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martedì 4 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Barack Obama, entra nella stria come 44° Presidente degli Stati Uniti d’America. Primo afro-americano eletto alla Casa Bianca


Un bisogno di cambiamento
Barack Hussein Obama Jr. nasce a Honolulu (Hawaii, USA) il 4 agosto 1961.
Il padre, keniota agnostico ed ex pastore, emigrato negli Stati Uniti per studiare conosce la studentessa Ann Dunham (di Wichita, Kansas); la coppia frequenta ancora l'università quando il piccolo Barack nasce.
Nel 1963 i genitori si separano; il padre si trasferisce ad Harvard per completare gli studi, poi fa ritorno in Kenya. Rivedrà il figlio solo in un'occasione poi morirà nel suo paese natale nel 1982. La madre si risposa: il nuovo marito è Lolo Soetoro, indonesiano, altro ex collega universitario, da cui avrà una figlia. Soetoro muore nel 1993 e Ann si trasferisce a Giakarta con il piccolo Obama. Qui nasce la figlia Maya Soetoro-Ng. Obama frequenta le scuole elementari fino ai suoi 10 anni, poi torna ad Honolulu per ricevere una migliore istruzione.
Viene cresciuto inizialmente dai nonni materni (Madelyn Dunham) e poi dalla madre che li raggiunge.
Dopo il liceo studia all'Occidental College prima di spostarsi al Columbia College della Columbia University. Qui consegue una laurea in scienze politiche con una specializzazione in relazioni internazionali. Inizia quindi a lavorare per la "Business International Corporation" (poi diverrà parte del "The Economist Group"), agenzia fornitrice di notizie economiche di carattere internazionale.
Obama si trasferisce poi a Chicago per dirigere un progetto non profit che assiste le chiese locali nell'organizzare programmi di apprendistato per i residenti dei quartieri poveri nel South Side. Lascia Chicago nel 1988 per andare ad Harvard, per tre anni, dove approfondisce gli studi di giurisprudenza. Nel febbraio 1990 è il primo afroamericano presidente della celebre rivista "Harvard Law Review".
Nel 1989 conosce Michelle Robinson, avvocato associato nello studio dove Obama sta facendo uno stage estivo. Ottiene il dottorato magna cum laude nel 1991 e l'anno seguente sposa Michelle.
Tornato a Chicago dirige il movimento "voter registration drive", per far registrare al voto quanti più elettori possibili. Diviene avvocato associato dello studio legale Miner, Barnhill & Galland e lavora per difendere organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti civili e del diritto di voto.
Nel 1995 scrive un libro dal titolo "Dreams from My Father", in cui descrive l'esperienza di crescere con la famiglia della madre, famiglia bianca, di ceto medio. La madre morirà solo poco tempo dopo la pubblicazione del libro. Intanto nel 1993 inizia a insegnare Diritto costituzionale presso la Scuola di legge dell'Univerisità di Chicago, attività che porta avanti fino al 2004 quando si candida per il Partito Democratico e viene eletto al Senato federale.
Sin dal suo discorso inaugurale riceve una vasta notorietà a livello nazionale. E' l'unico senatore afroamericano quando a Springfield, capitale dell'Illinois, il 10 febbraio 2007 annuncia ufficialmente la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 2008. Membro del suo stesso partito e anche lei in corsa per la Casa Bianca è Hillary Clinton, moglie dell'ex Presidente USA. Dopo una lunga cavalcata testa a testa, le primarie si concludono all'inizio del mese di giugno 2008 con la vittoria di Obama.
Il suo rivale alle elezioni del mese di novembre 2008 è John McCain. Obama stravince: è il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America, il primo nero.
Nel mese di ottobre del 2009 riceve il premio Nobel per la pace.
Alle elezioni presidenziali che si svolgono nel novembre del 2012 corre contro il candidato repubblicano Mitt Romney: Obama viene rieletto.   https://biografieonline.it/biografia-barack-obama

lunedì 3 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Henri Cartier-Bresson, fotografo francese, testimone con le sue immagini dei più disparati angoli del pianeta ed eventi importanti



