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lunedì 3 febbraio 2020

Lo Sapevate Che: In onda Carosello, 62 anni fa


E dopo tutti a nanna!

Lo spazio pubblicitario che ha chiuso i battenti nella primavera del '77 per fare spazio ad altre ben più aggressive forme di pubblicità, è stato per molti bambini della generazione degli anni '60 lo spartiacque fra la giornata dei doveri e dei compiti e il momento dello svago e dei sogni ad occhi aperti.
La ragione è semplice: quel breve programma era rappresentato dalla messa in onda di cinque comunicati pubblicitari (non esisteva ancora la parola spot) preceduti da brevissimi telefilm, per lo più costituti da cartoni animati (o da veri e propri pupazzi parlanti). Insomma, tutto ciò che può fare la gioia di un bambino. Salvo il fatto che, poi, quello stesso bambino era costretto ad andare a letto, motivo per cui il programma rappresentò per molti, in verità, una sorta di spartiacque bifronte. Non a caso, anche nel linguaggio comune prese piede la frase: "Ti mando a letto dopo il Carosello", espressione di innocua e simpatica minaccia nei confronti dei piccoli telespettatori.
Nato il 3 febbraio 1957 (con un ritardo di un mese e due giorni sulla data annunciata in precedenza, il 1° gennaio 1957), il programma era il frutto di un compromesso tra le dirigenze della RAI ed i rappresentanti delle maggiori imprese industriali che vedevano nel mezzo televisivo enormi potenzialità commerciali. La RAI impose allora alle aziende di produrre pubblicità sotto forma di spettacolini o di scenette. Tale scelta era dettata anche dal fatto che si volevano evitare il più possibile le critiche di coloro che pagavano il canone e che non apprezzavano la pubblicità in televisione. La produzione di questi mini-film fu demandata nientemeno che all'industria cinematografica nazionale, il che garantì standard qualitativi ed inventivi indubbiamente alti. Ogni spot doveva ad ogni buon conto rispettare regole molto rigide.
Anzitutto, bisogna considerare che ogni spot aveva il tassativo limite temporale di 1 minuto e 45 secondi dei quali solo 20-30 potevano essere dedicati alla menzione del prodotto, il nome del quale non poteva essere ripetuto più di tre volte; la scenetta, inoltre, doveva essere separata nettamente dal codino pubblicitario finale, cosa oggi davvero impensabile. Un ciclo pubblicitario era costituito poi di quattro (ma successivamente anche di sei) spot che erano trasmessi a distanza di dieci giorni l'uno dall'altro. Naturalmente, un controllo molto severo era esercitato anche sui contenuti.
Non dovevano esserci riferimenti espliciti o impliciti o incoraggiamenti all'amoralità, al sesso, alla violenza, al vizio, alla disonestà. Una curiosità, anch'essa per noi ormai inconcepibile, consiste nel fatto che fossero esclusi gli spot sulla biancheria intima e nel fatto che vi fosse l'esplicito divieto di nominare parole considerate di cattivo gusto come "forfora", "sudore", "depilazione", e così via. Naturalmente la struttura narrativa non poteva prescindere dall'happy end di prammatica e dall'esaltazione della modernità vista solo in chiave di progresso benefico e continuo.
Spazio pubblicitario rigorosamente separato dal resto dei programmi, nel piccolo contenitore del Carosello sono comunque nate piccole storie che, nell'arco di qualche minuto, tenevano gli utenti inchiodati al video, tramite il sapiente uso di tutti i linguaggi disponibili nella comunicazione video: dallo sceneggiato al disegno animato, al balletto, al mimo, al gioco plastico, alla conferenza stampa, alla musica lirica, al coretto di montagna: il tutto con l'unica finalità di comunicare il famoso "messaggio commerciale" ed incentivare la propensione ai consumi, in un'Italia ancora in piena ubriacatura di Boom economico.
Non bisogna inoltre dimenticare che Carosello è stato una palestra per molti dei futuri grandi nomi dello spettacolo o della regia, uno spazio in cui essi potevano sperimentare le proprie doti a costi accessibili e senza incappare in produzioni ciclopiche e intimidenti. Di fatto, poi, la trasmissione aveva un così alto gradimento di pubblico (con la nascita di quelli che potremmo definire i primi "tormentoni", rappresentati da neologismi o frasi inventate dai pubblicitari), che famosi attori non disdegnarono di partecipare a queste scenette.Fra i registi che compaiono in un ideale albo d'oro di Carosello, si possono dunque scorrere nomi come quelli dei sofisticati fratelli Taviani ed Ermanno Olmi, mentre fra gli attori è sicuramente da ricordare la partecipazione del grande Eduardo De Filippo e del futuro premio Nobel Dario Fo.
Altra caratteristiche fondamentale che contribuì alla fenomenale riuscita e popolarità di Carosello, furono le sue memorabili sigle, improntate all'allegria e al buonumore. L'unico cambio, in questo senso, avvenne verso la metà degli anni '60, e precisamente nel '63. La vecchia sigla ideata da Luciano Emmer, musicata da Raffaele Gervasio e sceneggiata da Nietta Vespignani fu cambiata con una nuova sigla disegnata da Manfredo Manfredi, i cui quadri a tempera raffiguravano le piazze delle città di Venezia, Siena, Napoli e Roma. https://biografieonline.it/biografia-carosello

