pubblica delle reclusioni nel perfetto rispetto dei regolamenti penitenziari, che la sua parola abbia uno spazio non invadente e un peso non schiacciante diffonde intorno a lui, per le vie misteriose dell'incomprensione umana, dell'angoscia di sé e dell'invidia, perfino un'aura di privilegio. Il problema è nostro, è della comunità di coloro che stanno fuori e non sanno che cosa fare del loro potere di grazia, non di quello che sta dentro e non ha nemmeno il tempo di pensare, scrivere, comunicare come la vede uno la cui finestra affaccia da cinque anni e mezzo su un muro di cemento.

Che vicenda strana, moralmente ambigua, quella della mancata clemenza di Stato nel caso Sofri. Lo Stato ha il privilegio di colmare il diritto con la grazia, ma non lo esercita perché il prigioniero nel carcere di Pisa ha la forza di agire da uomo libero, perché la vulgata sociale vuole che un cittadino ferito da una condanna che proclama ingiusta, oltraggiato ma non umiliato né avvilito, non si arroghi il privilegio scandaloso di una popolosa e produttiva solitudine. Se Sofri cedesse terreno e potere in qualunque forma, s'industrierebbero in tanti tra coloro che hanno la responsabilità di decidere per il meglio. Se tiene duro senza albagia, nello stile di queste pagine strepitose, fenomeno anche stilisticamente unico nella storia della immensa letteratura carceraria europea, tutto resta fermo a mezz'aria, e non si fa un passo che non sia indietro. Quello che non la chiede si è già dato tutta la grazia che può. Quelli che dovrebbero dargliela, la grazia, non sanno ancora dove andare a cercarla. Presidente Ciampi, presidente Berlusconi, ministro guardasigilli: fino a quando abuserete della vostra distrazione?

erso la fine del mese di novembre 2005 Adriano Sofri è ricoverato in ospedale: sarebbe stato colpito dalla sindrome di Mallory-Weiss, che provoca gravi disturbi all'esofago. Nell'occasione è stata concessa la sospensione della pena per motivi di salute. Dopo di allora è rimasto agli arresti domiciliari.

La sua pena decorre in data 16 gennaio 2012.

Bibliografia essenziale

Adriano Sofri, "Memoria", Sellerio

Adriano Sofri, "Il futuro anteriore", Stampa Alternativa

Adriano Sofri, "Le prigioni degli altri", Sellerio

Adriano Sofri, "Altri Hotel", Mondadori

Piergiorgio Bellocchio, "Chi perde ha sempre torto", in "Diario" n.9, febbraio 1991

Michele Feo, "Chi ha paura di Adriano Sofri?", in "Il Ponte" agosto-settembre 1992

Michele Feo, "Dalle patrie prigioni", in "Il Ponte" agosto-settembre 1993

Carlo Ginzburg, "Il giudice e lo storico", Einaudi

Mattia Feltri, "Il prigioniero: breve storia di Adriano Sofri", Rizzoli.

https://biografieonline.it/biografia-adriano-sofri

Speciale: Menù per oggi Primo agosto e buon pranzo a tutti! … …

 

I decenni volano, sono certi pomeriggi che non passano mai.” Adriano Sofri

 

 

 

Peperoni con Crema di Acciughe

Per 4 persone

 

Ingredienti:

 

Un peperone osso, uno giallo e uno verde, 1 dl di olio, 3 acciughe sotto sale, dissalate, 2 spicchi d’aglio, un cucchiaino di capperi sotto aceto, sale.

 

Abbrustolite i peperoni sul gas. Girateli finché saranno cotti. Si possono fare anche in forno, ma riescono leggermente più morbidi. Togliete la pelle aiutandovi con della carta assorbente inumidita. Aprite i peperoni e togliete filamenti e semi. Tagliateli a listerelle e fateli asciugare. Dissalate bene le acciughe, diliscatele, tagliatele a pezzettini. In un padellino mettete l’olio e l’aglio a fettine, i capperi sciacquati e asciugati, le acciughe a pezzetti. Fate cuocere delicatamente per alcuni minuti, poi frullate il tutto e condite i peperoni.

 

 

Risotto con Bietoline

Per 4 persone

 

Ingredienti:

 

200 gr di riso Arboreo, 6 dl di brodo di pollo caldo, un cucchiaio di prezzemolo, 5 foglie di basilico, 150 gr di bietolone, 2 cucchiai di erba cipollina e dragoncello, 100 gr di panna, 60 gr di parmigiano grattugiato, 2 cucchiai di burro, sale, pepe.

 

Pulire, lavare e lessare le bietoline in acqua calda per 2 minuti, scolarli e strizzarli molto bene. Raccogliere nel bicchiere di un mixer il prezzemolo, il basilico, le bietoline e le erbe aromatiche, unire un mestolo di brodo tiepido e frullare fino a ottenere una salsa densa e morbida. Tenerla da parte.

In un tegame fare sciogliere il burro, aggiungere il riso e farlo tostare per 1 minuto, mescolando spesso con un cucchiaio di legno. Alzare la fiamma e aggiungere il brodo poco per volta. Fare cuocere sino a quando il riso non avrà assorbito tutto il brodo. Pochi minuti prima che il riso sia cotto, unire la salsa alle erbe e portare a cottura il risotto. Spegnere la fiamma. Mantecare con la panna e il parmigiano grattugiato, lasciare riposare per 1 minuto. Regolare di sale e pepe.

 

 

 

 

 

Anatra alle Pesche

Per 6 persone

 

Ingredienti:

 

1 ,5 kg di anatra, 4 pesche gialle, 150 gr di zucchero, un bicchiere di vino bianco, burro, sale e pepe.

 

Lavate accuratamente l’anatra già pulita internamente, asciugatela. Salatela e pepatela dentro e fuori.

Mettetela in una pirofila con 2 cucchiai di burro e fatela cuocere in forno preriscaldato a 180° per un’ora.

Sbucciate le pesche gialle e cuocetele per 10 minuti in uno sciroppo preparato facendo sciogliere lo zucchero con 3 dl di acqua. Fatele intiepidire, eliminate il nocciolo e tagliatele a grossi spicchi. Togliete l’anatra dalla pirofila e tenetela al caldo. Allungate il fondo con metà sciroppo delle pesche, mescolate per amalgamare. Mettete sul gas una retina spandi fiamma e fate restringere il liquido della pirofila a fiamma vivace, per 10 minuti. Tagliate l’anatra a pezzi e servitela nel piatto di portata con il contorno di pesche e la salsa a parte.

 

 

E per dessert: Frutta a volontà!