Maestro del carpe diem
Non sono necessarie molte presentazioni per chi è conosciuto come il padre della fotografia e ha fermato nei suoi scatti quasi un secolo di eventi. Henri Cartier-Bresson, uno tra i più convinti puristi della fotografia è nato il 22 agosto 1908 a Chanteloup (Francia), 30 chilometri ad est di Parigi, da una famiglia alto borghese amica delle arti. Inizialmente si interessa solo di pittura (grazie soprattutto all'influenza di suo zio, artista affermato, che all'epoca considerava un po' come un padre spirituale), e diventa allievo di Jaques-Emile Blanche e di André Lhote, frequenta i surrealisti e Triade, il grande editore.
Dagli inizi degli anni '30 sceglie definitivamente di sposare la fotografia.
Nel 1931, a soli 23 anni, ritornato in Francia dopo un anno in Costa d'Avorio, Henri Cartier-Bresson scopre la gioia di fotografare, compra una Leica e parte per un viaggio che lo porta nel sud della Francia, in Spagna, in Italia e in Messico. La Leica con la sua maneggevolezza e la pellicola 24x36 inaugurano un modo nuovo di rapportarsi al reale, sono strumenti flessibili che si adattano straordinariamente all'occhio sempre mobile e sensibile del fotografo.
L'ansia che rode Cartier-Bresson in questo suo viaggio fra le immagini del mondo lo porta ad una curiosità insaziabile, incompatibile con l'ambiente borghese che lo circonda, di cui non tollera l'immobilismo e la chiusura, la piccolezza degli orizzonti. Nel 1935 negli USA inizia a lavorare per il cinema con Paul Strand; tiene nel 1932 la sua prima mostra nella galleria Julien Levy.
Tornato in Francia continua per qualche tempo a lavorare nel cinema con Jean Renoir e Jaques Becker, ma nel 1933 un viaggio in Spagna gli offre l'occasione per realizzare le sue prime grandi fotografie di reportage.
Ed è soprattutto nel reportage che Cartier-Bresson mette in pratica tutta la sua abilità e ha modo di applicare la sua filosofia del "momento decisivo": una strada che lo porterà ad essere facilmente riconoscibile, un marchio di fabbrica che lo distanzia mille miglia dalle confezioni di immagini celebri e costruite.
Ormai è diventato un fotografo importante. Catturato nel 1940 dai tedeschi, dopo 35 mesi di prigionia e due tentate fughe, riesce a evadere dal campo e fa ritorno in Francia nel 1943, a Parigi, dove ne fotografa la liberazione.
Qui entra a far parte dell'MNPGD, un movimento clandestino che si occupa di organizzare l'assistenza per prigionieri di guerra evasi e ricercati.
Finita la guerra ritorna al cinema e dirige il film "Le Retour". Negli anni 1946-47 è negli Stati Uniti, dove fotografa soprattutto per Harper's Bazaar.
Nel 1947 al Museum of Modern Art di New York viene allestita, a sua insaputa, una mostra "postuma"; si era infatti diffusa la notizia che fosse morto durante la guerra.
Nel 1947 insieme ai suoi amici Robert Capa, David "Chim" Seymour, George Rodger e William Vandivert (un manipolo di "avventurieri mossi da un'etica", come amava definirli), fonda la Magnum Photos, cooperativa di fotografi destinata a diventare la più importante agenzia fotografica del mondo.
Dal 1948 al 1950 è in Estremo Oriente. Nel 1952 pubblica "Images à la sauvette", una raccolta di sue foto (con copertina, nientemeno, che di Matisse), che ha un'immediata e vastissima eco internazionale.
Nel 1955 viene inaugurata la sua prima grande retrospettiva, che farà poi il giro del mondo, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.
Dopo una serie di viaggi (Cuba, Messico, India e Giappone), dal 1966 si dedica progressivamente sempre più al disegno.
Innumerevoli, in questi anni, sono i riconoscimenti ricevuti, così come le esposizioni organizzate e le pubblicazioni che in tutto il mondo hanno reso omaggio alla sua straordinaria produzione di fotografo e di pittore.
Dal 1988 il Centre National de la Photographie di Parigi ha istituito il Gran Premio Internazionale di Fotografia, intitolandolo a lui.
Oltre ad essere universalmente riconosciuto tra i più grandi fotografi del secolo, Henri Cartier-Bresson ha avuto un ruolo fondamentale nella teorizzazione dell'atto del fotografare, tradotto tra l'altro nella già ricordata e celebre definizione del "momento decisivo".
Poco prima di raggiungere i 96 anni, è morto a Parigi il 2 agosto 2004. La notizia ha commosso e fatto il giro del mondo solo due giorni più tardi, dopo i funerali.


Lo Sapevate Che: Inaugurata la Scala di Milano (241 anni fa)


La storia del Teatro alla Scala
Oggi Google celebra l'inagurazione del Teatro alla Scala, avvenuta il 3 agosto 1778, 238 anni fa. Ecco la storia di un tempio della lirica che tutto il mondo ci invidia.
Il Teatro alla Scala (per tutti semplicemente La Scala) è nato da un incendio. Fino al 26 febbraio del 1776, il teatro dei milanesi era il Regio Ducale, che si trovava più o meno dove oggi è Palazzo Reale. Quando fu distrutto, l’imperatrice Maria Teresa d’Austria decise di farne edificare uno nuovo sull’area della chiesa trecentesca di Santa Maria della Scala (così chiamata in onore di Regina della Scala, moglie di Bernabò Visconti). Nel 1778 l’architetto Giuseppe Piermarini portò a termine il teatro, che fu inaugurato il 3 agosto con un’opera di Antonio Salieri, L’Europa riconosciuta.

DOPPIA ANIMA. Marie-Henri Beyle Stendhal rimase a bocca aperta per essersi trovato di fronte, scrisse, «al più bel teatro del mondo, quello che dà il massimo godimento musicale. È impossibile immaginare nulla di più grande, più solenne e nuovo». Come lo scrittore francese, anche noi oggi siamo indotti a considerare la Scala immutabile nel tempo. Ma le cose non stanno proprio così. Il teatro di Milano ha cambiato varie volte pelle, come un gigante della cultura che si è adattato alle epoche. Cedendo anche alle frivolezze.