Speciale: Oggi tutto vegetariano! ...☺♥


Barchette di Indivia alle verdure
Per 4 persone

Ingredienti:

12 foglie di indivia belga dello stesso formato, 1 carota, una costola di sedano, 120 gr di Leerdammer, 3 pomodorini sardi, 4 cucchiai di maionese, erba cipollina, limone, sale.

Lavate ed asciugate con carta da cucina le foglie di insalata. Riducete a julienne una carota, tritate finemente una costola di sedano, grattugiate coi fori più grandi di una grattugia il formaggio, tagliate a metà i pomodorini e riduceteli a dadini. Condite la maionese con un cucchiaino di erba cipollina.
Distribuite nelle foglie di indivia prima la julienne di carote, che bagnerete col limone, poi i dadini di pomodoro mescolati con sedano e salati leggermente, il formaggio e, infine 4 cucchiai di maionese condita con erba cipollina, che distribuirete un po’ in ciascuna foglia. Deliziose!


Lasagne vegetariane
Per 4 persone

Lasagne in versione molto più leggera e colorata delle lasagne classiche
Per la pasta all’uovo: 220 gr di farina, 2 uova intere
Per la besciamella: latte 1 litro, farina 120 gr, burro 90 gr., una grattugiata di noce moscata, pepe nero
Per il ripieno: 200gr di zucchine, 200 gr di carote, 200 gr di funghi champignon, 2 cipolle di Tropea, 300 gr di broccoletti (si useranno solo le cimette), 250 di pomodorini a grappolo, 180 gr di parmigiano grattugiato, un ciuffo di foglie di basilico, olio evo, sale.

Preparazione delle lasagne: Versare 170 gr di farina in una ciotola, sbattere le uova in un piatto e unirle alla farina e un pizzico di sale. Amalgamare bene gli ingredienti. Trasferire il tutto su di un piano di lavoro e lavorarlo, aggiungendo man mano la farina tenuta da parte, sino ad ottenere un impasto sodo ed elastico, formando una palla. Avvolgerla in un canovaccio da cucina e lasciare riposare per ½ ora in un luogo fresco e asciutto.
Nel mentre preparare la besciamella: mettere il burro in una casseruola, lasciarlo fondere e aggiungere la farina mescolando rapidamente. Una volta ottenuto un roux di color nocciola, unire il latte già portato a ebollizione. Mescolare facendo attenzione che non attacchi in fondo. Insaporire con noce moscata, sale e pepe, continuando a mescolare per qualche minuto sino a raggiungerne la densità. Versate il contenuto in una ciotola coprendola con pellicola.
Pulire e lavare tutte le verdure. Tagliare a julienne le carote e le zucchine, affettare finemente le cipolle. Affettare finemente i funghi, e tagliare a metà i pomodorini. In un tegame con 3 cucchiai d’olio caldi unire prima le carote, lasciar cuocere qualche minuto, unire i broccoli e sfumate con un po' d’acuq, coprireil tegame con coperchio e lasciar cuocere per 3 minuti. Unire le cipolle affettate, le zucchine e i fungh.Lasciar cuocere mescolando ogni tanto. A fine cottura, spegnere il fuoco e unire i pomodorini e le foglie di basilico spezzettate.
Riprendere la palla di pasta preparate, dividerla a ½ e stendere la pasta con la macchina apposita o volendo anche con il mattarello, tirando la pasta in una sfoglia sottile di 2 mm e tagliandola a strisce. Ricavarne 8 rettangoli di circa 15 cm per 20.
In una pentola con acqua bollente in ebollizione, scottare la pasta per un minuto. Prelevare le sfoglie e posarle distanziate su un panno da cucina.
Iniziare la composizione della lasagna in una pirofila di circa 30cm x 20. Stendere sul fondo della pirofila 3 cucchiai di besciamella e posizionarvi 2 rettangoli di pasta affiancati, ricoprire con altra besciamella e spolverare col parmigiano grattugiato, ricoprendo il tutto con 1/3 delle verdure preparate. Coprire con altre due sfoglie di pasta e ripetere l’operazione sino ad esaurimento degli ingredienti. Mettere a cuocere in forno preriscaldato a 180° per 20 minuti. Proseguire per 5 minuto solo con il grill per grigliare la superficie della preparazione. La lasagna è pronta per essere portata in tavolo: buon appetito!