Se vi fossimo entrati fra il 1778 e il 1786, avremmo trovato addirittura milanesi alle prese con il gioco d’azzardo. Anche quando si svolgevano gli spettacoli, che vedevano impegnati famosi soprani e contralti castrati, si giocava nei palchi e nei retroparchi, tra il fumo aspro dei sigari e qualche imprecazione favorita dall’alcool.

I palchi avevano proprietari e affittuari che facevano quello che volevano: si potevano scegliere anche arredi e ornamenti, ciascuno doveva provvedere in proprio al riscaldamento e all’illuminazione a olio. C’erano anche botteghe e un affollato ristorante. Sul palco e in platea si svolgevano riunioni mondane, danze e spettacoli leggeri. Si potevano tenere anche chiassose feste. Era, insomma, un centro cittadino aperto, anche se quasi esclusivamente destinato all’aristocrazia e alla borghesia. Ma come era nato il tempio in cui stelle come Gioachino Rossini, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Arturo Toscanini, Maria Callas ed Herbert von Karajan e più avanti Claudio Abbado hanno celebrato il rito della musica?
LA STORIA. Come detto, il Teatro alla Scala venne realizzato per decreto di Maria Teresa d’Austria. Doveva essere il più grande e la stessa Opera di Vienna venne poi costruita sul suo esempio. Nacque dalle ceneri del Teatro Regio di Villa Reale, distrutto da un incendio il 23 febbraio del 1776. E dalle macerie della chiesa pericolante di Santa Maria della Scala, demolita per fargli posto, da cui prese il nome.

Il progetto dell’architetto Giuseppe Piermarini fu realizzato con il contributo dei 90 proprietari di palchi del Regio andato in fumo. All’epoca non esisteva la piazza davanti alla facciata (oggi Piazza della Scala) e dato che l’area era angusta per la presenza di vecchi palazzi, Piermarini studiò il porticato ad archi per dividere il passaggio delle carrozze da quello dei pedoni. Il 3 agosto 1778 avvenne l’inaugurazione: in scena L’Europa riconosciuta, di Antonio Salieri.

RIVOLUZIONARIA. Appena un anno dopo i tempi sono già cambiati. Con la costituzione della Repubblica Cisalpina vengono tolti tutti gli stemmi nobiliari dai palchi. Con l’arrivo di Napoleone è abolito il palco reale. Nel 1807 il teatro viene rinnovato con decorazioni sulla volta e i palchi: medaglioni, leoni alati, suonatori di flauto che si affacciano sui saloni ancora oggi. Nel 1813 viene allargato il palcoscenico a spese di alcuni edifici demoliti nell’attuale via Verdi.

Ma è nel 1858 che il teatro inizia a troneggiare visivamente: vengono demolite tutte le costruzioni fra la facciata e Palazzo Marino, dove attualmente risiede il consiglio del Comune di Milano. La ditta Ricordi apre i suoi uffici a sud del teatro. E non è un caso. A quel tempo, tutti gli aspetti della produzione artistica erano sotto il controllo di quella che oggi è una casa discografica, ma allora era un gigante nel settore degli spartiti musicali. Non c’era corda che suonasse alla Scala se Ricordi non voleva. I compositori vendevano alla premiata ditta i diritti delle loro musiche, che venivano poi rivendute sotto forma di spartiti per essere eseguite da studenti e musicisti in tutta Europa. Due anni dopo la Scala si accende di illuminazione a gas. L’energia elettrica fa il suo ingresso in teatro nel 1883.

IMMORTALE. La storia della Scala è come quella di un “grande organismo”, dalla definizione del biologo-evoluzionista Edward Wilson. Un grande organismo che è frutto della collaborazione di molti individui. Ma, mentre gli individui muoiono, lui continua nel tempo. Se è un’istituzione umana, a restare vivi nei secoli non sono tanto i “geni” (Dna) dei vari Piermarini, Verdi o Rossini, ma i loro “memi” (così definiti dall’evoluzionista Richard Dawkins), cioè unità di pensiero (idee o note musicali). Ma un grande organismo si adatta all’ambiente. E così il Teatro alla Scala da istituzione austriaca (che pure aveva battezzato fra gli altri l’esordio di Giuseppe Verdi nel 1839 con l’opera Oberto Conte di San Bonifacio) diventa un’istituzione culturale italiana.

Il 9 agosto del 1859, davanti al re Vittorio Emanuele II, va in scena Lucia di Lammermoor di Donizetti. Anche Verdi ritornò alla Scala e vi presentò ad esempio la prima europea de l’Aida. Poi tempi duri, di crisi: nel 1897 la Scala venne chiusa dal Comune di Milano su pressione dei socialisti, a causa della forte crisi sociale. I soldi per riaprirla, un anno dopo, li mise il facoltoso patriota Guido Visconti di Modrone, la direzione artistica fu affidata ad Arturo Toscanini. Il 21 aprile 1889 fece il suo esordio Giacomo Puccini, con Edgar. Due anni dopo, dai palchi più alti si ricavò la struttura del Loggione, l’ambiente “popolare” da cui ancora oggi si decretano i successi o gli insuccessi delle prime e dei debuttanti.

TRA LE GUERRE. Finita la Prima guerra mondiale, i palchettisti rinunciano ai diritti di proprietà e nasce un ente autonomo di gestione. Lo aiuta una sottoscrizione di cittadini lanciata dal Corriere della Sera. Sfilano i migliori cantanti dell’epoca, da Magda Oliviero a Giacomo Lauri Volpi, a Beniamino Gigli.

Nel 1929 sull’Italia e la Scala cala il fascismo. Il presidente dell’Ente Scala dovrà essere nominato da Mussolini in persona e il ministero dell’Educazione impone un suo rappresentante nel consiglio. Toscanini lascia la direzione e se ne va a New York. Ritorna in Italia ma, schiaffeggiato dai fascisti davanti al Teatro comunale di Bologna dopo essersi rifiutato di eseguire Giovinezza, decide di lasciare il Paese nel 1931.

Il fascismo regala alla Scala il primo palco a ponte mobile, ma la guerra la ferisce duramente. Il 16 agosto del 1943 un bombardamento colpisce Milano. Della Scala rimangono distrutti il tetto, la volta e lunghi tratti dei quattro ordini dei palchi, i magazzini dei costumi, i camerini, le sale di studio del coro e di ballo e i laboratori scenici. Dal ‘45 al ‘46 la ricostruzione. E il ritorno a grande richiesta di Toscanini, con un’opera inaugurale, La gazza ladra, l’11 maggio del 1946. Fu lo spettacolo simbolo della rinascita. Erano presenti 5 mila persone all’interno del teatro e diverse migliaia in Piazza della Scala e nelle vie adiacenti, attrezzate con altoparlanti. Erano ancora i tempi in cui la gente comune canticchiava i motivi dell’opera, conosceva bene i suoi protagonisti, come oggi conosce i cantanti di musica leggera e gli attori. Seguì il boom economico degli anni ‘50-‘60. Ma la Scala fu testimone soprattutto delle contestazioni del decennio seguente.
CONTESTATA. Nel 1968 uno dei leader della protesta giovanile, Mario Capanna, guidò una sorta di biblica “cacciata dei mercanti dal tempio”: con uova marce e vernice, i giovani contestatori attaccarono signori in smoking e signore in pelliccia giunti alla Scala per la prima della stagione. Gli slogan li accusavano di essere “borghesi” e “sfruttatori”. E l’appuntamento con le manifestazioni di piazza si è perpetuato di anno in anno, nell’evento del 7 dicembre. Ma poi fu lo yuppismo ad andare per la maggiore. Claudio Abbado e Riccardo Muti furono rispettivamente direttore artistico e direttore musicale negli anni della “Milano da bere” del sindaco Pillitteri, cognato di Bettino Craxi. Vennero risistemati tutti gli arredi anche in base alle nuove norme di sicurezza. Con la gestione di Carlo Fontana iniziarono le tournée della Scala all’estero, come nel caso del Requiem di Verdi, portato nella cattedrale di Notre-Dame, a Parigi.

Il grande organismo musicale si è molto evoluto fra il 2002 e il 2004, con un restauro conservativo, nuovi ambienti per gli artisti e un’articolata macchina scenica. È stata rimossa la moquette rossa e sistemato un pavimento a base di legno altrettanto acustico. Sono state restaurate pitture alle pareti e intarsi dorati. Ben 3 mila metri aggiuntivi di damasco rosso hanno ravvivato il tempio della musica.

Ma ha fatto discutere il progetto dell’architetto Mario Botta che ha creato una torre scenica e una ovale, due massicci volumi che hanno in parte cambiato il volto originario dell’edificio. L’architetto l’ha spiegato così: «Oggi, rispetto ai tempi di Piermarini, c’è più profondità visiva, dovuta allo spazio ricavato per Piazza della Scala. I nuovi volumi sono arretrati rispetto alla costruzione originale, con l’intento di evidenziare le facciate storiche nel rapporto figurativo con il tessuto urbano e il linguaggio astratto delle nuove costruzioni, in modo da separare i due diversi periodi storici». Una nuova storia ha inizio. Franco Capone

Lo Sapevate Che: Joseph Conrad, grande maestro de romanzo europeo dell’Ottocento, vita e creazione letteraria ebbero in lui un comune denominatore: l’avventura