E per finire il pranzo:
Frutta di stagione a volontà (…anche se sarebbe sempre meglio la frutta, consumarla prima dei pasti o durante la giornata).

domenica 2 febbraio 2020

Lo Sapevate Che: Che cos’è la festa della Candelora e perché la si celebra il 2 febbraio


Già nel Medioevo a Milano si teneva la solenne processione con le candele per ricordare la Presentazione di Gesù al Tempio, avvenuta 40 giorni dopo la sua nascita. I proverbi legati alle previsioni sul bello o cattivo tempo
 «A la Candelora de l’inverna semm foera», recita l’antico proverbio milanese. Ma che cos’è la festa della Candelora, e perché la si celebra il 2 febbraio? La parola Candelora deriva dal latino festum candelarum, festa delle candele. La Chiesa cattolica celebra in questa data la Purificazione di Maria Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio, avvenuta 40 giorni dopo la sua nascita, come prescritto dalla legge di Mosè e narrato nel Vangelo di Luca (Lc 2, 22-39). Contando 40 giorni a partire dal 25 dicembre, si arriva appunto al 2 febbraio.

Il Vangelo di Luca narra che i genitori di Gesù, quando compì 40 giorni, lo portarono al Tempio per offrire in sacrificio una coppia tortore o di giovani colombi, come prevedeva la legge mosaica per la «purificazione» della madre di un maschio primogenito, nel caso di una famiglia povera, qual era quella del falegname di Nazaret: «Se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio espiatorio» (Lv 12, 8).
Nel Tempio di Gerusalemme Maria e Giuseppe, sempre secondo il racconto di Luca, incontrarono Simeone: «un uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele». E dalle parole di Simeone, che benedice Dio alzando il bambino tra le braccia, si ricava la spiegazione dell’uso delle candele: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele». Le candele sono dunque simbolo di Cristo, «luce per illuminare le genti».

A Milano, all’interno del Grande Museo del Duomo, tra le sale del Tesoro, si conserva l’icona della «Madonna dell’Idea» (che probabilmente sta per «eidon», dal greco: «immagine»), preziosa opera di Michelino da Besozzo, capolavoro del Quattrocento. Sulla tavola è raffigurata, da un lato, la «Madonna con Bambino in trono» attorniata da angeli, e dall’altro appunto la «Presentazione di Gesù al Tempio».
Anticamente a Milano il 2 febbraio si svolgeva una processione che prevedeva il trasporto dell’arca della «Madonna dell’Idea» dalla basilica di Santa Maria Maggiore alla Chiesa di Santa Maria Beltrade. Il rito è narrato nel testo trecentesco Beroldus sine ecclesiae ambrosianae mediolanensis Kalendarium et ordines saec. XII ed è raffigurato in un prezioso bassorilievo risalente alla II metà del XII sec., ora al Museo Archeologico del Castello Sforzesco.
Oggi la processione nel Duomo di Milano parte dall’altare della Madonna dell’Albero: qui vengono benedette le candele distribuite ai canonici e ai fedeli. Anche sulla sommità a cuspide dell’Idea viene acceso un grosso cero. Al termine della benedizione delle candele e della processione con l’icona della Madonna dell’Idea, l’arcivescovo Mario Delpini ha presieduto alle 17.30 l’eucarestia nella Festa della Presentazione del Signore, che coincide con la Giornata mondiale della Vita consacrata, alla presenza dei consacrati della diocesi di Milano.
Tradizionalmente la processione della Candelora era considerata la festa della fine dell’inverno e i milanesi, guardando il cielo, cercavano di pronosticare quanto lontana fosse la primavera: «A la Candelora de l’inverna semm foera, ma se pioeuv o tira vent per quaranta dì semm dent». Insomma, se il tempo è brutto il 2 febbraio, per altri quaranta giorni c’è poco da sperare.

Speciale: Menù della prima domenica di febbraio! ...☺♥


Piatto unico gran sapore, ricetta della Germania
Per 6 persone

Ingredienti:

600 gr di patate, 6 uova, 6 würstel, gr 60 di strutto o burro, 2 cipolle bianche, sale, pepe.

Fare bollire le patate con la buccia. Scolarle e lasciarle e lasciarle raffreddare.
In un capace tegame antiaderente, fate scaldare strutto o burro e unite le cipolle a rondelle, lasciate rosolare a fuoco moderato. Sbucciare e tagliare le patate in fette di 2 cm e metterle nel tegame con le cipolle, fino a quando avranno assunto un colore dorato.
Salate, pepate e toglietele dal fuoco.
Al condimento rimasto, aggiungere i würstel, tagliati a tocchetti nel senso della lunghezza e fateli saltare per qualche minuto, quindi adagiateli vicino alle patate. Sbattete le uova con un pizzico di sale, versate nel tegame, date due minuti di cottura, mescolando, poi disponetele sopra gli altri ingredienti e servite caldissimo.


Tortilla Catalana con baccalà e verdure
Per 4 persone

Ingredienti:

250 gr di baccalà senza pelle e senza spine, sminuzzato, 5 uova, 400 gr di patate a fettine sottili, 200 gr di fagiolini cotti al dente, 50 gr di uvetta sultanina, 50 gr di pinoli, 2 spicchi d’aglio, 1 cucchiaio di prezzemolo tritato, olio, sale, peperoncino piccante.