L'inconscio fa capolino
I romanzi di Joseph Conrad, considerato uno degli autori principali a cavallo tra '800 e '900, sono storie di mare e di avventura: storie di uomini che vivono sulle onde, trascinati e trascinatori di navi che affrontano la straordinaria solitudine delle acque, infide, infinite, divoratrici di mondi, preda continua dei rischi. E in effetti prima che un romanziere, Conrad fu veramente un uomo di mare: orfano di madre e con il padre incarcerato per questioni politiche (la famiglia era originaria di una parte della Polonia annessa alla Russia), crebbe nel sogno di solcare i mari in libertà e lontano dalla terra che gli aveva procurato, fin dall'infanzia, tanto dolore.
Joseph Conrad, pseudonimo di Teodor Jòzef Konrad Korzeniowski, pur essendo nato in Polonia (a Berdicev il giorno 3 dicembre 1857), è di fatto considerato uno scrittore inglese. La sua famiglia apparteneva alla nobiltà terriera della Polonia, a quel tempo sotto il dominio russo. Il padre, patriota e uomo di lettere, muore nel 1867 , dopo molti anni di esilio politico (la madre era già morta nel 1865). Affidato alla tutela di uno zio, il giovane Conrad compie gli studi secondari a Cracovia.
A soli diciassette anni, spinto da un'irresistibile vocazione per la vita di mare, parte per Marsiglia, dove s'imbarca come semplice marinaio. Navigare significa per lui conoscere soprattutto il mondo marinaresco che si identificava anche in traffici, contrabbando, uomini che si imbarcavano per sfuggire a chissà quale colpa. Significava insomma incontrare mondi che stavano, non solo geograficamente, agli antipodi dell'Europa civile. Dopo lunga esperienza serve nella marina mercantile francese e, dal 1878, in quella britannica, dove raggiunge il grado di capitano di lungo corso. Nel 1886 diventa cittadino inglese.
Per vent'anni viaggia per quasi tutti i mari, ma soprattutto nell'arcipelago malese. L'attenzione ottenuta dal suo primo romanzo "La follia di Almayer", e l'incoraggiamento di alcuni scrittori (Galsworthy, Wells, Ford Madox Ford, Edward Gamett) lo inducono, lasciata la marina e stabilitosi in Inghilterra, a dedicarsi interamente all'attività letteraria.
Caso più unico che raro, Conrad diviene un maestro della letteratura scrivendo in una lingua non sua, appresa quando era già un uomo fatto. Il suo tema fondamentale è la solitudine dell'individuo, in balìa dei ciechi colpi del caso di cui il mare è spesso eletto a simbolo. L'eroe solitario di Joseph Conrad è quasi sempre un fuggiasco o un reietto, segnato dalla sventura o dal rimorso, stretto parente dell'angelo caduto caro ai romantici, che conquista la sua identità affrontando con stoicismo le prove che il destino gli ha riservato.
Tra i suoi tanti capolavori, ricordiamo "Un reietto delle isole" (1894), "Il negro del Narciso" (1896), "Gioventù" (1898), "Cuore di tenebra" (una forte denuncia del colonialismo e un romanzo che, forse pochi lo sanno, ha costituito il canovaccio per il film di Francis Ford Coppola "Apocalipse Now"), "Tifone" e "Lord Jim" (1900).
In questi lavori Conrad sonda gli stadi evolutivi dell'inconscio che a tratti sembrano anticipare la tecnica dello "stream of consciousness" che poi Virginia Woolf e James Joyce trasformeranno in genere letterario.
Dopo altre diverse pubblicazioni, ottiene un buon successo con "La linea d'ombra" (1917), altro capolavoro assoluto, divenuto l'emblema della difficoltà di crescere e di ciò che questo passaggio comporta.
Irripetibile scrittore, sondatore come pochi dell'animo umano, Joseph Conrad muore per attacco cardiaco il 3 agosto 1924, a Bishopsboume Kent (Ucraina). https://biografieonline.it/biografia-joseph-conra

Speciale: Freschi piatti vegetariani!




Frittata di Verdure al forno con Insalata di Pomodori e cipolle di Tropea
Per 4 persone


Ingredienti:

1 patata,1 zucchina, 1 carota, 1 foglia di bietola, 5 uova, un po’ di timo fresco, un po' di prezzemolo, 50 gr di parmigiano grattugiato, olio evo, sale. Per l’insalata di pomodori: 1 kilo di pomodori sodi, 2 cipolle fresche di Tropea; per condire: olio evo, foglie basilico, aceto, sale

Lavare accuratamente tutte le verdure, timo e prezzemolo (tenendoli da parte). Pulirle e tritarle finemente. In una terrina sbattere le uova insieme con un po’ di sale, il timo e il prezzemolo tritati finemente, poi incorporarvi le verdure.
Preparare una teglia unta generosamente con olio, versate il composto preparato e infornare in forno preriscaldato a 220°.
Appena la parte superiore della frittata comincia ad addensarsi, abbassare il calore del forno a 180° e far cuocere ancora per un quarto d’ora. 
Preparare l’insalata di pomodori e cipolle e servirla con la frittata. 


Insalata di Ravanelli con crema di Avocado e Peperoncino rosso
Per 4 persone


Ingredienti:

Un mazzetto di ravanelli con le foglioline verdi, 1 avocado maturo, peperoncino rosso in polvere, il succo di mezzo limone, sale rosa dell’Himalaya. Per accompagnare fettine di pane integrale.

Sbucciare l’avocado, aiutandovi con i rebbi di una forchetta prelevatene la polpa, sistematela in un piatto medio fondo da portata e riducetela a purea. Salatela, insaporitela con un pizzico di peperoncino e aggiungete il succo di limone, mescolando il tutto accuratamente.

Pulite i ravanelli dalla barbetta, privateli dei gambi e mettete da parte le foglioline più belle. Lavate ravanelli e foglioline, asciugate bene il tutto con l’aiuto di un canovaccio. Tagliate a rondelle sottili i ravanelli, uniteli alla purea, mescolando delicatamente. Decorate il piatto con le foglioline dei ravanelli. Servite accompagnando con le fettine di pane integrale.