In una padella con 3 cucchiai d’olio caldo, far saltare le patate a fettine, condire con sale e peperoncino. In un tegame far rosolare in 3 cucchiai l’aglio tagliato a lamelle sottili. Quando inizierà a prendere colore, aggiungervi il baccalà sminuzzato; dopo qualche istante aggiungere le patate, i fagiolini tagliuzzati, l’uvetta ammollata in poca acqua e strizzata, i pinoli e il prezzemolo. Aggiungere le uova battute con poco sale, mescolare bene gli ingredienti e lasciare rapprendere la preparazione coprendo il tegame.
Quando la tortilla sarà dorata, capovolgerla e completare la cottura dall’altra parte. Farla scolare su carta assorbente da cucina e servire subito.


Griouch (Bugie di carnevale) Marocchine, Ricetta Marocchina
Per 6 persone

Ingredienti:

600 gr di farina, gr 150 di mandorle, 180 gr di sesamo, 1 cucchiaino di anice in polvere, ½ dl di acqua di fiori d’arancio, 1 pizzico di zafferano in polvere, ½ bicchiere di aceto bianco, ½ bustina di lievito per dolci, 2 uova, un pizzico di noce moscata, 4 cucchiai d’olio. Farina per il piano di lavoro 300 gr di miele di acacia.

Sgusciare, pestare, tostare e polverizzare le mandorle. Tostare e polverizzare i semi di sesamo. Riunire in una capace terrina o nel contenitore del mixer, le mandorle, gr 150 di semi di sesamo, l’anice, acqua di fiori d’arancio, lo zafferano, l’aceto, il lievito per dolci, le uova, un pizzico di noce moscata, i cucchiai d’olio, amalgamare bene e unire man mano tutta la farina.
Lavorare l’impasto a lungo, unendo tanta acqua tiepida quanto sarà necessaria per ottenere una pasta liscia, soda ed elastica. Lasciarla riposare per 1 ora in frigorifero avvolta in pellicola.
Infarinare un piano di lavoro e stendere la pasta con l’aiuto di un mattarello in una sfoglia sottile di 3 mm. Circa.
Ritagliare dalla pasta dei rettangoli di5 cm x 10, praticare 4 fessure parallele con la rotella dentata in ogni rettangolo e infilare i due lembi esterni dei griouch nelle due fessure centrali. Mettere abbondante olio in una capace padella e portarlo a bollore. Friggere i griouch da tutte le parti, scolarli e fare asciugare l’olio in eccesso su carta assorbente da cucina. Cospargerli con i 30 gr di semi di sesamo tenuti da parte e tostati. Scaldare a bagnomaria il miele e spennellarli generosamente. Posarli su un piatto di portata e servirli tiepidi.

p.s. Per una cottura più leggera, cuocere i griouch in forno, su una teglia ricoperta da carta da forno, a 190° per 10 minuti, girandoli dalle due parti. Spennellarli con miele fuso e cospargerli col sesamo tostato.

sabato 1 febbraio 2020

Lo Sapevate Che: Le donne del 1946 e il suffragio universale in Italia

La storia delle prime donne italiane che, settant'anni fa, poterono votare

“Le donne del ’46” è un’espressione con cui ci si riferisce comunemente alle prime donne italiane che nel 1946 poterono andare a votare: fino ad allora in Italia il diritto di voto era limitato agli uomini. Il suffragio femminile, e la storia delle prime donne che in Italia poterono esercitare il diritto al voto, è oggetto di uno dei temi della maturità del 2016, che gli studenti italiani stanno affrontando oggi.

In Italia le donne furono considerate cittadine al pari degli uomini solo alla fine della Seconda guerra mondiale, il 10 marzo del 1946. La loro prima occasione di voto non fu il referendum del 2 giugno 1946 per scegliere tra monarchia e repubblica, come pensano in molti, bensì le amministrative di qualche mese prima, quando le donne risposero in massa e l’affluenza superò l’89 per cento. Circa 2 mila candidate vennero anche elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra. La stessa partecipazione ci fu per il referendum del 2 giugno. Le donne elette alla Costituente furono 21 su 226 candidate, pari al 3,7 per cento: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito Comunista, 2 del Partito Socialista e una dell’Uomo Qualunque. Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea per scrivere la nuova proposta di Costituzione. Il primo paese al mondo a decidere il suffragio femminile è stato la Nuova Zelanda nel 1893, seguita dall’Australia, i paesi scandinavi, la Russia (con la Rivoluzione d’Ottobre), la Gran Bretagna e la Germania dopo la Prima guerra mondiale e gli Stati Uniti
nel 1920.

La storia del diritto di voto femminile in Italia
Il modo in cui in Italia si arrivò al suffragio universale è stato raccontato da Giulia Siviero sul suo blog sul Post. 
La prima via italiana al riconoscimento di un suffragio davvero universale fu quella giudiziaria. Il 17 marzo del 1861, la carta fondamentale della nuova Italia unita divenne lo Statuto Albertino che all’articolo 24 diceva:
«Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici, e sono ammissibili alle cariche civili, e militari, salve le eccezioni determinate dalle Leggi».
Una di queste eccezioni riguardava le donne, anche se non in modo esplicito. La riforma elettorale del 1882 concesse il diritto di voto a una parte consistente del movimento operaio portando il corpo elettorale dal 2,2 per cento delle popolazione a circa il 7 per cento, ma continuò a trascurare le donne. Così la successiva legge del 1895. Nel frattempo, nel 1877, Anna Maria Mozzoni, milanese, femminista e socialista, rifacendosi alle esperienze inglesi, francesi e statunitensi presentò una petizione al governo «per il voto politico alle donne», la prima di una lunga serie ad essere bocciata.
Nel 1881 Anna Maria Mozzoni e Paolina Schiff fondarono a Milano la “Lega promotrice degli interessi femminili”, nel 1903 diverse associazioni femminili si unirono nel Consiglio nazionale delle donne italiane affiliato all’International Council of Women e nel 1905 si formarono del comitati pro-suffragio femminile che promossero l’iscrizione nelle liste elettorali di donne che avessero i requisiti prescritti dalla legge. Il 26 febbraio del 1906 Maria Montessori sul giornale La vita scrisse un articolo in cui ribadiva l’invito specificando che la legge non poneva alcun esplicito divieto. Quello stesso anno le Corti di appello di sei città (Firenze, Palermo, Venezia, Cagliari, Brescia e Napoli) pronunciarono altrettante sentenze per bocciare il riconoscimento dell’elettorato politico alle donne che alcune Commissioni elettorali provinciali avevano accolto.

Il 4 agosto del 1906 la Corte di appello di Firenze disse ad esempio che un’interpretazione estensiva dell’articolo 24 dello Statuto avrebbe portato a concludere che «le donne non sono soltanto elettrici ma anche eleggibili». E dunque:
«Potrebbe avvenire che una maggioranza di donne venisse a formarsi in Parlamento, che coalizzandosi contro il sesso maschile, obbligasse il Capo dello Stato, scrupoloso osservatore delle buone norme costituzionali, a scegliere nel suo seno i consiglieri della Corona, e dare così al mondo civile il nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio e utilità del nostro paese è facile ad ognuno immaginarsi».
Clamorosamente, la Corte di appello di Ancona presieduta da Ludovico Mortara fu l’unica ad accogliere la richiesta di inclusione delle donne nelle liste elettorali. Era stata presentata da nove maestre di Senigallia e da una di Montemarciano e poiché non aveva precedenti ne parlarono tutti, giuristi e giornali. Al terzo e definitivo grado di giudizio la sentenza venne però rovesciata: non in base a quello che l’articolo 24 diceva, ma in base a quello che non diceva. In base, cioè, a una radicata consuetudine.
Fallita la via giudiziaria si tentò nuovamente quella della riforma legislativa: nel 1906 Anna Maria Mozzoni e altre 25 donne presentarono una nuova petizione. Il dibattito si svolse alla Camera nel febbraio del 1907 ma si concluse ancora una volta con un rifiuto.
Il 23 aprile del 1908, a Roma ci fu il primo Congresso nazionale delle donne italiane. La presidentessa Gabriella Rasponi Spalletti cominciò così: «L’avvenire è per il trionfo delle idee non dei partiti. Tutti i pregiudizi a riguardo delle donne cadranno se il Congresso saprà provare che è possibile un lavoro comune anche militando in campi diversi». Il Congresso durò diversi giorni e fu il tentativo di tradurre le richieste avanzate dal femminismo in precisi progetti di riforma da sottoporre al governo e al parlamento. Il diritto di voto fu il tema dominante e più discusso, ma si affrontarono le questioni del diritto all’istruzione e del diritto di famiglia; si parlò del divorzio, del diritto alla ricerca della paternità delle ragazze madri e del trattamento ingiurioso dei tribunali nei confronti delle donne vittime di violenza sessuale; si propose di introdurre nelle scuole l’educazione sessuale e di abrogare il matrimonio riparatore in caso di stupro.