Granita al Caffè e Panna
Per 4 persone


Ingredienti:

200 gr di zucchero semolato, 2 dl di caffè ristretto, 2 dl di panna montata

Versare in una pentola ½ lt di acqua con lo zucchero semolato e portare a ebollizione. Cuocere per 2 minuti.
Togliere dal fuoco e fare intiepidire lo sciroppo, aggiungere il caffè e trasferire in freezer mescolando spesso fin che sia ben gelato. Servire in bicchieri freddi accompagnando con la panna montata.

domenica 2 agosto 2020

Lo Sapevate Che: Bologna, 2 agosto 1980, ore 10,25: strage alla stazione


Una bomba, inizialmente si pensa a una caldaia, esplode e devasta lo scalo ferroviario. Nel terribile attentato muoiono 85 persone e altre 200 restano ferite. Commemorazione in corso: il messaggio di Mattarella e l'intervento di Bonafede e Merola

"Le istituzioni, grazie all'opera meritoria dei suoi uomini, sono riuscite a definire una verità giudiziaria, giungendo alla condanna degli esecutori e portando alla luce la matrice neofascista dei terroristi. L'impegno profuso non è riuscito, tuttavia, a eliminare le zone d'ombra che persistono sugli ideatori dell'attentato. È una verità che dovrà essere interamente conquistata, per rendere completa l'affermazione della giustizia". Così Sergio Mattarella in occasione dell'anniversario della strage di Bologna, l'attentato del 2 agosto 1980 che uccise 85 persone e ne ferì 200. " La disumana ferocia della strage alla stazione di Bologna è parte incancellabile della memoria del popolo italiano e della storia della Repubblica. Il trentanovesimo anniversario dell'attentato terroristico ci richiama, anzitutto, a un rispettoso raccoglimento dinanzi alle vite crudelmente spezzate", scrive inoltre il presidente della Repubblica nel suo messaggio. Le democrazie si nutrono dei sentimenti più profondi di umanità. È questa condivisione che ha consentito di unire le forze per sconfiggere la barbarie degli assassini, di fare prevalere il tessuto sociale che si voleva strappare, di cercare sempre e ostinatamente la verità, anche quando errori, colpevoli inerzie e ignobili complicità hanno ostacolato il percorso della giustizia". "Ogni anno aumenta la partecipazione alla cerimonia" per la commemorazione della strage del 2 agosto e "questo dà a noi la forza per continuare a chiedere verità e giustizia. Ringrazio l'associazione delle vittime perché la ricerca della verità, insieme al lavoro della magistratura, deve molto a questa associazione e alla sua tenacia nel presentare ulteriori elementi che possano portare ad accertamento della verità". Così il sindaco di Bologna Virginio Merola è intervenuto in Consiglio comunale. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha dichiarato che "Il diritto di sapere è un diritto inalienabile di civiltà" e  ha parlato di una sensibilità nuova "rinnovata che intende restituire fiducia a persone dilaniate" dalla strage di 39 anni fa. "Il tempo del silenzio è finito, ci stiamo muovendo finalmente tutti nella stessa direzione. La magistratura è al lavoro, un lavoro delicato dopo i processi sui depistaggi, che ci costringe ancora a una attesa ma che che ci dà la speranza di far luce finalmente su quanto accaduto senza zone d'ombra. "La ricerca dei colpevoli, dei mandanti, non è finita".
La  Cronaca di una strage terribile: Un afoso sabato di esodo, con le foto e le immagini delle code in autostrada pronte, come da 'copione' del periodo, per diventare l'argomento del giorno di quotidiani e tg. Alle 10.25 del 2 agosto 1980, invece, un'esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza nel sangue la tranquilla routine del rito delle vacanze: 85 morti e 200 feriti il bilancio finale della strage più sanguinaria nella storia italiana.
Il boato squarcia l'ala sinistra dell'edificio su piazza Medaglie d'Oro: la sala d'aspetto di seconda classe, il ristorante, gli uffici del primo piano vengono disintegrati. Anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario e in ritardo di un'ora sulla tabella di marcia, è colpito dalla valanga di macerie e detriti che in pochi istanti schiacciano e soffocano inermi viaggiatori di ogni età e provenienza. Nel ristorante-bar-self service perdono la vita sei lavoratrici, tra le vittime anche due tassisti in attesa di clienti. Ovunque lacrime, urla straziate, polvere che entra in gola e soffoca il piano disperato di passeggeri sotto choc che cercano di individuare amici e parenti. La vittima più piccola è Angela Fresu, appena 3 anni, e poi Luca Mauri, di 6, Sonia Burri, di 7, fino a Maria Idria Avati, ottantenne, e ad Antonio Montanari, 86 anni.
In pochi minuti arrivano decine di mezzi dei vigili del fuoco, polizia, carabinieri, vigili urbani, ambulanze, l'Esercito. Saltano le linee telefoniche e i primi cronisti giunti sul posto, per poter raccontare l'inferno di quei momenti, 'espropriano' la cabina dei controllori degli autobus sul piazzale, dove il telefono invece funziona. Cellulari e internet non esistono ancora. Anche il contributo degli autisti si fa determinante, quando di lì a poco un bus giallo e rosso della linea 37, la vettura 4030, nell'emergenza si trasforma in un improvvisato carro funebre per trasportare le salme alla Medicina legale, nella vicina via Irnerio. Alla guida si mette l'imolese Agide Melloni, autista trentunenne: "Mi chiesero di portare via i cadaveri con il bus. Dal mattino alle tre di notte, con i lenzuoli bianchi appesi ai finestrini. In ogni viaggio c'era con me qualche soccorritore, per sostenermi". Le ambulanze servono invece per i vivi, distribuiti in tutti gli ospedali, dove rientrano in servizio medici e infermieri.
Le prime ipotesi investigative prendono in considerazione lo scoppio di una caldaia, ma nel punto dell'esplosione non ce ne sono. Lo si capisce presto, mentre i lavori di scavo procedono a rilento perché si continuano a cercare persone vive tra le macerie. In poco tempo, accantonata l'improbabile fuga di gas, la causa della strage si fa drammaticamente chiara: una bomba ad alto potenziale. In stazione arriva, commosso e angosciato, il presidente della Repubblica Sandro Pertini, mentre tutt'intorno una catena umana continua a spostare detriti e il silenzio irreale del centro città è squarciato dalle sirene. La sera piazza Maggiore si riempie: Bologna, attonita e sgomenta, non chiede vendetta ma giustizia, mentre il ricordo torna a un'altra strage, quella dell'Italicus, la notte del 4 agosto di sei anni prima a San Benedetto Val di Sambro, sull'Appennino, con 12 morti e 44 feriti. "La stessa città, lo stesso nodo ferroviario, gli stessi giorni delle vacanze, forse lo stesso proposito - commenterà il giorno dei funerali il sindaco Renato Zangheri - di recitare il crimine anche sul corpo di viaggiatori stranieri, e quindi di dimostrare ad altri popoli e governi la debolezza della nostra democrazia". Intanto in quelle stesse ore, all'obitorio, un maresciallo continua a tentare di dare un nome alle vittime: un'identità più volte affidata a brandelli di indumenti, un anello, i resti di una catenina o un documento. Trentanove anni dopo i familiari delle vittime e Bologna chiedono ancora di conoscere tutta la verità sulla strage e sui suoi mandanti
. Redazione Roma