L’unità si ruppe su un tema estraneo ai contenuti specifici del Congresso: la questione dell’istruzione religiosa nelle scuole pubbliche. Negli accordi precedenti agli incontri venne deciso che quel tema non doveva essere discusso, ma durante i lavori le donne furono indotte da pressioni esterne a prendere una posizione: la questione fu posta ai voti e quel giorno la sala era affollatissima di uomini che chiesero di votare dicendo che avevano pagato 10 lire per la tessera e che dunque ne avevano diritto: «Noi donne paghiamo le tasse, non per questo voi uomini ci concedete il voto» disse loro Maria Montessori dalla tribuna. Ma gli uomini votarono, prevalse il rifiuto dell’istruzione religiosa e su questo cadde l’unità delle donne. Le molte forze che il Congresso era riuscito a riunire si dispersero.
Nel 1912 venne introdotto il suffragio universale maschile e per la prima volta fu applicato nelle elezioni politiche del 1913. La guerra interruppe però la lotta delle donne. Il 9 maggio del 1923 Mussolini, che era al governo da un anno, parlò del suffragio femminile e promise alle donne il voto amministrativo. In quello stesso discorso rassicurò gli uomini dicendo:
«Io penso che la concessione del voto alle donne in un primo tempo nelle elezioni amministrative in un secondo tempo nelle elezioni politiche non avrà conseguenze catastrofiche come opinano alcuni misoneisti, ma avrà con tutta probabilità conseguenze benefiche perché la donna porterà nell’esercizio di questi vivaci diritti le sue qualità fondamentali di misura, equilibrio e saggezza».

Nel 1925 entrò in vigore una legge che concesse ad alcune italiane la possibilità di eleggere gli amministratori locali. Tre mesi dopo, una riforma rimpiazzò i sindaci con i podestà e cancellò il voto amministrativo in generale. Le madri prolifiche dello stato fascista furono escluse dalla pubblica amministrazione e scoraggiate dall’istruzione superiore, venne proibita la vendita di contraccettivi e vennero stabiliti dei premi per le famiglie numerose. Molte femministe e molte delle militanti del Congresso del 1923 scapparono all’estero. Poi la guerra, di nuovo. E un nuovo attivismo, non appena fu costituito il Governo di Liberazione Nazionale. La prima richiesta per il suffragio femminile fu della Commissione per il voto alle donne dell’UDI, l’Unione donne italiane nata per iniziativa di alcune esponenti del movimento antifascista: fu sostenuta dalle rappresentanze dei centri femminili dei vari partiti e dal Comitato nazionale pro-voto nel quale confluirono le principali organizzazioni.

Il 30 gennaio del 1945 con l’Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto l’occupazione tedesca, durante una riunione del Consiglio dei ministri si discusse del suffragio femminile che venne sbrigativamente approvato come qualcosa di ovvio o, a quel punto, di inevitabile. Il decreto fu emanato il giorno dopo: potevano votare le donne con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati». Nel decreto venne però dimenticato un particolare non da poco: l’eleggibilità delle donne che venne stabilita con un decreto successivo, il numero 74 del 10 marzo del 1946. Sui giornali se ne parlò pochissimo con l’eccezione dell’Unità che dedicò alla notizia un editoriale piuttosto ambiguo:
«Questo avvenimento è una grande vittoria della democrazia, giacché una forza politica nuova viene immessa nella vita nazionale (…) Si tratta di una scelta validissima di nuovi dirigenti, i quali, particolarmente per quanto concerne i problemi della vita cittadina, della vita locale, hanno l’enorme vantaggio di conoscere e sentire più direttamente i bisogni più immediati dei singoli e delle famiglie. Una ventata di sano buon senso entrerà sicuramente nella vita politica, e nella vita amministrativa entrerà con le donne un maggior spirito di concretezza (…) Noi comunisti siamo stati e siamo ardenti fautori della partecipazione delle donne alla vita politica (…) Ma (…) sarebbe un grande errore il supporre che il senso di responsabilità acquistato nella lotta quotidiana contro le difficoltà della vita possa pienamente tener luogo alla coscienza politica (…) Le militanti democratiche sapranno dare alle donne italiane una coscienza democratica, esse sapranno valorizzare politicamente le grandi qualità naturali che le donne porteranno nella vita pubblica»

La prima occasione di voto per le donne furono le amministrative del 1946: risposero in massa, con un’affluenza che superò l’89 per cento. Circa 2 mila candidate vennero elette nei consigli comunali, la maggioranza nelle liste di sinistra.
La stessa partecipazione vi fu per il referendum del 2 giugno. Le elette alla Costituente (su 226 candidate) furono 21 pari al 3,7 per cento: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e una dell’Uomo qualunque. Cinque deputate entrarono poi a far parte della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea per scrivere la nuova proposta di Costituzione. Alla socialista Merlin si deve la specifica della parità di genere inserita all’articolo 3.
Di fronte a quella novità gli uomini e i giornali ebbero atteggiamenti diversi. Il Messaggero, ad esempio, raccontò la più giovane deputata eletta chiamandola “deputatessa” (apprezzabile lo sforzo) e descrivendo i suoi riccioli:
“Teresa Mattei, la più giovane deputatessa”
«La più giovane deputatessa italiana alla Costituente ha molti bei riccioli bruni e due begli occhi vivi e ha venticinque anni: è nata a Genova, ha studiato a Milano, e a Firenze si è laureata in filosofia, durante la lotta clandestina».

Il primo intervento di una deputata della prima legislatura su un tema non femminile fu invece raccontato così da Anna Garofalo:
«Per la prima volta, da quando le donne siedono in Parlamento, una deputata, Marisa Cinciari Rodano, del Pci, ha preso parola nel dibattito di politica estera tra i giornalisti ci fu un moto che si potrebbe chiamare di sfiducia preventiva. Non era una reazione politica (…) ma ci si difendeva dal fatto che parlasse una donna. Fu così che (…) molti vennero presi dall’impellente desiderio di bersi un caffè e altri andarono a fumare in corridoio, riaffacciandosi di tanto in tanto per scambiarsi sottovoce frasi non troppo nuove sulle pentole che l’oratrice avrebbe trascurato di far bollire e sulle calzette che, certo, non aveva potuto rammendare».

La storia delle ragazze del ’46
La storia di alcune delle prime donne che votarono in Italia è stata raccontata anche nella miniserie Le ragazze del ’46, trasmessa da Rai 3 tra maggio e giugno 2016. La miniserie non ha raccontato la storia delle donne elette elette, poi diventate molto conosciute, ma quella di altre dieci donne tra quelle che andarono a votare. A quel tempo, ha raccontato al Post Cristiana Mastropietro, produttrice della serie, «le ragazze del ’46 avevano tra i 21 anni, la maggiore età di allora, e i 31: la più giovane ora ha 91 anni, la più grande ne ha 101. Le abbiamo intervistate nelle loro case, la maggior parte vive da sola ed è completamente autosufficiente. Annita De Giacomi, per esempio, che ha 101 anni, l’abbiamo vista fare l’uncinetto e rifarsi il letto».
Queste dieci donne, «che non hanno la pretesa di rappresentare tutte le donne dell’Italia del tempo», sono comunque una «buona foto di gruppo»: sono diverse tra loro per provenienza, estrazione sociale, istruzione e opinioni. «Ci sono una maestra elementare, unica carriera all’epoca consentita a una donna, una casalinga, una donna emancipata che rimase vedova molto presto e che decise di non risposarsi, una studentessa che ha poi conseguito tre lauree ed è diventata la prima psicoterapeuta donna di Napoli, un’altra ancora che invece venne tolta dalla scuola per andare a lavare i panni. Ci hanno raccontato come hanno vissuto fino a quel momento e la questione dell’istruzione torna molto nei loro discorsi, come un rimpianto o come qualcosa di fondamentale nel loro percorso futuro. Ci hanno spiegato come hanno vissuto la giornata del loro primo voto e anche come questo sia stato poi l’inizio di un cambiamento».
https://www.ilpost.it/2016/06/22/donne-1946-voto-maturita-2016/

Speciale: Piatti del carnevale di Viareggio! ...☺♥


Al via il Carnevale di Viareggio con la prima sfilata in programma all’inizio di febbraio: una data attesa che sancisce la partenza della festa nella cittadina versiliese, tra corsi mascherati, carri allegorici, maschere, fuochi d’artificio ed eventi durante tutto il mese.

Zuppa Frantoiana
Da non perdere anche le ricette della cucina rurale legata alla tradizione delle campagne della Versilia di cui fa parte la zuppa alla frantoiana, un piatto che testimonia l'importanza della forte cultura dell'olio in Versilia.

Ingredienti
1 kg fagioli secchi, 80 gr pancetta arrotolata 2 fette alte, 2 porri medi, 250 gr zucca, 3 patate, 2 cavoli,  bianchi medi80 gr prezzemolo, 3 mazzi cavolo nero, 3 zucchine,2 mazzetti basilico, 2 mazzetti pepolino, 2 carote, 4 coste di sedano, 1 cipolla rossa grossa, 2 spicchi aglio, 1 peperoncino, 3 bicchieri olio extra vergine di oliva, 6/7 fette di pane raffermo, q.b. sale e pepe, q.b. erbette a piacere: borragine, erba cipollina, ecc.
Mettere tutte le verdure e le erbe aromatiche, tagliate grossolanamente, in un tegame. Aggiungere l’olio e una volta appassite le verdure aggiungere il passato dei 3/4 dei fagioli cotti in precedenza. L’altro quarto aggiungerlo senza passarlo.
Colmare poi con l’acqua a seconda della densità che si vuol dare alla zuppa. Portare a cottura le verdure e versare poi la zuppa in una terrina sul pane possibilmente posato e ridotto in grossi dadi. Attendere che il pane si ammorbidisca assorbendo il brodo ottenuto e servire i piatti ben caldi, aggiungendo, per completare il piatto, un filo di olio extra vergine di oliva.
Olio consigliato Utilizzare un olio mediamente fruttato, evitandone uno troppo saporito che potrebbe creare contrasto con le verdure.
Vino suggerito Un piacevole bianco Colline Lucchesi o Montecarlo purché mediamente strutturato e affinato in legno per almeno 12 mesi. E buon appetito!