Lo Sapevate Che:Corrado Mantoni, uno dei pionieri della televisione italiana, volto storico della Rai e decano dei conduttori


Romantiche rivoluzioni televisive
Corrado Mantoni nasce il 2 agosto 1924 a Roma. I genitori sono di origini marchigiane.
Terminati gli studi classici frequenta la facoltà di giurisprudenza, ma non arriva al conseguimento della laurea, perché la sua attenzione viene rapita dal magico mondo dello spettacolo, che nel ventennio fascista, nel periodo di guerra e nel dopoguerra, rappresenta anche una fabbrica di sogni.
Tuttavia Corrado Mantoni è dapprima chiamato a raccontare agli italiani i loro drammi, le tragedie, la sofferenza, lavorando prima come speaker ufficiale, grazie al bel timbro naturale della sua grave voce, dalla eccellente dizione, che presto diventa quella ufficiale della radio italiana; poi diventa presentatore, che all'epoca, in radio era il coronamento della carriera.
Sostituisce così Silvio Gigli e subito costruisce una fucina di prodotti pronti a rivoluzionare lo spettacolo radiotelevisivo italiano, inventando i primi veri show nazionalpopolari come "Rosso e Nero" e "Radio Naja". Il passaggio alla televisione è ostacolato dai dirigenti della Radio, che allora vedevano la TV come la concorrenza all'interno della stessa RAI.
Corrado riesce a realizzare solo qualche trasmissione televisiva dei suoi show radiofonici; va ricordato che i grandi ascolti erano a pannagio della radio, non ancora della TV. Qualcuno poteva inoltre vedere Corrado al cinema che interpretava se stesso, facendo da spalla a grandi attori come Totò, o prestava la sua immagine a Rossellini, o addirittura metteva in scena, nei film, i suoi programmi più famosi; sarà Corrado a lanciare Sophia Loren.
Intanto Corrado Mantoni prosegue la carriera di doppiatore. La sua voce diventa la voce degli italiani. Anche Umberto Eco ne tesse elogi. Corrado conosce i congiuntivi, la consecutio temporum, e la sua parlata è misurata, ma ha grande ricchezza terminologica e proprietà di linguaggio; il tutto è reso più popolare dalla sua semplicità apparente, e dal suo fare e dal suo dire, dipinti di un romanesco ornamentale ancor più che sostanziale.
Corrado conosce bene e ama Roma, sua città, in cui si sposa e ha un figlio, Roberto, con Luciana Guerra, dalla quale divorzia nel 1972.
Nel 1961 arriva il tempo del suo primo programma televisivo. Di qui Corrado incastona uno dietro l'altro gioiellini che preparano il terreno a un vera e propria rivoluzione televisiva, come già era avvenuta in radio. Diventa il presentatore ufficiale della televisione italiana,ove conduce le premiazioni, i programmi celebrativi, i galà del sabato sera, i concerti, mentre Mike Bongiorno presenta essenzialmente quiz e Sanremo (di cui Corrado presenta la sola edizione del 1974).
Fra i due mostri sacri della TV nasce complicità e non rivalità. L'amico del giaguaro, Controcanale, Il Tappabuchi sono programmi che il presentatore conduce in questi anni. Nel 1965 La prova del nove. Nel 1968 La Corrida radiofonica. Corrado fino agli anni '80 non lascerà la radio.
Nel 1970 presenta ancora una volta Canzonissima, e nel 1971, per la prima volta nella storia del varietà della Lotteria, viene riconfermato il conduttore con la showgirl Raffaella Carrà, che Mantoni contribuisce a lanciare. Nel 1972 Un'ora per voi, trasmissione della TSI (tv della Svizzera italiana). Nel 1975 viene varata la riforma della tv, da cui nascono TG1, TG2 e palinsesti autonomi delle due reti RAI.