Spaghetti alla Trabaccolara del carnevale di Viareggio
Per 6 persone

Ingredienti:
500 gr spaghetti, 400 gr pesce misto (gallinella, scorfano), 3 spicchi aglio, 1 peperoncino, 8 cucchiai olio extra vergine di oliva, 1/2 bicchiere vino bianco, 4 pomodori maturi, qb sale, pepe prezzemolo
Un piatto semplice e gustoso, fra i più richiesti nei caratteristici ristorantini sul mare sono gli Spaghetti alla Trabaccolara un sugo rosso che deve il suo nome al trabaccolo, la barca tipica dei pescatori di San Benedetto che si installarono a Viareggio tra le due guerre.
Come si prepara:
Mettere una pentola ripiena d'acqua sul fuoco, quando arriva ad ebollizione, aggiungere alcune manciate di sale grosso, pochi minuti dopo aggiungere gli spaghetti.
In un tegame capiente far soffriggere aglio e peperoncino, poi aggiungere il misto di pesce e lasciare insaporire per 5 minuti.
Successivamente bagnare con il vino il sugo e aggiungete i pomodori, fate cuocere e lasciatelo ritirare; aggiungete sale e pepe a vostro piacimento. Quando la pasta è quasi arriva a cottura, scolarla e aggiungerla al sugo, dove terminerà la cottura; infine aggiungete del prezzemolo.


"Burlaravioli di polpo, coltellacci e coriandoli di verdure"CARNEVALE DI VIAREGGIO
 

Uno chef stellato, Luca Landi, del Lunasia dell’hotel Plaza, ha creato un piatto in suo onore. Si tratta dei Burlaravioli al polpo con cannolicchi. I ravioli nella forma e nei colori riprendono il costume di Re Burlamacco, le verdurine di guarnizione ricordano i coriandoli, il polpo è il simbolo del rione Darsena, in cui il ristorante si trova e i cannolicchi - in viareggino "coltellacci" - sono protagonisti di una famosa canzone dedicata alla festa più sentita della Versilia.
Ecco come prepararli


Ingredienti:

Per la pasta
500 gr farina “00”, 250 gr farina di semola, 400 tuorli d’uovo, 1 uovo intero, 15 gr vino bianco, 100 dell’ingrediente colorato (Per il nero: nero di seppia. Per il rosso: vino rosso, concentrato di pomodoro e riduzione di barbarossa. Per il bianco: latte)

Per la farcia di polpo
2 polpi da 1 kg

Per il fondo: Scalogno, aglio, salvia ; Vino bianco, Pepe nero, Olio extravergine d’oliva
Scorza di limone e maggiorana, Parmigiano, Mascarpone

Per il condimento
500 gr coltellacci (conosciuti come cannolicchi o cappalunga), Verdure di stagione, Foglie di maggiorana, Olio extravergine d’oliva

La pasta è preparata come d’abitudine impastando tutti gli ingredienti. Sono tre gli impasti da fare per rappresentare i colori del Carnevale di Viareggio e della maschera il Burlamacco
Per la farcia appassire il fondo, aggiungere il polpo tagliato a pezzi, farlo insaporire e sfumare con del vino bianco. Farlo evaporare e portare il polpo a cottura con acqua. Aggiungere il bouquet di maggiorana e limone. Regolare di sapidità. Con cura frullare nel cutter aggiungendo poco mascarpone e parmigiano. Far freddare e farne ravioli a forma di losanga, bianchi, rossi e neri.
Tagliare le verdure a fette spesse 2/3 mm e con l’estremità di una bocchetta da sac a poche liscia tagliare dei piccoli coriandoli di verdure, che andranno scottati in acqua salata per trenta secondi e conservati.
Far scottare i coltellacci in olio caldo con aglio e gambi di prezzemolo, sfumare con vino bianco e ritirarli, eliminando l’intestino del mollusco e i gusci
I burlaravioli  si cucinano in abbondante acqua salata per giusto due minuti, si condiscono nel intingolo di coltellacci, completando la mantecazione con poco olio extravergine d’oliva e una presa di coriandoli di verdure precedentemente preparati.


Cenci del Carnevale di Viareggio

Ingredienti:
300 g di farina, 2 uova, 110 g di zucchero, scorza grattugiata di limone, qualche cucchiaio di marsala, 40 g di burro, 1 pizzico di sale, 2 cucchiaini di lievito, olio per friggere

Setacciate la farina sulla spianatoia, fate la fontana e aggiungete le uova, lo zucchero, la scorza grattugiata del limone, il burro fuso, il sale, il lievito (sciolto in qualche cucchiaio di latte) ed il marsala.
Lavorate bene gli ingredienti, fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo, che farete riposare 15 minuti.
Con il matterello, tirate una sfoglia sottile, tagliatela a rettangoli o triangoli con la rotella dentata. Friggete i cenci ottenuti in abbondate olio bollente, quando saranno dorati, sgocciolateli e metteteli ad asciugare su carta assorbente. Spolverizzate con zucchero a velo. Deliziosi!