Si avvicina un altro momento della rivoluzione televisiva in atto, negli anni dell'austerity per intrattenere gli italiani nei pomeriggi festivi: Corrado presenta "Domenica in..." da lui così inventata e scritta inizialmente con Paolini e Silvestri, e per tre edizioni di 39 puntate l'una dalle 14 alle 19:50, crea un nuovo modo di fare tv, un happening, e pone le basi del primo vero talk-show italiano. Ma non va dimenticato che all'interno del programma è Corrado a inserire la rubrica del teatro, della scienza, della musica, della tv, non mancando di sostenere l'Italia delle tradizioni e dei paesi; persino i germi di programmi quali "Mi manda Raitre" sono già presenti nel programma di Corrado; si pensi al libro dei "comandamenti"; ineguagliate inoltre le sue scenette con gli attori famosi, che ospita; non mancano prestigiatori. Lancia Tony Binarelli e Alexander.
Gli ascolti rimangono altissimi. Le edizioni successive a quelle di Mantoni tradiscono, a parte alcune delle edizioni di Pippo Baudo, immediato successore, lo stile di un programma elegante, divertente ed equilibrato. Nel 1978 il sodalizio fra Corrado e il grande Paolo Grassi, allora presidente della RAI, si rompe.
Nel 1979 conduce alla radio "Corradodue" su Radiodue, nel 1980 "La mia voce per la tua domenica" su Radiouno, nel 1981 "Gran Canal" sulla seconda rete RAI, il venerdì al posto di Portobello di Enzo Tortora, una trasmissione in diretta dal Teatro delle Vittorie che prosegue la rivoluzione televisiva, con un gioco per soli concorrenti stranieri in Italia, e ove viene proposta una sorta di soap-opera, dagli attori protagonisti in teatro, di cui il pubblico telefonicamente deve indicare il finale. Anche questa idea verrà ripresa nella tv successiva.
Nel 1982, dopo aver portato al successo "Fantastico" con Raffaella Carrà e Gigi Sabani (quest'ultimo lanciato da Corrado in una edizione della Corrida radiofonica), opta per la tv commerciale e reinventa su Canale 5, nato da un paio d'anni, la fascia di mezzogiorno, allora inesistente. Il programma è "Il Pranzo è servito", un controquiz, più che un quiz, sicuramente uno dei giochi più amati degli anni '80.
Nel 1983 presenta un'altra sua creatura "Ciao Gente": è il pubblico ad essere protagonista del programma nel quale lancia Dario Ballantini.
Nel 1984 con Maurizio Costanzo presenta "Buona Domenica".
Subisce un'operazione alle corde vocali nel 1985. L'anno seguente, il 1986, anno storico della rivoluzione, il conduttore porta in TV un programma radiofonico, esperimento mai riuscito prima, e presenta "La Corrida", per oltre dieci anni, iniziando nell'estate, per passare poi negli anni a venire, rinnovando con umiltà, un eterno ritorno della sua gavetta, in primavera, fino all'inverno e all'autunno, quando nel 1997 per la prima volta sorpasserà il programma di punta del sabato sera RAI abbinato alla Lotteria.
La carriera di Corrado ha le caratteristiche dell'ironia, di cui, unico forse con Raimondo Vianello, è icona.
Tra le sue nuove scoperte di questo periodo vi è anche Neri Marcorè.
Nel 1987, nel 1988, poi nel 1989 subisce operazioni per un edema polmonare. Nel 1990 un altro momento importante: Corrado presenta il Gran Premio Internazionale della TV, che per 7 anni consecutivi lo vede come autore e conduttore in coppia con altri volti della RAI.
Tra il 1991 e il 1996 scrive "Tira e Molla", gioco condotto da Paolo Bonolis che per due edizioni vince nella fascia preserale.
Negli anni seguenti scrive "Il Gatto e la Volpe" per la coppia Paolo Bonolis, Luca Laurenti. Sposa Marina Donato.
Nel 1998 si ammala gravemente.
Corrado Mantoni muore l'8 giugno 1999, a Roma.
A lui è dedicata una via nel quartiere in cui ha abitato, nel IV municipio di Roma, Casale Nei.